Dispositivi medici, cresce l’export ma gli investimenti in ricerca crollano del 30% per effetto payback

L’export italiano di dispositivi medici cresce del 3,5% e aumenta la domanda pubblica di tecnologie mediche che aumenta del 6,7%. Allo stesso tempo però crolla l’investimento in ricerca e sviluppo del 30,1%. Secondo Confindustria dispositivi medici, riunita oggi a Roma nell’assemblea pubblica (titolo “Insieme per la sanità del futuro”), le colpe sono da ricercare nell’imposizione del payback e in una politica industriale italiana poco decisa. In base ai numeri snocciolati dal neo presidente, Nicola Barni, sul territorio sono presenti 4.641 aziende per 117.607 dipendenti. Il rischio paventato dall’organizzazione è che molte imprese preferiscano rivolgersi all’estero a causa di una mancanza di governance e di una politica industriale poco lungimirante.
Burocrazia che rallenta
La varietà della realtà dei dispositivi è stata presentata durante il primo panel, attraverso la voce del clinico, dell’imprenditore e della paziente. “La capacità di essere innovativi è riconosciuta – sostiene Mario Federighi, ceo e presidente Farmigea spa –. Nel settore, i regolamenti ci danno la strada, ma tutto il contorno, come la burocrazia difensiva, ci rallenta”. Per il direttore generale dell’Istituto nazionale dei tumori Irccs Fondazione “Giovanni Pascale” di Napoli, Attilio Bianchi, “è importante lasciare alcune barriere logiche e cercare quello che ci unisce perché quando c’è la sinergia, il risultato finale è maggiore della somma dei componenti”. Marco Scatizzi, presidente dell’Associazione dei chirurghi ospedalieri italiani (Acoi), rammenta come i clinici abbiano “un rapporto fisiologico con chi fornisce i dispositivi, attraverso l’uso di ogni giorno”. Autrice di un libro intitolato “Corpi estranei”, sull’esperienza di chi, come lei stessa, indossa un dispositivo, è Cinzia Pozzi, biologa molecolare e giornalista scientifica. “I medici – dice – dovrebbero preparare di più e stimolare il paziente a dare il proprio contributo per ottenere il beneficio dal dispositivo”.
Fase di riflessione sul payback
Di un settore caratterizzato dal progresso tecnologico, parla Orazio Schillaci, ministro della Salute (nella foto), che rammenta come il suo dicastero sia “fortemente impegnato affinché il recepimento delle normative comunitarie avvenga sempre in ottica di semplificazione”. Sul payback, Schillaci annuncia l’intenzione di “aprire una fase di profonda fase di riflessione su questo istituto e sulla sua coerenza, con il fattivo coinvolgimento del mondo dell’impresa. Ovviamente, payback a parte, non è ipotizzabile che non vi siano strumenti di controllo della spesa. E proprio in questo contesto si può parlare di nuovi modelli, che devono avere come fulcro una stretta e costante interazione fra tutti i soggetti interessati i quali, nell’ambito del perimetro regolatorio delineato dal ministero della Salute, saranno chiamati ad offrire il proprio fattivo contributo”.
Il payback va cancellato senza sé e senza ma
“Siamo a un cambio di paradigma improcrastinabile non più incentrato sulle singole prestazioni ma per patologia. Senza un’industria solida il nostro Paese sarà sempre più dipendente dall’estero”, dichiara il presidente Barni. “Sono orgoglioso – continua – di rappresentare un comparto che ha dimostrato di essere resiliente e innovativo. È un mondo fatto di aziende che continuano a alzare l’asticella e sono sempre pronte a investire in progetti ambiziosi”. Secondo Barni, la struttura del payback “va cancellata senza sé e senza ma”. “Siamo a due mesi – precisa – dalla importante sentenza della Corte Costituzionale. Il payback è una pietra tombale, è tempo di agire perché altrimenti nessun attore verrà risparmiato”.
Priorità assoluta
“In questo quadro – aggiunge Barni – il superamento del payback è una priorità assoluta per scongiurare un grave impatto sul settore e sul sistema salute. Ciò è ancora più urgente alla luce del decreto ministeriale che impone il pagamento dello 0,75% sul fatturato. Siamo favorevoli al fatto che vengano sostenute l’innovazione e l’Health technology assessment, ma la misura – e le richieste di contributo da parte delle imprese – devono essere inserite in una cornice che contempli una visione organica, quindi una governance strutturata dei dispositivi medici. Occorre, dunque, ricomprendere il superamento del payback, il prelievo dello 0,75% e in generale le politiche industriali in un unico grande disegno strategico che bilanci la sostenibilità economica con lo sviluppo delle imprese nel Paese”.
Trovare una soluzione prima della Corte
Dare una mano a questo settore è l’indicazione che arriva dall’ultima tavola rotonda dell’evento. “Il payback – afferma il senatore del Pd, Antonio Misiani – è una regola distorsiva che non è mai stata applicata. Mi permetto di suggerire al governo di approfittare della finestra di opportunità che c’è fra il Tar e la Corte Costituzionale e di accelerare e mettere intorno a un tavolo gli attori per trovare una soluzione e c’è la possibilità, a mio giudizio, di arrivare ad una”. Sul trovare una soluzione prima della sentenza della Corte, si dicono d’accordo anche i senatori Michele Barcaiuolo e Elena Testor, mentre Anselmo Campagna, coordinatore tecnico della commissione Salute della Conferenza Stato Regioni e Province autonome, rilancia: “dobbiamo trovare una soluzione che non può essere la rincorsa di un risultato. Le Regioni comunque hanno già speso”.


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