Obesità: la partita della rimborsabilità si gioca sul costo della mancata cura

costo farmaci obesità
Pubblicato il: 28 Settembre 2026|

Non ragionare più su “quanto costano le terapie”. Ma, piuttosto, su “quanto spendiamo nel non trattare l’obesità”.

Il vero costo dei farmaci potrebbe non essere quello delle iniezioni, ma quello di non ricorrervi. Parte da qui la richiesta della Società italiana dell’obesità (Sio), che alla vigilia del congresso nazionale chiede al Governo di garantire la rimborsabilità delle nuove molecole almeno ai pazienti con le forme più severe e a maggiore rischio clinico.

La proposta della Sio: “Partire dai pazienti a maggior rischio”

La stima è di circa cinquecentomila connazionali da trattare, per un investimento pubblico compreso tra 400 e 500 milioni di euro. Sul versante opposto, quantificata in 13,6 miliardi di euro l’anno il costo complessivo dell’obesità non trattata: tra spesa sanitaria e perdita di produttività.

La proposta della società scientifica non punta, almeno in questa fase, a una rimborsabilità generalizzata. L’idea è individuare criteri di priorità clinica e concentrare le risorse sui pazienti con le forme più severe di obesità e con un maggiore rischio di complicanze.

Il perimetro individuato comprende persone con un indice di massa corporea (Bmi) superiore a 40, oppure con superiore a 35 con comorbidità significative. Partendo dai pazienti economicamente svantaggiati.

Secondo le stime della Sio, garantire la copertura terapeutica a questa platea richiederebbe un investimento pubblico compreso tra 400 e 500 milioni di euro. Una cifra che, a detta dei vertici societari, sarebbe sostenibile pure se confrontata con altre voci della spesa pubblica.

Il costo dell’obesità non trattata

Ma il ragionamento va oltre il semplice confronto tra costo dei medicinali e stanziamento necessario per la loro rimborsabilità. La Sio stima infatti in circa 13,6 miliardi di euro l’anno il costo diretto e indiretto dell’obesità non trattata. Nel conto rientrano le complicanze della malattia, i costi sanitari associati e le ricadute sulla produttività.

Una precedente analisi – presentata all’ultimo Congresso europeo sull’obesità – ha stimato fino a 550 milioni di euro di risparmi per il Servizio sanitario nazionale grazie alla riduzione delle ospedalizzazioni e delle riospedalizzazioni cardiovascolari associate al trattamento dell’obesità.

La prospettiva è dunque quella di una valutazione economica più ampia, nella quale il costo del farmaco rappresenta soltanto una delle componenti.

Per la Sio, investire oggi nel trattamento dell’obesità potrebbe significare ridurre nel tempo la spesa legata alle complicanze. Limitando la rimborsabilità a un quarto dei pazienti a più alto rischio – è la stima della società scientifica – l’investimento pubblico potrebbe tradursi in oltre 1,6 miliardi di euro di future spese sanitarie evitate legate alle complicanze dell’obesità non trattata.

La questione della terapia di lungo periodo

A rendere ancora più complessa la valutazione economica, c’è la natura cronica dell’obesità. Le nuove terapie possono produrre una significativa riduzione del peso, ma il tema non si esaurisce con il raggiungimento del risultato iniziale.

La domanda diventa dunque: quanto a lungo deve proseguire il trattamento e come mantenere nel tempo i risultati ottenuti?

È il tema affrontato da recenti studi sulle terapie incretiniche e dalle strategie di mantenimento del peso. L’interruzione del trattamento può infatti essere associata a un recupero ponderale, mentre la ricerca sta esplorando modalità diverse per mantenere i benefici della perdita di peso (compreso l’impiego di trattamenti a dosaggio ridotto o di nuove formulazioni).

La questione della rimborsabilità si intreccia pertanto inevitabilmente con quello della continuità terapeutica. Se l’obesità viene gestita come una patologia cronica, il modello di accesso ai farmaci deve tenere conto non soltanto dell’avvio della terapia: ma anche della sua prosecuzione, dell’aderenza e del mantenimento dei risultati.

Il precedente europeo arriva dalla Francia

Sul fronte internazionale, uno dei riferimenti indicati dalla Sio è la Francia. Il Paese ha avviato un percorso per rendere rimborsabili semaglutide e tirzepatide per determinate categorie di pazienti con obesità severa, all’interno di criteri clinici e percorsi di presa in carico.

La decisione è stata letta dalla Sio come un possibile punto di riferimento per il dibattito italiano. Il confronto con altri Paesi europei, tuttavia, non riguarda soltanto l’eventuale inclusione dei farmaci nei sistemi di rimborso. Cambiano infatti i criteri di eleggibilità, i percorsi specialistici, le modalità di monitoraggio e le risorse disponibili.

Per l’Italia la questione è quindi anche quella di definire un modello in grado di individuare i pazienti prioritari e garantire appropriatezza nell’utilizzo delle terapie.

Un altro tassello arriva dall’Italia, questa volta a livello regionale. La Lombardia ha approvato una legge dedicata all’obesità che prevede risorse per la prevenzione, il rafforzamento dei servizi e l’accesso alle terapie farmacologiche per alcune categorie di pazienti.

Il provvedimento stanzia 3,3 milioni di euro per il triennio 2026-2028, destinando una parte delle risorse anche a interventi rivolti alle persone con obesità e fragilità sociale ed economica.

La legge prevede inoltre una rete regionale per la presa in carico multidisciplinare e strumenti di coordinamento delle politiche sull’obesità.

Il rapporto con la chirurgia bariatrica

Nel dibattito sull’accesso ai farmaci c’è poi un altro elemento da considerare: la chirurgia bariatrica.

Secondo i dati riportati dalla Sio, nel 2024 sono stati effettuati in Italia 26.702 interventi, per una spesa indicata in circa 150 milioni di euro l’anno a carico del Servizio sanitario.

La proposta farmacologica non viene presentata come alternativa alla chirurgia. L’obiettivo indicato è piuttosto quello di intervenire in una fase precedente della malattia, quando il trattamento farmacologico può contribuire a ridurre il peso e il rischio di complicanze: evitando così (almeno in alcuni casi) l’evoluzione verso condizioni che richiedano interventi più complessi.

Farmaci e chirurgia farebbero pertanto parte di un unico percorso terapeutico, con un’intensità di trattamento modulata in funzione della gravità della patologia e delle caratteristiche del singolo paziente.

Il tema della produttività

Nella valutazione della Sio entra infine anche una variabile che va oltre il perimetro sanitario: la capacità lavorativa.

Citando dati provenienti dagli Stati Uniti, la Sio fa notare che il trattamento dell’obesità sarebbe associato a un incremento del 27 per cento dell’occupabilità e delle ore lavorate nei pazienti in cura.

Un dato che deve essere letto nel contesto dello studio e della popolazione a cui si riferisce e non può essere automaticamente trasferito al sistema italiano. Ma che introduce una dimensione importante nel dibattito: l’obesità non produce soltanto costi sanitari, ma può avere conseguenze anche sulla partecipazione al mercato del lavoro e sulla produttività.

Su questo punto la Sio aveva già portato all’attenzione del Cnel e del suo presidente Renato Brunetta, sostenendo che la tutela della salute delle persone con obesità possa avere ricadute anche sulla sostenibilità economica e sociale del Paese.

Tag: farmaci antiobesita / semaglutide / sostenibilità terapie avanzate / spesa sanitaria / tirzepatide /

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