Farmaci biologici sottoutilizzati: 130 mila pazienti potrebbero beneficiarne

farmaci biologici
Pubblicato il: 24 Maggio 2022|

Hanno tutti i requisiti per ricevere un farmaco biologico, ma nessuno glielo prescrive. Parliamo di circa 130 mila pazienti che convivono con patologie autoimmuni in tre diverse aree: reumatologia, gastroenterologia e dermatologia. La stima arriva da un’analisi realizzata dalla società da ricerca CliCon-Health, economics & outcome research, guidata dall’economista Luca Degli Esposti. E i numeri sono stati illustrati a Roma in occasione del convegno “Accesso ai farmaci biologici: dal sotto trattamento al gain sharing”, organizzato dall’Italian biosimilars group (Ibg) di Egualia, l’associazione delle aziende produttrici di generici, biosimilari e Value added medicines. L’appuntamento ha rappresentato il punto di sintesi di un percorso avviato quattro anni fa dalle aziende rappresentate dall’Ibg per quantificare ed evidenziare i fenomeni di sottotrattamento, con il coinvolgimento di società scientifiche e associazioni di pazienti.

I numeri del sotto trattamento con farmaci biologici

“L’analisi è stata condotta su un campione rappresentativo e geograficamente distribuito di Asl con un numero di assistibili corrispondenti a circa l’11% della popolazione nazionale”, spiega Luca Degli Esposti. Poi i dati sono stati proiettati su scala nazionale. Per la reumatologia sono state considerate quindi circa 320 mila diagnosi di artrite reumatoide, di cui 275 mila riferibili a pazienti non trattati con farmaco biologico. Di questi, “almeno il 10%, circa 27 mila pazienti, presentano almeno uno dei criteri di eleggibilità previsti dalle linee guida scientifiche allo stesso trattamento”, spiega Degli Esposti.

Nell’ambito della gastroenterologia, su un totale di circa 237 mila diagnosi morbo di Crohn o colite ulcerosa, risultano quasi 134 mila pazienti trattati con farmaci non biologici, che invece potrebbero essere prescritti (secondo i criteri di eleggibilità) a oltre 42 mila pazienti appartenenti a questo gruppo (quasi 68 mila se si includono i pazienti non trattati con nessun farmaco e allo stesso tempo eleggibili alla terapia biologica). “In campo dermatologico – spiega l’economista – su un totale di oltre 1,4 milioni di pazienti identificati con diagnosi di psoriasi, circa il 4% (circa 56mila) è in trattamento con farmaci biologici e ce ne sono quasi altrettanti (circa 54mila) potenzialmente eleggibili allo stesso trattamento”.

Dalle tre analisi emerge uno scenario comune: esiste un’ampia platea di pazienti che non accede o accede con ritardo a una categoria di medicinali capaci di rallentare o modificare l’evoluzione della malattia, garantendo una migliore qualità di vita e riducendo anche le ricadute economiche sul Servizio sanitario nazionale (Ssn).

I costi

“L’analisi economica ha rivelato costi sostanzialmente sovrapponibili tra pazienti che fanno uso di farmaci biologici e pazienti che potrebbero farne ma non ne fanno uso – spiega ancora Degli Esposti – a variare è però la composizione dei relativi costi: a una maggiore spesa farmaceutica per i pazienti in trattamento con farmaci biologici si contrappone una maggiore spesa per ricoveri e prestazioni specialistiche nei pazienti che, pur eleggibili al biologico, non ne fanno uso”.

Il modello del “gain sharing”

A valle dell’analisi di CliCon, la proposta dello strumento del “gain sharing” adottabile dalle amministrazioni sanitarie. “È uno strumento che affianca ai tradizionali indicatori economici sull’utilizzo dei farmaci biologici a minor costo, un indicatore clinico in grado di misurare il numero di pazienti eleggibili all’uso del biologico per una specifica patologia, ma non trattati. La lettura combinata dei due indicatori – conclude Degli Esposti – permetterà di programmare ex ante il reinvestimento delle risorse liberate per contenere il fenomeno del sotto trattamento”.

