Salute cardiometabolica: l’Europa chiamata a fare della prevenzione una politica di sistema

State of Health Lilly
Pubblicato il: 28 Settembre 2026|

La domanda non è più se l’Europa disponga degli strumenti scientifici per intervenire prima sulle malattie cardiometaboliche. Ma piuttosto se i suoi sistemi sanitari siano organizzati per farlo. È attorno a questo passaggio che si è sviluppato “State of Health – The Milan Dialogue”, l’evento promosso da Lilly in occasione del congresso della Società europea per lo studio del diabete (Easd), in corso all’ombra della Madonnina.

Un confronto tra istituzioni, scienziati, associazioni dei pazienti ed esperti di economia sanitaria che ha messo al centro tre parole: prevenzione, diagnosi precoce, accesso. Un’agenda che si incrocia con quella scientifica, considerando che proprio nel corso del consesso è stata lanciata la prima EU Screening Week, dedicata alla sensibilizzazione sui principali fattori di rischio cardiometabolico.

Il tutto mentre, nelle stesse ore, la Federazione europea delle aziende farmaceutiche (Efpia) ha ricordato l’impatto dell’obesità sulla popolazione del Vecchio Continente. Come dire: acquisite queste consapevolezze, non c’è un (ulteriore) attimo da perdere.

La salute entra nell’agenda della competitività

Il punto politico emerso dal confronto – tra i protagonisti anche Antonio Tajani (vicepresidente del Consiglio e ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale), Paolo Gentiloni (già Presidente del Consiglio e già Commissario europeo per l’Economia) Chantal Mathieu (Chair dell’European diabetes forum), Tadej Battelino (Regional chair di Idf Europe) – è il cambio di prospettiva.

La salute non può essere considerata soltanto una voce di spesa pubblica. “La sua tutela – ha affermato Tajani – è fondamentale in ogni società e deve essere una priorità. Se si sta bene si vive a lungo e si è produttivi, dunque il Paese può crescere meglio”. Una popolazione più sana porta al contempo davanti a sé tanto il segno meno (in termini di complicanze e assenze dal lavoro) quanto quello più (partecipazione economica, sostenibilità dei sistemi sanitari).

Lo ha capito anche la Commissione europea, come confermato dalle parole di Gentiloni. “Un’Europa che invecchia e che vede aumentare il peso delle patologie croniche deve riuscire a mantenere più a lungo le persone in buona salute e nella vita attiva”.

Un cambio di paradigma ribadito pure da Mathieu: “I sistemi sanitari sono storicamente progettati per il trattamento acuto e reattivo. Sebbene esistano linee guida per la prevenzione, la loro attuazione è in ritardo: dobbiamo capovolgere questo modello e passare a una cura proattiva”.

La questione, dunque, non riguarda soltanto quanto costi finanziare oggi un intervento preventivo. Riguarda anche quanto costa non farlo (si pensi all’obesità e al dibattito in corso in Italia sulla rimborsabilità delle nuove terapie) e lasciare che il rischio evolva verso una malattia conclamata, le complicanze e un consumo crescente di risorse sanitarie e sociali.

Dai dieci tavoli di lavoro della serata è emerso un messaggio comune: l’Europa conosce con chiarezza la portata della sfida, ma deve ancora dotarsi di strumenti condivisi di misurazione, percorsi adeguatamente finanziati e responsabilità definite per trasformare le evidenze in azione.

Il primo gap è prima della cura

Il secondo messaggio emerso a Milano riguarda il momento in cui intervenire. Nella regione europea dell’International Diabetes Federation, nel 2024 erano 65,6 milioni gli adulti tra 20 e 79 anni con diabete.

Di questi, circa 22 milioni (1 su 3) non avevano ricevuto una diagnosi. Più in generale, però, nel Vecchio Continente a essere frammentati sono i percorsi e gli standard. “Soltanto sei Stati membri – è quanto emerge dal report sviluppato da Lilly – monitorano sistematicamente gli outcome cardiovascolari attraverso le cartelle cliniche elettroniche e la maggior parte non dispone di registri nazionali completi per le malattie cardiovascolari e il diabete”.

