Case di comunità, Schillaci è ottimista sui tempi e apre agli specialisti

A meno di venti giorni dalla scadenza, le ipotesi per dotare le Case di comunità di personale sanitario sono ancora tutte al vaglio. Entro il 30 giugno, secondo i termini indicati dal Pnrr, le strutture dovranno essere pronte e i loro servizi attivi. Stando agli ultimi dati però, poco più della metà ha aperto i battenti. La riforma presentata dal ministro della Salute, Orazio Schillaci, prevedeva, su base volontaria, l’impiego nelle Case dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta che sarebbero stati assunti con contratto di dipendenza dal Servizio sanitario nazionale.
La strada però è stata subito sbarrata dalle sigle che rappresentano le categorie, contrarie alla prospettiva. Il nodo tuttavia resta e al ministro spetta il compito di trovare una soluzione. “Sono ottimista – ha detto Schillaci in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera a proposito dell’apertura delle Case nei tempi –: credo che alla fine riusciremo a trovare una soluzione nell’interesse dei cittadini e non credo che i medici di medicina generale verranno meno a un impegno all’interno delle case di comunità. Io sono un medico e ho fiducia nel senso di responsabilità di tutti i medici che sono profondamente legati alla loro professione”.
Il ministro ha annunciato di voler incontrare il prima possibile sia le Regioni sia i medici. Una volontà confermata dal sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, che dal canto suo ha assicurato che il confronto con i medici di medicina generale, “è già avviato, è in corso da settimane e si sta finalizzando”.
Incontri in vista
Sul come arrivare pronti fra due settimane all’apertura delle Case, il ministro non ha dato dettagli. Al momento “ci sono varie possibilità”, ha annunciato. Sul coinvolgimento dei medici di medicina generale però non ci sono dubbi: “A breve – ha aggiunto – incontreremo la loro rappresentanza e credo che lavorando insieme con loro e con le Regioni riusciremo a trovare, per questa data così importante, una prima definizione”. Una volta che le Case di Comunità saranno operative, “ci sarà più tempo – ha assicurato – per poter pensare a dei cambiamenti anche più impattanti”.
Specialisti nelle Case
Per attivare i servizi nelle Case di Comunità non basterebbero i medici di medicina generale o i pediatri di libera scelta, di questo il ministro è consapevole. Una delle ipotesi a cui il ministero si sta dirigendo è l’eliminazione della incompatibilità, oggi in vigore, che impedisce agli specialisti in forze al Servizio sanitario nazionale di lavorare in altre strutture. “Se – ha detto – uno specialista in neurologia o uno specialista in geriatria che lavora in un ospedale pubblico vuole, al di fuori dell’orario di lavoro e su base volontaria, lavorare e visitare pazienti portando il suo contributo professionale all’interno della medicina territoriale, io credo che questo dovrebbe essere permesso”.
Disponibili ma non tappabuchi
Non chiudono la porta al ministro ma nemmeno intendono riparare alle lacune, i medici rappresentati dalla sigla Anaao Assomed, riguardo alla possibilità di rimuovere l’incompatibilità tra attività ospedaliera e servizio nelle nuove strutture. Siamo “Disponibili al dialogo – ha commentato il segretario nazionale, Pierino Di Silverio – e a lavorare negli ospedali e nelle Case di comunità, ma con un ruolo e non come tappabuchi”. Il lavoro nelle strutture territoriali sarebbe su base volontaria e al di fuori dell’orario di lavoro. “Noi abbiamo le idee molto chiare”, ha detto Di Silverio. “Pensiamo che determinati colleghi, specie dopo una certa età, possano lavorare nelle Case e ancor più negli Ospedali di comunità, che sono caratterizzati da bassa intensità di cura. L’importante è che non siamo considerati l’ultima spiaggia. Da questo punto di vista, il ministro è stato sempre molto corretto. Quello che non accettiamo è che si speri di coartare gli specialisti costringendoli ad andare nelle Case di Comunità come hanno proposto alcune Regioni”.


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