Antibioticoresistenza, il settore veterinario fa la sua parte per contrastarla

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Pubblicato il: 23 Maggio 2022|

Oltre il 50% degli antibiotici utilizzati globalmente viene consumato in ambito veterinario. Lo segnala il Piano nazionale di contrasto dell’antimicrobico-resistenza (Pncar) 2017-2020, sottolineando come tale uso contribuisca al problema dell’antimicrobicoresistenza, poiché aumenta anch’esso la pressione selettiva e la diffusione dei batteri resistenti, che possono trasferirsi dall’animale all’uomo sia per contatto diretto o mediante alimenti di origine animale, sia indirettamente, attraverso più complessi cicli di contaminazione ambientale. Non a caso, secondo l’approccio One Health, per contrastare l’antibioticoresistenza è importante agire in sinergia e contemporaneamente su tutti i fronti: umano, veterinario e ambientale.

Un mito da sfatare

Gli antibiotici sono utilizzati sia per la cura dei pet sia per gli animali da allevamento, in misura non troppo diversa al contrario di quanto si pensi. “Il numero di ricette è molto più elevato per gli animali da compagnia” precisa Giovanni Re, docente di farmacologia veterinaria presso il Dipartimento di Scienze veterinarie dell’Università degli Studi di Torino. “L’idea che il consumo di antimicrobici sia maggiore negli allevamenti è un mito da sfatare. Può darsi che un tempo fosse così ma oggi il nostro Servizio sanitario nazionale, che è uno dei migliori d’Europa, fa sì che tutto ciò che esce dagli allevamenti sia altamente controllato”.

Re in particolare fa riferimento al Piano nazionale residui, cioè il piano che raccogliere i dati sui residui di tutti i farmaci presenti nelle derrate alimentari, che secondo l’esperto è assolutamente confortante (la non conformità è pari allo 0,1-0,2%). Il dato si desume anche grazie al sistema di prescrizione e registrazione elettronica, quest’ultimo attivo da gennaio 2022 grazie al nuovo regolamento (Ue) 2019/6 sui medicinali veterinari, che obbligano a segnalare il trattamento farmacologico e rispettare i tempi di attesa necessari per trasformare l’animale in derrata alimentare (i tempi sono stabiliti a livello europeo da studi che determinano quando la molecola è scesa al di sotto dei livelli non pericolosi per l’uomo, quindi cautelativi anche se l’uomo assumesse una determinata derrata alimentare per tutta la sua vita). Una rassicurazione per i consumatori, ma anche per la lotta all’antimicrobicoresistenza, che sempre negli ultimi anni ha visto passi avanti notevoli nel settore zootecnico.

I controlli funzionano

La prima buona notizia è il calo dei consumi in Italia. Il settore veterinario infatti, a partire dal 2014, ha ridotto notevolmente l’utilizzo di farmaci antibatterici nella filiera zootecnica, evidenziando un uso complessivo di antibiotici per kg di biomassa addirittura minore rispetto all’ambito umano. Lo attesta l’ultimo rapporto dell’European centre for disease prevention and control (Ecdc) denominato “Antimicrobial Resistance in the EU/EEA – A One Health response” elaborato su dati aggiornati al 2018 nei 29 paesi dell’Ue/See. Stando al rapporto sono state 4264 le tonnellate di antibiotici impiegate nel settore umano, corrispondenti a un consumo medio di 133 mg di sostanza attiva per kg di biomassa stimata. Negli animali da produzione alimentare invece sono state registrate 6358 tonnellate di antibiotici, corrispondenti a 105 mg per kg di biomassa stimata.

Il miglioramento fin qui descritto è stato raggiunto anche grazie al sistema di ricetta elettronica partito in Italia e Spagna addirittura due anni prima dell’entrata in vigore del citato nuovo Regolamento europeo, adottato anche in risposta alle vendite di antibiotici troppo elevate rispetto a quelle degli altri Stati membri. Commenta Re: “Oggi il farmaco veterinario è totalmente tracciato e grazie a tale sistema di controllo e a tutte le iniziative messe in atto, la riduzione è stata pari a circa il 30% annuo. L’Italia è uno dei Paesi che ha ridotto forse maggiormente i consumi ma purtroppo partiva da numeri circa cinque-sei volte superiori rispetto a Paesi come Germania o Danimarca. Motivo per cui benché sulla bona strada, non si è ancora riusciti a raggiungere i livelli di altri Stati europei più virtuosi”.