Reinvestire i risparmi

Per l’industria di biosimilari lo snodo cruciale è proprio questo: utilizzare i risparmi generati dall’uso dei biosimilari per reinvestire nelle stesse aree terapeutiche, ampliando la platea dei pazienti trattati. “In tutte le aree terapeutiche interessate i biosimilari hanno garantito l’accesso al trattamento a un numero sempre più ampio di pazienti – commenta Stefano Collatina, coordinatore dell’Italian Biosimilars Group di Egualia ­–  ma non è abbastanza visti i numeri che sono emersi da quattro anni di indagini . Il risparmio generato dovrebbe consentire a più pazienti di essere trattati all’interno del budget esistente mentre grazie agli accordi di gain sharing gli ospedali e i centri prescrittori potrebbero trattenere almeno parte del risparmio ottenuto grazie alla concorrenza generata dai farmaci biosimilari per destinarlo proprio ad incrementare l’accesso al trattamento nelle aree terapeutiche dove è stato generato e dove emergono evidenze di sotto trattamento”.

Le soluzioni tecniche ci sono:  “I relativi indicatori – spiega Collatina – possono essere facilmente elaborati mediante una dashboard già messa a disposizione presso un campione di Aziende sanitarie locali, affiancando gli indicatori di monitoraggio della spesa. Il nostro obiettivo è quello di condividere i risultati ottenuti per far sì che questo strumento possa essere adottato a livello nazionale a beneficio di tutti i pazienti oggi non coinvolti nelle cure”. Infine una richiesta rivolta all’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) e al ministero della Salute: “Si facessero promotori di un osservatorio permanente di monitoraggio del fenomeno con le Regioni, affinché le best practice sul modello del gain sharing diventino la risposta concreta ai pazienti almeno in queste aree terapeutiche”.

Un percorso comune

All’appuntamento di Egualia hanno partecipato le società scientifiche delle tre aree coinvolte nell’analisi CliCon (Sir, Ig-Ibd e Sidemast) e le associazioni di pazienti (Apmarr, Anmar, Amici e Adipso).  Diversi rappresentanti istituzionali hanno dato il loro contributo, come la vicepresidente e assessore al Welfare della Regione Lombardia, Letizia Moratti e gli onorevoli Fabiola Bologna (Coraggio Italia), segretario della Commissione Affari socali e Nicola Grimaldi (M5S), membro della commissione Finanze. Per il responsabile della segreteria tecnica del ministro della Salute, Antonio Gaudioso, la questione va inquadrata in un contesto più ampio: “Non è solo un problema di farmaco, ma di modelli organizzativi. Se hai pochi centri, pochi professionisti, una capacità di presa in carico non proprozionata al bisogno terapeutico, diventa un problema. Ecco quindi la grande sfida della riforma dei servizi territoriali che ci attende nei prossimi mesi e nei prossimi anni, cioè creare una sanità di prossimità. C’è poi un problema evidente di carattere regolatorio, con i Lea basati sulle prestazioni e non su percorsi diagnostico terapeutici assistenziali (Pdta). Un sistema vecchio che deve essere aggiornato”.  Il coordinatore della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni, Raffaele Donini, ha inviato un messaggio:  “È di fondamentale importanza che i farmaci biologici vengano messi a disposizione dei pazienti all’interno di un sistema che ne definisca l’uso ottimale, ne individui il posto in terapia e ne consenta la sostenibilità. La disponibilità dei biosimilari rappresenta un’importante opportunità per la realizzazione di questo obiettivo. Le Regioni, in collaborazione con Aifa, con l’industria farmaceutica, con le società scientifiche e i rappresentanti dei pazienti  – conclude Donini – dovranno quindi individuare un percorso comune che consenta di offrire questa opportunità terapeutica a tutti i pazienti che possono trarne un vantaggio, individuando i problemi e cercando insieme di condividere le soluzioni”.

Leggi anche: “Biosimilari: nel 2021 consumi in crescita del 26,9%

Tag: Biosimilari / clicon / egualia / Italian Biosimilars Group /

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