La Stampa
PIETRO CALISSANO *


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Gli esperimenti di una studiosa italiana a New York


Perché ciascuno di noi ricorda qualche episodio, magari come una specie di flash, della sua infanzia a partire da 2-3 anni di età, ma ha un buio totale dei suoi primi mesi? Su questa specie di totale cecità mnemonica ha rivolto le sue indagini sperimentali Cristina Alberini, che lavora alla New York University con la collaborazione sperimentale di Alessio Travaglia e Reto Bisaz. Ha raccontato i suoi esperimenti in occasione dell’annuale meeting dell’Ebri – l’istituzione di ricerca fondata da Rita Levi Montalcini – che si tiene ogni anno in suo onore all’Accademia dei Lincei. Premettiamo che gli studi della Alberini sono stati condotti su modelli animali e non sull’uomo per evidente semplicità sperimentale, ma sono stati molto bene accolti, per i motivi che vedremo, anche dalla comunità neuropsicologica. La domanda sul problema dell’amnesia infantile poggiava su due sostanziali possibilità alternative: non ricordiamo i nostri primi mesi di vita, perché il nostro cervello non è ancora organizzato completamente per fissare i primi ricordi oppure li fissa, come fa negli anni successivi, ma il sistema per «rievocarli» non funziona bene? Semplificando il problema, che nella realtà funzionale è un po’ più complesso, i sistemi cellulari e molecolari che sono impiegati dalla memoria sono come un ascensore che trasporta libri in un deposito e li riporta in superficie, seguendo i nostri richiami mentali (il fatto che con l’avanzare dell’età questi richiami siano meno efficienti è un altro problema che, purtroppo, affligge tutti e si manifesta in modo drammatico nell’Alzheimer). Il problema relativo all’amnesia infantile è quindi il seguente: nei primi mesi di vita il sistema della memoria non funziona bene e disperde i libri nel trasportarli oppure funziona, ma è inattivo e richiede una «scossa» per ritrasportarli alla superficie della nostra coscienza? Come abbiamo accennato queste domande sono state poste con esperimenti effettuati sui ratti e, naturalmente, sono necessarie tutte le dovute precauzioni prima di estendere i risultati all’uomo e trarne, magari, facili conclusioni, considerando che spesso animali e uomo possono fornire risposte considerevolmente differenti. La premessa è d’obbligo, ma è anche d’obbligo ricordare che tutte le medicine sono testate su animali come topi e ratti prima di usarle sull’uomo, il quale dovrebbe ogni tanto ringraziarli (magari prima di accusarli di rovistare affamati tra i formaggi della cucina). La conclusione di base, che richiederebbe lo spazio della rivista «Nature Neuroscience» per essere descritta nei dettagli, è che rattini di 17 giorni, confrontati con quelli di controllo poco più vecchi (24 giorni), di solito dimostrano di non essere capaci di rievocare le loro prime esperienze (denominate di tipo episodico), ma lo fanno se vengono sottoposti anche ad una singola e debole stimolazione elettrica, la quale riattiva evidentemente l’ascensore dei libri. L’eleganza e la semplicità di questi esperimenti ed il loro «valore aggiunto» sta nel fatto che questi test premettono di identificare nell’ippocampo la parte più direttamente coinvolta (e questo già in larga parte si sapeva) in molti tipi di memorie. Ma la novità importante – e molto interessante a livello molecolare – è che questo sistema di rievocazione poggia su due «interruttori» molecolari: un fattore di crescita (Bdnf ), venuto alla luce dopo la scoperta del primo di questi fattori, l’Ngf, da parte di Rita L evi Montalcini, ed un recettore denominato Nmda, che è l’interruttore per eccellenza di numerose funzioni cerebrali. Perché questi studi hanno suscitato il forte interesse di neuropsicologi, psicoanalisti e di coloro che si occupano della nostra «psiche»? Perché ci ricordano che già Freud aveva ipotizzato che il nostro cervello è un potente ed efficace deposito di libri «menmonici», nascosti ma spesso inaccessibili nell’inconscio. Ma anche i neurobiologi molecolari dovrebbero essere oggetto di qualche ringraziamento per aver dato sostanza chimica a quelle che, altrimenti, sarebbero rimaste ipotesi contestabili da altrettante ipotesi diverse o contrarie. Inoltre, sia gli psicologi sia i neurobiologi dovrebbero riconoscere che il divario disciplinare che li ha visti talvolta, e purtroppo, contrapposti su un piano ideologico – o, ahimè, spesso per motivi meno nobili si sta progressivamente annullando, contribuendo alla ovvia conclusione che mente e cervello sono denominazioni differenti dello stesso organo. *EUROPEAN BRAIN RESEARCH INSTITUTE

Cristina Alberini Immunologa

RUOLO: È PROFESSORE DI SCIENZE NEUROLOGICHE ALLA NEW YORK UNIVERSITY IL SITO: HTTP://ALBERINILAB.ORG/ CRISTINA­ALBERINI/