Boggetti (Confindustria DM): “Il Governo chiarisca cosa intende fare con i fondi del Pnrr”

Boggetti
Pubblicato il: 4 Maggio 2022|

“Sì, è una tempesta perfetta. Usciamo da due anni di pandemia, alcune aziende di dispositivi medici che hanno prodotto test diagnostici o devices per le terapie intensive, hanno potuto in qualche modo compensare il calo di tutto il resto delle attività. Ma molte aziende, come sappiamo, hanno vissuto la stessa difficoltà di tanti altri settori. Nell’attesa che gli effetti di Covid si assestassero abbiamo avuto il problema del rincaro delle materie prime e adesso abbiamo quello della guerra”. Così Massimiliano Boggetti, presidente di Confindustria Dispositivi Medici, apre la sua riflessione sul momento cruciale che vivono le imprese del settore in un’intervista esclusiva ad AboutPharma and Medical Devices. A proposito di rincari delle materie prime. Come impatta sul vostro settore? L’industria dei dispositivi medici non è fortemente energivora. Da questo punto di vista l’energia pura ha un’incidenza relativa rispetto alle industrie pesanti. Però, come tutti gli altri settori, usufruiamo di materie metalliche che hanno avuto un rincaro straordinario e anche l’elettronica ha visto triplicare i prezzi. E poi ci sono i trasporti che nel nostro caso spesso sono aerei, viaggiano con carichi frammentati, a temperatura controllata e hanno bisogno di consegne molto tempestive: i rincari sono stati straordinariamente alti. In generale l’aumento del costo della vita ha un impatto sull’industria e sui lavoratori come nei settori tradizionali.

Veniamo agli effetti del conflitto…

Abbiamo una complicazione in più. La Federazione Russa ha di recente cambiato il Regolamento, così come l’Europa, in materia di dispositivi medici e diagnostici in vitro. Quindi il comparto ha dovuto affrontare anche uno sforzo di rimarchiatura per esportare in quei Paesi. Un’ulteriore beffa che si aggiunge all’incertezza e al caos che regna in Russia. Del resto gli affari si fanno in pace e non in guerra. Ma il vero problema è che la guerra sta lasciando una sensazione generalizzata di paura anche a casa nostra: dobbiamo affrontare una stagione di investimenti nel servizio sanitario e nella medicina territoriale e avere il coraggio di aumentare le produzioni a fronte dei finanziamenti collegati al Pnrr. A incertezza si somma incertezza. Non sappiamo se lo stesso Pnrr sarà o meno confermato e in che misura, visti i costi della corsa agli armamenti e della gestione delle emergenze legate all’arrivo dei profughi. Temiamo un impatto molto forte e il rallentamento dell’economia e che le risorse del Pnrr vengano riconvertite in qualcos’altro che non sia, ancora una volta, la salute dei cittadini. Il rischio c’è.

Complessivamente sono circa 480 le imprese italiane che fatturano circa 8 miliardi di euro direttamente in Russia. Cosa succede alle vostre che operano da quelle parti?

Uno dei problemi riguarda un numero ampio di studi clinici che venivano fatti in Ucraina, in Bielorussia e nella Federazione Russa. Non so quanti siano stati completamente bloccati, perché ovviamente non si riesce più a collaborare con gli ospedali in quelle aree, e parlo sia di studi multicentrici che di studi specifici fatti. Il danno è molto grande perché i prodotti in studio sono a metà del loro processo di validazione e non riescono a essere completati.

Alcune aziende farmaceutiche, rispetto agli studi clinici, ove possibile hanno deciso di non interromperli e di andare avanti anche con la fornitura di farmaci in quelle aree.

Giusto. Penso che le aziende che fanno salute non debbano mettere la popolazione, nemmeno quella russa, nella condizione di non avere farmaci o dispositivi medici per potersi curare. La salute delle persone è un valore universale che trascende da questioni politiche. Questo è un valore che credo debba essere difeso.

La Russia ha annunciato che non riconosce più la proprietà intellettuale ai prodotti dei Paesi ostili. Che impatto ha per voi?

L’intellectual property nel nostro settore è già di per sé un tema molto complesso e Confindustria Dispositivi Medici più volte ha chiesto al Governo di trovare soluzioni. Proteggere la nostra innovazione è molto complicato. Spesso si tratta di composizione di tecnologia nota, che però messa insieme ha la sua originalità e innovatività. Mettere al riparo questo tipo di know how è difficile tant’è vero che nel nostro settore vige tantissimo il first mover advantage: si cerca si sviluppare un’innovazione molto rapidamente e portarla subito sul mercato. Intanto che arriva una copia concorrente si investe in ricerca e sviluppo per lanciare un nuovo prodotto che rende quello precedente obsoleto. Al netto di questo, che è il principio di funzionamento del nostro modello di business, è evidente che le nostre aziende sono più scoperte, avendo oltretutto anche rapporti commerciali fitti con la Federazione Russa. Sono scoperte in un’azione che potrebbe anche essere fatta apposta per proteggersi da eventuali embarghi.

Il concetto però vale in entrata e in uscita. L’Italia importa dalla Russia diverse parti elettroniche…

Sì, il concetto è bilaterale. Ma nel nostro settore aziende russe non ce ne sono quasi, non di certo che esprimano un valore tecnologico tale per cui esista una dipendenza di forniture. Ribadisco però che tutto ciò che ha a che fare con la salute per definizione non può essere usato come uno strumento della politica o della guerra perché è comunque alla base di un valore universale. Detto ciò, ovviamente, noi tutti condanniamo quello che sta accadendo che è una follia oltre ogni pensiero.