Il problema non è soltanto disporre di trattamenti efficaci. Serve riuscire a individuare le persone a rischio quando esiste ancora una finestra utile per modificare la traiettoria della malattia. Come ha ribadito anche in questo contesto Francesco Giorgino, presidente dell’Easd e ordinario di endocrinologia dell’Università di Bari, “il trattamento del diabete di tipo 2 sta evolvendo verso un approccio capace di intervenire prima e non soltanto di inseguire il peggioramento della malattia. C’è però purtroppo un intervallo tra il momento in cui le nuove conoscenze sono generate e il momento in cui vengono applicate: si chiama inerzia terapeutica ed è particolarmente presente in un’area che assorbe il dieci per cento della spesa farmaceutica nazionale”.

Il tema è dunque organizzativo: uno screening produce valore soltanto se il sistema risulta poi in grado di prendere in carico chi è a rischio.

Ma la presa in carico non può fermarsi a un test

Le differenze tra Paesi non implicano la necessità di armonizzare le competenze nazionali, ma un dialogo europeo può contribuire a costruire standard condivisi, protocolli comuni, requisiti di evidenza più allineati e sistemi più solidi di misurazione degli outcome.

L’Europa ha già iniziato questo percorso sul fronte della valutazione clinica attraverso il Regolamento europeo sull’Health technology assessment. Rimane aperta la questione di come misurare in maniera più sistematica il valore dell’intervento precoce e il costo del ritardo, considerando non soltanto la spesa immediata, ma anche gli effetti nel tempo sui percorsi di cura, sulle complicanze e sulla società. Da qui la richiesta emersa dai tavoli di lavoro del Milan Dialogue di rafforzare la misurazione degli outcome, definire benchmark comuni e attribuire responsabilità più precise. Se non si misura quanti pazienti vengono intercettati, presi in carico, trattati e mantenuti nel percorso di cura, diventa difficile capire dove si interrompa la catena della prevenzione.

C’è poi il tema dell’accesso all’innovazione. Anche in questo caso, come ricorda da anni l’Efpia, i tempi da considerare non sono quelli dell’autorizzazione di un nuovo farmaco. I dati vanno letti con cautela, hanno ricordato anche gli esperti intervenuti, dal momento che in gioco entrano molteplici fattori nazionali.

Di fondo, però, c’è una questione ormai centrale nel dibattito europeo: l’autorizzazione regolatoria non coincide con l’accesso effettivo. Ma il tema non riguarda soltanto prezzo e rimborso. Anche dopo la disponibilità formale di una terapia, infatti, persistono ulteriori ostacoli: legati alla diagnosi, alla capacità prescrittiva, alla disponibilità di professionisti e alla presa in carico.

Finanziare oggi per evitare il costo di domani

Al Milan Dialogue la discussione ha dunque riportato al centro il problema della governance e degli orizzonti temporali della programmazione sanitaria.

Le strategie preventive hanno bisogno di continuità, indicatori misurabili e finanziamenti che non siano i primi a essere compressi quando cambiano le priorità di bilancio. Nella sintesi dell’evento, Lilly ha indicato proprio questo squilibrio come uno dei nodi da affrontare. Dave Ricks, chair e ceo glogal, ha osservato che “l’Europa dispone oggi di terapie ed evidenze scientifiche, ma non ancora di sistemi e risorse sufficienti per tradurle pienamente nella pratica”. E ha posto una questione precisa: “Destinare alla prevenzione appena tre centesimi per ogni euro speso in sanità non è sufficiente”.

La questione non rimanda soltanto a quali nuove terapie arriveranno nei prossimi anni. Conta piuttosto come organizzare i sistemi sanitari affinché una persona a rischio venga intercettata prima, presa in carico in modo continuativo e possa accedere tempestivamente all’innovazione quando serve. “Oggi prevenire le patologie cardiometaboliche su larga scala è possibile – ha concluso Ricks – e l’Europa non può permettersi di restare ferma. Siamo a un punto di partenza: cogliere l’opportunità offerta dalla prevenzione cardiometabolica su scala di popolazione significa rafforzare i sistemi sanitari europei, la sostenibilità dei conti pubblici nel lungo periodo e la competitività dell’Europa”.

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