Beatrice Lorenzin: “Italia hub delle life sciences, ma serve la convergenza della politica”

Pubblicato il: 9 Settembre 2021|

All’evento congiunto di fine luglio, organizzato da The European House con Iapg e eunipharma, ha preso parte anche l’ex ministro della Salute Beatrice Lorenzin, oggi parlamentare PD e membro della Commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione della Camera. A lei si deve un emendamento da poco approvato e inserito nel decreto Sostegni-bis che unifica i fondi per i farmaci innovativi e oncologici assegnati ogni anno dallo Stato.

Onorevole Beatrice Lorenzin, con i 20 miliardi del Pnrr quante possibilità ci sono che il Governo italiano aumenti la spesa farmaceutica per acquisti diretti, cancelli i tetti di spesa, annulli o moderi diversamente il payback?

Dipende. Sicuramente questo non è scritto nel Pnrr, non è una misura da Piano ma di riforma e intervento sul Fondo sanitario nazionale di accompagnamento al Pnrr per ottenere l’obbiettivo –che invece disegniamo nel Pnrr stesso – di rendere il Paese attrattivo per la ricerca e sviluppo. Non solo quella industriale: sé proprio con la ricerca che possiamo fare la differenza e proiettare l’Italia nei prossimi anni come un hub di riferimento nelle scienze della vita a livello mondiale e consolidare le nostre posizioni a livello geopolitico e geoeconomico in Europa.

Quindi cosa serve?

Ci deve essere una forte volontà politica, una condivisione di obiettivi tra Ministero dell’Economia e finanza, Ministero della Salute e Ministero dello Sviluppo economico.

E anche con le Regioni, a partire proprio dal payback…

Direi di sì ma qui parliamo di scelte di politica industriale e sanitaria che lo Stato può fare anche a prescindere. Non è che siccome il payback ritorna alle Regioni non si possa trovare una soluzione. Il payback è uno strumento vetusto che ha avuto la funzione di salvaguardia della spesa nel momento in cui non avevamo più il controllo né di quella territoriale né di quella ospedaliera. Però è anche vero che il budget per la salute, il Fondo sanitario nazionale pre covid, era un budget assolutamente insufficiente che non soddisfaceva i bisogni del Paese né quello della spesa, tanto è vero che la spesa ospedaliera è ormai sistematicamente fuori di 1,8-1,9 miliardi di euro.

I suoi colleghi al Governo sembrano convergere su queste tesi. Almeno lo hanno detto a luglio scorso all’assemblea pubblica di Farmindustria…

Lo spero molto: è un tasto su cui sto insistendo da anni, anche quando ero ministro. Insieme al sottosegretario dell’epoca, Claudio De Vincenti, abbiamo provato più volte a intervenire e in parte lo abbiamo fatto ma non era facile. Ora però sono cambiati dei parametri: ormai c’è la consapevolezza di tutti i decisori politici – e spero anche della Ragioneria dello Stato – che la spesa farmaceutica con quei tetti non va più da nessuna parte. Questo non per favorire l’industria, significa semplicemente prendere atto che se si sfora sistematicamente il tetto e il modello di ripiano è incomprensibile per tutte le case madri, si rischia che tutti quelli che fanno investimenti nel nostro Paese se ne andranno. Vogliamo essere un Paese producer, cioè che vuole l’industria in casa oppure solo un mercato?

Lo dica lei…

Si è vista la differenza in una fase di crisi come quella che stiamo ancora attraversando, quando abbiamo cercato i prodotti e le materie prime e non le abbiamo trovate. Covid-19 ci ha dimostrato che i vaccini a mRNA li hanno sviluppati negli Usa e non in Italia, soprattutto perché lì avevano il know how: il vaccino Moderna non è stato brevettato. Che bisogno c’era quando solo loro hanno la tecnologia e il know-how per farlo? In più, certamente, gli Usa avevano le risorse per fare investimenti di quel tipo.

Allora quali ostacoli restano per realizzare una governance siffatta, per la quale apparentemente sono tutti d’accordo?

Ripeto, semplicemente avere la volontà politica e metterla in campo. Non possiamo però scaricare tutto sulle Regioni. La riforma a costo zero è impossibile perché poi le Regioni con il payback si ripianano i bilanci. Quindi se le Regioni non sono in grado di garantire un livello di spesa idoneo senza payback, lo Stato deve in qualche modo garantire in modo ovviamente virtuoso, negoziando, risparmiando, trovando anche meccanismi di leva, e adeguare il Fsn in generale e il fondo farmaceutico in particolare in base alle esigenze nuove di spesa.

