Antibioticoresistenza: anche l’ambiente va controllato

antibiotici nell'ambiente
Pubblicato il: 6 Giugno 2022|

Nel Piano nazionale di contrasto dell’antimicrobico-resistenza (Pncar) 2017-2020 (prorogato fino al 2021) non ve ne è praticamente traccia, eppure anche l’ambiente ha la sua parte nello sviluppo dell’antibioticoresistenza.

Come sosteneva il microbiologo francese René Dubos già nel lontano 1942, quando i primi antibiotici videro la luce, la resistenza agli antibiotici è una reazione naturale e inevitabile che i microrganismi sviluppano nei confronti delle sostanze antibatteriche presenti nell’ambiente. Quello che si è scoperto con il tempo è invece che il numero dei geni di resistenza naturalmente presenti può aumentare di tre o quattro ordini di grandezza a causa della pressione di origine antropica, dovuta al sovrautilizzo e/o all’utilizzo errato di antibiotici in medicina umana e veterinaria. Inoltre, allo stesso tempo, si è capito che oltre ai geni o ai batteri resistenti, gli stessi farmaci anti batterici possono persistere per diverso tempo nell’ambiente dopo l’uso, contaminando la catena alimentare e promuovendo anch’essi ulteriormente lo sviluppo di nuove resistenze.

Indagine sulle acque reflue

Spiega Sara Castiglioni, capo dell’Unità di Biomarkers ambientali del Dipartimento di Ambiente e Salute dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano: “Gli antibiotici non totalmente metabolizzati dal corpo umano e i loro metaboliti attivi vengono escreti con le urine e le feci immettendosi nelle acque reflue urbane. Passano attraverso i depuratori che però non sono costruiti per gestire o degradare queste sostanze, le quali possono persistere per molto tempo nelle acque depurate per poi confluire nei corsi d’acqua, come fiumi, laghi e mare”.

Un problema poco noto

Oggi si sa che i geni di resistenza possono diffondersi nell’ambiente tramite diverse vie. Per esempio attraverso fonti diffuse di contaminazione, come aree ad agricoltura intensiva, distretti industriali, attività umane distribuite sul territorio. O sorgenti puntiformi, cioè impianti zootecnici intensivi, acquacoltura, scarichi fognari urbani e ospedalieri e di attività industriali per la produzione di sostanze antibiotiche. Si sa anche che possono influenzare lo sviluppo di geni di resistenza, ma non è chiaro con quali meccanismi e in che misura. Inoltre non è nota anche l’ampiezza del problema perché come denuncia l’Istituto superiore di sanità (Iss), “nella gran parte delle nazioni, manca del tutto un monitoraggio massivo e geograficamente significativo delle dinamiche di antibioticoresistenza, prerequisito fondamentale per sviluppare azioni di mitigazione dell’inquinamento, sia a livello locale sia regionale o nazionale”.

Proprio su questo fronte da tempo è impegnato il laboratorio di Sara Castiglioni che sta conducendo diversi studi per valutare la quantità di antibiotici nell’ambiente, in modo da sommare i dati a quelli relativi alla quantità di geni di resistenza presenti nell’ambiente per avere un’idea del fenomeno ambientale.

Contaminanti “semi-persistenti”

Difficile stimare la diffusione degli antibiotici nell’ambiente, anche perché si tratta di un fenomeno altamente variabile a seconda della zona. Castiglioni per esempio cita il caso della Lombardia, i cui fiumi – scorrendo in una regione altamente abitata –  ricevono elevate quantità di reflui trattati dagli impianti di depurazione e presumibilmente conterranno anche una discreta quantità di antibiotici. L’esperta tiene a sottolineare che al momento non è noto se tali concentrazioni siano realmente pericolose. “Possiamo però dire che si tratta di contaminanti ubiquitari. Gli antibiotici e i loro metaboliti sono ‘semi-persistenti’ perché nonostante alcuni si degradino sono continuamente usati dalla popolazione, anche se con variabilità stagionale, e reimmessi di continuo nell’ambiente”.

Controllate ma non normate

Castiglioni, che con il Mari Negri ha partecipato alla stesura del “Rapporto ISTISAN 21/3 – Approccio ambientale all’antibioticoresistenza”, che l’Iss ha prodotto in collaborazione con il Ministero della transizione ecologica, lʼISPRA, il CNR e l’Università di Roma Tor Vergata, riferisce che lo scopo del documento era anche capire come ci si sta muovendo a livello di normativo per valutare quali siano i livelli ammissibili di antibiotici nelle acque ambientali. Al momento infatti tali quantità non sono fissate ma solo controllate come precisa Castiglioni. “Alcune classi di antibiotici tra le più importanti – come fluorochinoloni e macrolidi, ma anche penicilline come l’amoxicillina – sono entrate a fare parte di una lista di sorveglianza, che come tali devono essere monitorate con programmi ben definiti, per valutare la potenziale pericolosità a livello ambientale” afferma.

Le azioni da intraprendere

Il documento riporta inoltre una serie di azioni che possono essere intraprese per gestire in modo corretto l’antibioticoresistenza a livello ambientale, contribuendo ad arginare il fenomeno.  Riassume Castiglioni: “Innanzitutto è importante smaltire correttamente i farmaci scaduti in farmacia, in modo che non finiscano nelle acque di scarico. Questo è un contributo che ciascuno può dare. Poi è fondamentale una prescrizione corretta di antibiotici in ambito umano e una revisione della gestione degli antibiotici e dei rifiuti negli allevamenti intensivi. Ancora, può essere utile utilizzare nei depuratori dei reflui civili e ospedalieri, tecnologie idonee per rimuovere i contaminanti in modo più efficace, prima che raggiungano l’ambiente”.

Home page rubrica: “Antibioticoresistenza, sinergia di azioni per contrastare il fenomeno”

Sponsor dell’iniziativa è GSK. GSK non ha avuto alcun ruolo nella review dei contenuti, redatti autonomamente ed integralmente da AboutPharma e dai propri collaboratori, che se ne assumono l’esclusiva responsabilità

Tag: antibioticoresistenza sinergia di azioni per contrastare il fenomeno / antimicrobicoresistenza / piano nazionale di contrasto dell’antimicrobico resistenza 2017-2020 (pncar) / pncar /

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