La Repubblica – Affari Finanza
Marco Frojo


RAPPORTO INVESTIMENTI



I LORO VOLUMI CONTINUANO A ESSERE SOSTENUTI E QUESTO FA SÌ CHE NUMEROSI EMITTENTI ABBIANO DECISO DI AUMENTARE LA PROPRIA OFFERTA. PIACE MOLTO IL SEGMENTO A LEVA E QUELLO SUGLI INDICI


Milano La riscoperta dei certificates da parte degli investitori non sembra affatto un fuoco di paglia. I loro volumi continuano a essere sostenuti e questo fa sì che numerosi emittenti abbiano deciso di aumentare la propria offerta, innescando così un circolo virtuoso che emerge chiaramente dalle statistiche raccolte da Borsa Italiana. Alla fine del dicembre 2016, anno in cui i volumi sono letteralmente esplosi, erano quotati sul SeDex 641 certificates, un valore lievitato a quota 777 dodici mesi dopo (dicembre 2017); l’ultimo dato disponibile, quello relativo alla fine del febbraio, indica in 848 il numero degli strumenti quotati. Questo successo non deve però stupire più di tanto: i certificates vengono sì usati per fare trading ma soprattutto per implementare strategie di copertura e la necessità di proteggersi da improvvisi crolli dei mercati cresce al prolungarsi dei rialzi. Wall Street è infatti ormai nel decimo anno consecutivo di progressi, una striscia positiva che non ha precedenti. I certificates sono strumenti derivati, motivo per cui sono trattati sul SeDex di Borsa Italiana, che offrono la possibilità di investire su un’ampia gamma di attività finanziarie sottostanti, scegliendo la combinazione rischio/rendimento e le scadenze che meglio si adattano alle proprie esigenze di investimento. Esistono per esempio certificati che proteggono il capitale investito o parte di esso, nonché certificati che proteggono il capitale a condizione che l’attività sottostante non scenda al di sotto in un determinato livello (Certificati a Capitale Condizionatamente Protetto). Senza contare che la loro evoluzione è continua: gli ultimi arrivati a Piazza Affari sono i certificati Corridor, che consentono di scommettere su un movimento laterale dei sottostanti. La strada che hanno fatto i certificates dal loro debutto sulla Borsa milanese nel 1998 è dunque veramente molta. Nei primi due mesi di quest’anno i certificates che hanno attirato maggiormente l’attenzione degli investitori sono stati quelli a leva che hanno come sottostante gli indici italiani: i volumi sono infatti stati pari a quasi 2 miliardi di euro. Sono però andati molto bene anche quelli sulle commodity (con volumi superiori ai 200 milioni). Fra gli investment certificates, ovvero quelli senza leva, i volumi più consistenti (250 milioni di euro) sono stati fatti registrare da quelli che hanno come sottostante le azioni italiane, seguiti a breve distanza da quelli sugli indici stranieri (117 milioni). I volumi totali di quelli a leva sono stati pari a 2,5 miliardi e quelli degli investment certificates a 636 milioni, per un totale ben superiore ai 3 miliardi. Per quel che riguarda gli emittenti, il comparto dei certificates a leva è dominato da Société Générale che con 7 strumenti quotati ha generato volumi per più di 1 miliardo di euro. Nel comparto degli investment certificates c’è invece molta più concorrenza con un numero decisamente maggiore di emittenti a contendersi il primato. Nei primi due mesi del 2018 i più attivi sono stati Banca Aletti con volumi pari a 211 milioni di euro, Unicredit (147 milioni) e Banca Imi (67 milioni). Fra i certificati senza leva continuano a fare la parte del leone quelli a capitale “condizionatamente protetto”, a conferma del fatto che questo strumento finanziario viene utilizzato soprattutto in un’ottica di hedging. Oltre ai vantaggi strettamente legati agli investimenti, i certificati offrono altri aspetti che hanno contribuito a decretarne il successo. In primo luogo il loro taglio minimo è ridotto – solitamente 100 o 1.000 euro – cosa che li rende accessibili a tutti gli investitori, consentendo così di puntare anche su attività sottostanti che potrebbero risultare poco accessibili a chi dispone di un capitale limitato. In secondo luogo presentano un non trascurabile vantaggio fiscale visto che sono classificati come “Redditi diversi” (con un’aliquota al 26% sulle plusvalenze) e sono pertanto compensabili con eventuali minusvalenze pregresse, cosa che invece non avviene per esempio con gli Etf. S. DI MEO, SOCIETE GENERALE, UNICREDIT, BNP PARIBAS, BANCA IMI, VONTOBEL

Foto: Il Sedex è il segmento di Borsa Italiana dove vengono trattati i “certificates”