Il costo invisibile del cancro: la tossicità finanziaria una sfida per l’universalità del sistema pubblico

Nel panorama sanitario italiano, fondato sui principi di universalità ed equità stabiliti nel 1978, una diagnosi di cancro continua a rappresentare una sfida clinica significativa e un carico economico spesso sottovalutato. Per le casse pubbliche, ma non solo.
La tossicità finanziaria – termine mutuato dai sistemi sanitari privatizzati – descrive quel mix di oneri diretti e indiretti che erodono le risorse dei pazienti e delle loro famiglie. Nonostante la copertura delle spese prevista dal Servizio sanitario nazionale, la realtà dei fatti evidenzia come le disparità regionali e le carenze strutturali espongano i malati a un distress economico significativo.
Questo fenomeno – già portato all’attenzione su queste pagine – non è una semplice conseguenza accessoria. Trattasi invece di un esito rilevante sul piano clinico, che può compromettere l’aderenza ai trattamenti e la stessa sopravvivenza alle malattie oncologiche.
I numeri di una tossicità silenziosa
Gli ultimi aggiornamenti sul tema giungono da uno studio condotto dall’Azienda ospedaliero universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino, pubblicato su Tumori journal.
La ricerca ha coinvolto 359 pazienti oncologici in trattamento attivo (alla fine del 2024), utilizzando il questionario Proffit: uno strumento validato per intercettare le sfumature della tossicità finanziaria nel sistema italiano. Inequivocabili i dati emersi: il punteggio mediano di tossicità finanziaria si attesta a 33,3, lungo una scala da zero a cento.
Circa il 35 per cento degli intervistati ha dichiarato che la patologia ha ridotto sensibilmente le proprie risorse economiche, mentre quasi un paziente su tre percepisce che la propria situazione finanziaria possa condizionare (in negativo) la possibilità di ricevere cure adeguate.
I maggiori disagi per i pazienti lontani dai centri di cura
L’analisi dei costi out-of-pocket rivela dove si annidano le maggiori criticità per il portafoglio dei malati.
Il 46 per cento del campione ha riferito di aver pagato per esami medici privati: spesso una scelta obbligata per far fronte a tempi d’attesa nel pubblico non compatibili con l’urgenza della malattia. Oltre metà dei pazienti (56 per cento) sostiene spese per farmaci aggiuntivi o integratori. Mentre il quaranta per cento deve ricorrere a risorse personali per accedere a terapie di supporto: è il caso della fisioterapia, della psicoterapia o delle cure dentali (spesso necessarie come conseguenza dei trattamenti effettuati).
Un capitolo a parte è rappresentato dalla mobilità sanitaria. I pazienti che devono affrontare tempi di percorrenza superiori ai quaranta minuti con i mezzi pubblici – o che vivono lontano dal centro di cura: come si rileva in circa 1 caso su 3, nel nostro Paese – riportano livelli di tossicità finanziaria più elevati a causa delle spese di trasporto e dei costi vivi legati agli spostamenti.
Uno scenario che conferma quanto sancito nei mesi scorsi anche dal Parlamento europeo.
Identikit della vulnerabilità: non è una questione di biologia
Un dato particolarmente rilevante emerso dalla ricerca è che la gravità della tossicità finanziaria non sembra correlata al tipo di tumore o allo stadio della malattia: quanto piuttosto a determinanti socio-economiche preesistenti.
Il fenomeno soprattutto i pazienti più giovani (si trovano in una fase produttiva della vita spesso interrotta dalla diagnosi) e coloro che presentano un livello di istruzione inferiore (fattore che limita la capacità di orientarsi tra tutele e rimborsi). Nel dettaglio, i pazienti con meno di settant’anni hanno riportato un punteggio mediano di 38,5 (23,8 negli ultrasettantenni). Un dato che, secondo gli autori dello studio, “sottolinea come l’impatto sul lavoro e sulla vita attiva sia un driver fondamentale”.
Idem dicasi per stato civile e istruzione. La tossicità finanziaria risulta più elevata tra divorziati e persone meno istruite: a conferma di quanto la mancanza di un supporto familiare e di alfabetizzazione sanitaria rappresentino spesso un aggravio per le tasche dei pazienti. Anche lo stato occupazionale gioca un ruolo decisivo: i disoccupati e chi ha sulle spalle la gestione di una famiglia mostra i punteggi più alti al questionario Proffit.
Oltre la diagnosi: i “navigator” per gestire la tossicità finanziaria?
Nelle conclusioni dello studio sono state tracciate alcune possibili strategie di mitigazione.
Secondo gli autori – tra cui figura anche il presidente dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), Massimo Di Maio – è a questo punto prioritario integrare lo screening della tossicità finanziaria nella pratica clinica ordinaria. “Fin da subito – avvertono – dal momento che mediamente i punteggi più elevati di tossicità finanziaria sono stati rilevati nel primo anno dopo la diagnosi”. Ciò vuol dire che l’impatto sulle tasche della malattia sulle tasche dei pazienti non segue un trend cumulativo che comporta il raggiungimento dei massimi livelli soltanto alla fine del percorso di cure.
Una ulteriore proposta concreta (tratta da esempi analoghi già in atto in diversi ospedali degli Stati Uniti) riguarda l’introduzione dei “navigator” all’interno dei team multidisciplinari. Trattasi di figure capaci di guidare i pazienti verso la possibilità di conoscere ed esercitare i propri diritti in materia di esenzioni, ammortizzatori sociali e supporti legali (assolvendo quei compiti oggi quasi interamente sulle spalle delle associazioni).
Parallelamente – concludono gli esperti – è necessario un intervento politico che garantisca tutele come il diritto all’oblio oncologico e programmi di reintegrazione lavorativa flessibili.


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