Visite, farmaci ed esami: boom di spesa privata. E cresce la rinuncia alle cure

Pubblicato il: 7 Giugno 2017|

Aumenta la spesa sanitaria a carico dei cittadini e cresce la fuga verso il privato. Sempre più italiani rinunciano alle cure o s’indebitano per pagarsele. Esplodono le diseguaglianze e vacilla il mito di un Servizio sanitario “equo e universale”. È questa, in sintesi, la fotografia che emerge dal nuovo Rapporto Censis-Rbm Assicurazione Salute presentato oggi a Roma in occasione del “Welfare Day 2017”.

La spesa sanitaria privata, sostenuta direttamente dai cittadini, è cresciuta del 4,2% tra il 2013 e il 2016 e ha raggiunto 35,2 miliardi di euro. Un incremento più alto di quello relativo ai consumi totali delle famiglie, cresciuti del 3,4% nello stesso periodo. La salute, in sostanza, pesa sempre più gravemente sui bilanci degli italiani: 13 milioni di cittadini nell’ultimo anno hanno sperimentato difficoltà economiche e una riduzione del tenore di vita per far fronte a spese sanitarie di tasca propria, 7,8 milioni hanno dovuto utilizzare tutti i propri risparmi o indebitarsi con parenti, amici o con le banche, e 1,8 milioni sono entrati nell’area della povertà.

L’impatto delle spese sostenute di tasca propria è più forte al Sud, dove il 53,8% dei cittadini ha sperimentato difficoltà economiche per curarsi. A seguire, le regioni del Centro (35,2%) e del Nord (21,8%). E più si invecchia, più si deve mettere mano al portafoglio per pagarsi le cure: un anziano spende più del doppio rispetto a un millennial e quasi il 50% in più rispetto a un babyboomer.

Il numero di persone che nell’ultimo hanno ha rinunciato (o l’ha rinviata) ad almeno una prestazione sanitaria per ragioni economiche è cresciuto notevolmente: 12,2 milioni, circa un milione e 200mila in più rispetto all’anno scorso (+11%). Le voci di spesa che mettono più in difficoltà gli italiani sono nove: le visite specialistiche (74,7%), seguite dall’acquisto dei farmaci o dal pagamento del ticket (53,2%), per proseguire con gli accertamenti diagnostici (41,1%), l’odontoiatria (40,2%), le analisi del sangue (31%), lenti e occhiali da vista (26,6%), le prestazioni di riabilitazione (14,2%), protesi, tutori, ausili vari (8,9%), e infine le spese di assistenza sociosanitaria. E il costo dei ticket rende spesso il privato più “conveniente” rispetto al pubblico.

Perché gli italiani devono ricorrere di più al privato e pagare di tasca propria? Il report Censis-Rbm individua nelle liste d’attesa e nei ticket le cause principali. Per una mammografia si attendono in media 122 giorni (60 in più rispetto al 2014) e nel Mezzogiorno l’attesa arriva a 142 giorni. Per una risonanza magnetica si attendono in media 80 giorni (+6 giorni rispetto al 2014), ma al Sud sono necessari 111 giorni.

Se “più di un italiano su quattro non sa come far fronte alle spese necessarie per curarsi” e la spesa sanitaria privata, che oggi vale circa 580 euro pro-capite, “nei prossimi dieci anni è destinata a raggiungere la soglia di mille euro”, secondo Marco Vecchietti, consigliere delegato di Rbm Assicurazione Salute, siamo di fronte al rischio di “un crac finanziario e assistenziale del Ssn”. Secondo Vecchietti, dobbiamo “prendere atto che oggi abbiamo un universalismo sanitario di facciata, fonte di diseguaglianze sociali, a cui va affiancato un secondo pilastro sanitario integrativo per rendere il nostro Ssn più sostenibile, più equo e veramente inclusivo”.

E’ questo il tema di fondo di tutto il Welfare Day: proporre modelli alternativi, prima che sia troppo tardi. Come sempre, si parte dai numeri: solo il 20% degli italiani riesce a tutelarsi attraverso una polizza sanitaria integrativa, prevista dal proprio Ccnl o dalla propria azienda o stipulata individualmente, rispetto alla quasi totalità dei francesi (circa il 97,5%) e a più di un terzo dei tedeschi (oltre il 33%). Si tratta di sistemi sanitari molto diversi tra loro, ma il nostro Paese perde il confronto anche per quanto riguarda i trend della spesa sanitaria pubblica: in Italia arretra con una riduzione del valore pro-capite dell’1,1% all’anno in termini reali dal 2009 al 2015 (dato Corte dei Conti). In Francia, nello stesso periodo, è cresciuta dello 0,8% e in Germania del 2% all’anno.

Rbm Salute ha portato al Welfare Day due ipotesi di riforma del sistema. La prima è quella di realizzare “un secondo pilastro sanitario complementare per tutti i cittadini”, come avviene in Francia: significa – spiega Rbm –   evitare di far pagare di tasca propria le cure a 36 milioni di italiani intermediando collettivamente la spesa sanitaria privata e garantendo al sistema sanitario la disponibilità di 22 miliardi di euro/annui aggiuntivi ed un contenimento della spesa sanitaria privata da 8,7 miliardi di euro a 4,3 miliardi annui.

In alternativa, c’è anche il modello tedesco: il cosiddetto “opting out”, che prevede un’assunzione di responsabilità per i cittadini con redditi più alti (15 milioni di cittadini) mediante l’assicurazione privata della totalità delle loro cure sanitarie con un risparmio previsto spesa sanitaria pubblica dai 18,5 miliardi di euro a 3,1 miliardi annui da investire a favore dei cittadini più bisognosi (economicamente ed a livello di salute).

Dal Welfare Day un messaggio chiaro alla politica: “È giunto il momento di scrivere nuove regole che possano preservare i fondamentali del nostro sistema sanitario. In quest’ottica auspico che anche la paventata riforma dei ticket allo studio del ministro Lorenzin tenga ben presente che un Secondo Pilastro sanitario può rappresentare un’importante leva aggiuntiva per le policy in ambito sanitario del nostro Paese senza la quale fare i conti sarà sempre più difficile”, conclude Vecchietti. 

Tag: assicurazioni / censis / liste d'attesa / Marco Vecchietti / out of pocket / Rbm / sanità integrativa / secondo pilastro / spesa / Welfare Day /

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