Tornando all’azione del Governo italiano e alla necessità di ritoccare o riscrivere il Pnrr. Da più parti l’industria e le amministrazioni locali chiedono di rivedere, rispettivamente, il valore degli appalti al netto dell’inflazione e del rincaro delle materie prime e le tempistiche dei progetti. La vostra posizione?

A tutti è evidente che il mondo è completamente cambiato da quando il Pnrr è stato scritto. Il mio augurio è che però il capitolo della sanità non venga toccato. Intanto la pandemia, che adesso si è trasformata in epidemia, è ancora in atto. Probabilmente ne parliamo poco perché adesso abbiamo argomenti che ci preoccupano di più, ma non è che lo scenario sia cambiato tanto. A Shanghai ci sono 24 milioni di persone in lockdown e l’autunno 2022 è già alle porte… Probabilmente la revisione del Pnrr oggi è necessaria perché c’è un tema legato al mantenimento delle produzioni e a non disinvestire in salute. Anzi oggi, a maggior ragione, le scienze della vita rappresentano ancora una volta un’opportunità: si dice che le industrie si devono riconvertire per essere meno energivore e capaci di avere una produzione ecosostenibile. Le nostre industrie lo sono già e non c’è neanche bisogno di riconvertire.

L’ha accennato prima. L’industria dei dispositivi ha già sofferto, durante la pandemia, perché sono calate le forniture a seguito della riduzione delle attività ospedaliere di routine, le protesizzazioni, gli interventi di elezione etc. In generale, però, l’industria della salute conserva una sua anti ciclicità rispetto alle crisi economiche. Adesso che previsioni fa?

Noi abbiamo visto una ripresa molto forte del comparto e tutti gli ospedali sono ritornati a regime. Ma ciò che è stato perso non può essere recuperato e faremo i conti con due anni di assenza di prevenzione, cure e supporto ai malati. In oncologia, per fare un esempio arcinoto, ciò genererà un aggravamento nell’epidemiologia e nell’assistenza. Comunque in questi due anni le imprese si sono riorganizzate. L’anti ciclicità sta nella misura continua a fornire prodotti, perché le persone continuano ad ammalarsi. La white economy è meno soggetta a fluttuazioni di quanto non possano esserlo altri settori che producono beni più volatili, contraddistinti da picchi in salita molto alti e molto bassi in discesa. Il nostro rimane un trend di crescita costante e stabile, legato al fatto che i bisogni di salute, e parlo a livello globale, vanno aumentando sia perché la popolazione dei Paesi sviluppati ha una maggiore richiesta di benessere, sia perché quelli in via di sviluppo hanno necessità di colmare le disuguaglianze. Quindi l’anti ciclicità va vista in questa logica. Poi però su di noi peserà il fatto che molte delle nostre tecnologie sono legate anche alla prevenzione: un’ulteriore ondata di crisi che si sommasse a quelle passate porterebbe la gente a curarsi di meno e anche il nostro comparto ne soffrirebbe. Oggi, per quello che stiamo vivendo, è molto complicato parlare di politica industriale. Però lo dobbiamo fare perché il nostro Paese poggia sull’industria e il Pil è generato dalle industrie o comunque dalle attività produttive. Il nostro ruolo è quello di continuare a lavorare pur nella difficoltà del contesto. Nella mia vita non ho mai visto niente di simile.

Sui conti delle imprese sta gravando anche l’adeguamento al Regolamento europeo sui dispositivi medici che impone di dimostrare risultati a vantaggio dei pazienti a valle di studi clinici, da inserire nel fascicolo tecnico, prima di immettere in commercio un prodotto. Durante la pandemia avevate chiesto una moratoria sui tempi. Adesso?

Non credo che sia questo il momento di tornare indietro perché il sistema si è avviato. Certo è che il Governo deve comprendere che non esiste più una white economy, ricca per definizione, con margini alle stelle ai cui prodotti imporre ogni anno un prezzo più basso rispetto all’anno precedente. Il nostro è un comparto essenziale, in difficoltà come tutti gli altri, su cui però pesano gabelle ulteriori.

Si riferisce al payback?

Certo. Alcuni rumors dicono che probabilmente ci sarà l’emissione dei decreti attuativi e poi c’è anche la tassa sull’innovazione che cuba una percentuale sui nostri fatturati. Ecco, io quello che penso e l’ho detto anche in maniera molto chiara al Governo, che oggi immaginare di emettere i decreti attuativi o di andare a esigere la tassa sull’innovazione sia un messaggio politicamente molto sbagliato. Spero e mi auguro che si abbia l’intelligenza di capire che questo non è il momento in cui all’industria si possa andare a chiedere soldi, soprattutto se si vuole continuare ad avere un alto livello di innovazione e investire in salute. Altrimenti si sta andando indietro rispetto al passato e bisogna avere la forza di dirlo ai cittadini.

Incrociando le dita, però, almeno il Pnrr non è stato ancora sconfessato…

Il nostro Servizio sanitario nazionale deve essere ristrutturato. La pandemia ne ha messo in luce la necessità e adesso bisogna parlar chiaro: lo si vuol fare e quindi si mantengono gli investimenti del Pnrr, oppure si vuole fare cassa perché ci sono altre priorità? È evidente che ci sono tante difficoltà da dover affrontare, però quello che chiediamo, ritornando al punto, è chiarezza. Cosa ci dobbiamo aspettare oggi dal Governo in tema di salute, rinnovo del parco tecnologico, investimenti da medicina territoriale e garanzia che il Fondo sanitario nazionale continui a crescere? Lo vogliamo sapere perché come industriali dobbiamo fare programmazione. E al netto di questo sentirci dare una risposta seria.

Tag: Confindustria dispositivi medici / Massimiliano Boggetti / piano nazionale ripresa e resilienza /

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