Quali?

Quelle dovute inevitabilmente a due fattori: l’invecchiamento inesorabile della popolazione che fa aumentare la domanda di cure e assistenza e l’incredibile tasso di innovazione delle tecnologie che hanno rivoluzionato negli ultimi anni non solo il modo di fare medicina ma di accedere agli stessi farmaci e dispositivi. Sicuramente c’è una prima fase in cui bisogna remunerare l’innovazione…

D’accordo sul fronte degli investimenti e, idealmente, della remunerazione negoziata della tecnologia. Su quello dei risparmi, cioè dei sistemi adoperati fin qui, lei è favorevole alla revisione sistematica del prontuario farmaceutico che sta andando avanti?

Certo, la revisione fa parte del sistema regolatorio: non è che si può avere sempre lo stesso prezzo per i farmaci, che infatti viene rinegoziato. Abbiamo la necessità di mantenere equilibri di fondo, rispetto al sistema italiano e rispetto agli investimenti in produzione. Rivedere il prontuario non è un tabù, fa parte delle strategie dei sistemi regolatori, va fatto certamente con dei meccanismi condivisi, non è che può essere una sorpresa.

Non può essere un tabù nemmeno la prescrizione di farmaci secondo equivalenza terapeutica…

Ho avuto sempre una fortissima perplessità. Qui si mettono insieme trattamenti terapeutici diversi rispetto ai quali stabilire un’equivalenza evidence based è molto complesso, come si è dimostrato in tante patologie, e si rischia spesso di penalizzare proprio i pazienti più fragili o quelli che hanno necessità di utilizzare un determinato tipo di farmaco. Che non è soltanto la molecola in sé ma innesca tutto un processo di cura rilevante per la vita del paziente stesso. Ho fortissimi dubbi, li ho sempre avuti e ancora non mi hanno convinta del contrario.

Ovviamente non lo sono anche le industrie del farmaco. I contenziosi con le Regioni sono all’ordine del giorno.

Ma certo, non solo con le Regioni. Basta parlare con le associazioni dei pazienti: vivono l’esperienza della terapia, si ritrovano con farmaci diversi ed effetti diversi. Per questo quando si prendono le decisioni è molto importante coinvolgere i pazienti e chi li rappresenta, cioè chi soprattutto tra i pazienti cronici conosce gli eventi avversi o collaterali e che incidenza hanno sulla propria qualità di vita. L’equivalenza terapeutica è sicuramente un concetto più economico che scientifico.

Quale beneficio possiamo attenderci dall’unificazione dei fondi destinati ai farmaci innovativi e agli oncologici, contenuta in un suo emendamento recentemente accolto nel decreto Sostegni-bis?

Innanzitutto quello di non buttare via circa 300 milioni di euro che non sono stati spesi per gli oncologici e poi recuperare tutto il miliardo per l’accesso ai farmaci innovativi. Ne mancano però ancora 272 solo per la fotografia dell’esistente. So bene che l’emendamento non è che un primo passo, innanzitutto di giustizia nei confronti dei pazienti, per permettere loro di accedere ai farmaci innovativi. Poi è evidente che se siamo arrivati a tali livelli di sforamento della spesa non è per uno spreco ma perché sono aumentate le molecole e quindi dobbiamo prevedere anche meccanismi adattativi del fondo per l’innovazione. Su questo nel decreto Sostegni è passato anche un mio ordine del giorno.

Non sarà facile…

Nel farmaceutico non abbiamo sorprese: sappiamo con circa tre anni di anticipo cosa sta arrivando. Quindi ci sono tutti gli strumenti per l’Aifa e per il Mef per adeguare le dotazioni facendo scelte ponderate, in modo tale da non imporre razionamenti ai cittadini e a breve dovremmo anche immaginare un fondo ad hoc per l’Alzheimer. Questo è un mondo talmente in evoluzione che dobbiamo immaginare un sistema di riforme più profondo della governance del farmaco, per permetterci di dare alla popolazione accesso alle terapie non creando diseguaglianze. Oggi c’è chi può avere accesso alle terapie e chi invece no. Non è tollerabile.

Qual è l’agenda del legislatore da adesso in poi?

Se non ci sarà un decreto ad hoc aspettiamo la legge di Bilancio.

 

Foto M. Cantile/Shutterstock.com

Tag: Beatrice Lorenzin / farmaceutica / Governance / sostegni bis /

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