Il caso colistina

Re spiega anche che in base ai dati raccolti nella modalità elettronica prevista dal nuovo Regolamento europeo il nostro Paese avrebbe ridotto il consumo di antibiotici tra l’80 e il 90-95% in certe tipologie di allevamento. Un esempio: “Avevamo cinque anni di tempo – spiega il docente – per eliminare l’uso della colistina per la medicazione orale, perché utilizzabile per le patologie respiratorie sostenute da germi resistenti in ambito umano, e già oggi non è praticamente più utilizzata in ambito zootecnico. I sistemi di controllo ci sono, bisogna rassicurare i consumatori, il mondo della scienza e della sanità, perché il settore veterinario si sta muovendo e sta facendo la sua parte”.

La lista dei farmaci “vietati”

Dopo due anni di attesa inoltre, lo scorso primo marzo l’Agenzia europea dei medicinali (Ema) ha diffuso un parere scientifico sulla designazione degli antimicrobici da riservare al trattamento di alcune infezioni umane, al fine di preservare la loro efficacia e ridurre il rischio dell’antibioticoresistenza per la salute pubblica. Un documento che servirà alla Commissione europea per produrre poi un atto esecutivo. Un passo importante come ricorda anche Re: “Il parere espresso dall’Ema limita l’uso da parte dei veterinari di farmaci cruciali per la salute umana”.

I motivi del successo

Gli obiettivi previsti per l’Italia sono stati raggiunti secondo l’esperto grazie alla formazione e all’informazione fatta in questi anni, all’applicazione delle norme sull’uso prudente da parte dei veterinari e ai sistemi di controllo del Servizio sanitario nazionale uniti al già citato Pncar, partito nel 2017 e in attesa di rinnovo. Continua Giovanni Re: “Il ministero della Salute ha emanato linee guida molto chiare, anticipando il nuovo Regolamento europeo e suddividendo gli antibiotici in diverse classi con priorità differenti, in base alle indicazioni fornite dall’Oms o dall’Ema. Ciò aiuta il veterinario a scegliere l’antibiotico a minor impatto sull’antibioticoresistenza”. Il professore ricorda che esistono farmaci classificati come prima, seconda o terza scelta in base al rischio di indurre resistenza e che al fine di preservare la loro efficacia devono essere utilizzati a scalare quando il precedente non funzioni più e/o a seguito di una indicazione specifica da antibiogramma. Non da ultimo i nuovi Regolamenti europei, 2019/6 per i farmaci e 2019/4 per i mangimi medicati, prevedono restrizioni sull’utilizzo degli antibiotici in prevenzione e in metafilassi.

Il peso dei pet

C’è poi il comparto degli animali da compagnia, secondo Giovanni Re sottoposti a terapia antibiotica addirittura quanto gli umani con un impatto sull’Amr che non va trascurato allo stesso modo. L’aggravante, rispetto agli animali da reddito, è che i pet vivono in comunità e in stretto contatto con i proprietari e le loro famiglie con il rischio potenziale di scambiarsi vicendevolmente batteri o “geni di resistenza”, ovvero porzioni di Dna che possono essere trasferiti da un batterio all’altro conferendo la capacità di sfuggire ai farmaci. “Animale e proprietario possono avere pattern di resistenza simili” sottolinea Re. Dati a riguardo sono emersi anche da un recente lavoro condotto dai ricercatori dell’università di Lisbona e del Royal Veterinary College di Londra presentato nel corso dell’European Congress of Clinical Microbiology & Infectious Diseases. Ma il campo resta ancora aperto e da studiare.

Puntare in alto

Nonostante i primi risultati già raggiunti grazie ai nuovi sistemi elettronici di tracciamento e prescrizione, restano ulteriori margini di miglioramento. Conclude Re: “I risultati si vedranno spero tra qualche anno. Prima di tutto perché saranno disponibili i dati sugli antibiotici usati e non solo su quelli venduti. Secondo, perché il nuovo Regolamento, che non può essere modificato dallo Stato che lo recepisce, introduce norme più stringenti. Il che dovrebbe portare l’Italia, in tempi relativamente brevi agli obiettivi previsti, grazie anche allo sforzo dei medici veterinari liberi professionisti che lavorano sul campo tutti i giorni e di chi fa parte della medicina veterinaria di controllo (farmacosorveglianza) sulla sanità degli allevamenti e delle derrate alimentari”.

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Sponsor dell’iniziativa è GSK. GSK non ha avuto alcun ruolo nella review dei contenuti, redatti autonomamente ed integralmente da AboutPharma e dai propri collaboratori, che se ne assumono l’esclusiva responsabilità

Tag: antibioticoresistenza / antibioticoresistenza sinergia di azioni per contrastare il fenomeno / settore veterinario / università degli studi di torino /

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