Antibioticoresistenza in Italia: le percentuali restano elevate ma in diminuzione per alcuni batteri

Pubblicato il: 22 Aprile 2022|

Escherichia coli, Klebsiella pneumoniae, Pseudomonas aeruginosa e Acinetobacter species (Gram-negativi) e Staphylococcus aureus, Streptococcus pneumoniae, Enterococcus faecalis, Enterococcus faecium (Gram-positivi). Sono i “sorvegliati speciali”. Gli otto patogeni isolati da infezioni invasive (batteriemie e meningiti, sia acquisite in ambito comunitario che associate all’assistenza sanitaria) più propensi a sviluppare resistenza verso alcuni antibiotici e per tale motivo monitorati dalla rete di sorveglianza italiana ed europea. “Super bug” che nel 2020 hanno mantenuto percentuali elevate di resistenza alle principali classi di antibiotici ma con qualche flessione nei trend, Questo mostrano i più recenti dati sull’antibioticoresistenza in Italia, pubblicati dal sistema di sorveglianza AR-ISS coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss) lo scorso 18 novembre 2021 in occasione della “Giornata europea degli antibiotici”.

Trend in discesa…

Dal rapporto stilato dall’AR-ISS sull’antibioticoresistenza in Italia emerge un calo della percentuale di resistenza alle cefalosporine di terza generazione in Escherichia coli, passata dal 30,8% del 2019 al 26,4 del 2020. In un arco di tempo più ampio, dal 2015 al 2020, è diminuita anche la resistenza nei confronti degli aminoglicosidi (dal 18,4% del 2015 al 15,2% del 2020) e in modo più marcato per i flurochinoloni (dal 44,4% del 2015 al 37,6% del 2020).

“La diminuzione di questi ultimi antibiotici viene messa in relazione anche alla raccomandazione dell’Ema del 2018, per una forte restrizione della loro prescrizione. Avvenuta in seguito ad una revisione degli effetti indesiderati potenzialmente di lunga durata e invalidanti”. Lo spiega Roberto Mattina, Professore Ordinario di Microbiologia e Microbiologia Clinica e Direttore della Scuola di Specializzazione in Microbiologia e Virologia, Università degli Studi di Milano.

“Questi antibiotici sono stati largamente usati in terapia empirica per il trattamento delle infezioni delle vie urinarie – continua – poiché l’80-90% di tutte le cistiti acute non complicate che si riscontrano a livello ambulatoriale sono causate dall’E. coli. Per queste patologie si potrebbero usare valide alternative, suggerite tra l’altro dalle linee guida nazionali e internazionali. Come la fosfomicina trometamolo e la nitrofurantoina nei cui confronti i ceppi di E. coli mostrano livelli molto bassi di resistenza”.

Un trend in discesa è stato evidenziato anche per i batteri Gram-negativi Escherichia coli e Klebsiella pneumoniae di cui, rispettivamente, il 33,1% e il 10% degli isolati sono risultati multi-resistenti a cefalosporine di III generazione, aminoglicosidi e fluorochinoloni nel 2020. Allo stesso modo Pseudomonas aeruginosa ha registrato una resistenza a tre o più antibiotici (piperacillina-tazobactam, ceftazidime, carbapenemi, aminoglicosidi e fluorochinoloni) del 12,5%, anch’essa in calo rispetto agli anni precedenti.

…e in salita per l’antibioticoresistenza in Italia nel 2020

Restando sempre nel gruppo dei Gram-negativi, Acinetobacter spp. nell’ultimo anno ha mostrato una percentuale di multi-resistenza a fluorochinoloni, aminoglicosidi e carbapenemi particolarmente alta, pari al 78,8%, e in ulteriore aumento. Per lo stesso patogeno è stato segnalato anche un aumento nei confronti dei soli carbapenemi con valori che sono arrivati a toccare l’80,8%. In salita anche la resistenza nei confronti di questa classe di antibiotici per Pseudomonas aeruginosa, pari al 15,9% e per Klebsiella pneumoniae, passata dal 28,5% del 2019 al 29,5% attuale, dopo una lieve flessione osservata negli anni precedenti. Un preoccupante trend in aumento è stato riscontrato anche nella percentuale di isolati di Enterococcus faecium resistenti alla vancomicina, pari a 23,6%. Stabile invece lo Staphylococcus aureus resistente alla meticillina (Mrsa) la cui percentuale di ceppi resistenti si è attestata intorno al 34%.

Il caso Streptococcus pneumoniae

Nel 2020 c’è stato anche un lieve aumento per Streptococcus pneumoniae sia della percentuale di isolati resistenti alla penicillina (dal 9,1% nel 2018 al 13,6% nel 2020) che di quelli resistenti all’eritromicina (dal 20,3% al 24,5%). Un trend in discesa per entrambi dal 2015 al 2018, poi risalito appunto negli ultimi due anni, con maggior enfasi per l’eritromicina. “La minor resistenza relativa ai betalattamici è dovuta probabilmente al fatto che penicilline e cefalosporine sono più lente a indurre resistenza rispetto ai macrolidi” precisa Mattina.

Ma non solo, “nel 1996 – ricorda il microbiologo – quando vennero messe a disposizione dei medici la claritromicina e l’azitromicina, la resistenza dello pneumococco e soprattutto dello Streptococcus pyogenes di gruppo A, principale responsabile delle faringo-tonsilliti batteriche, verso questi due antibiotici aumentò vertiginosamente in alcune zone d’Italia, per via di una prescrizione eccessiva da parte dei medici, dovuta molto probabilmente al comodo regime di somministrazione. Ciò confermerebbe che la resistenza è fortemente legata all’abitudine prescrittiva da parte dei medici di medicina generale e dei pediatri, così come all’utilizzo che si fa di alcuni antibiotici in ambito veterinario somministrati per lo più con finalità auxiniche”.

Un dato confermato anche durante il lockdown, quando è stata riscontrata una notevole diminuzione di prescrizione con l’eccezione dell’azitromicina, usata in modo irrazionale nel trattamento dei pazienti affetti da Covid-19.

Le quattro principali combinazioni patogeno/antibiotico

Oltre allo S. aureus resistente alla meticillina (Mrsa), esistono altre tre combinazioni patogeno/antibiotico particolarmente rilevanti per la sorveglianza AR-ISS: l’E. faecium resistente alla vancomicina (Vre-faecium), l’E. coli resistente alle cefalosporine di terza generazione (Crec) e il K. pneumoniae resistente ai carbapenemi (Crkp).

Tutti e quattro sono monitorati anche a livello europeo dalla sorveglianza Ears-Net (European Antimicrobial Resistance Surveillance Network) coordinata dall’Ecdc (European Centre for Disease Prevention and Control) che raccoglie i dati di antibioticoresistenza di 29 Paesi europei. Tra cui l’Italia appunto, che partecipa grazie alle informazioni inviate da 153 laboratori distribuiti su tutte le Regioni (a esclusione della Sardegna che nel 2020 non ha contribuito alla sorveglianza).

L’andamento negli ultimi sei anni dell’antibioticoresistenza in Italia

Come già ricordato negli ultimi sei anni la percentuale di Mrsa si è mantenuta piuttosto stabile nel tempo. Mentre secondo un modello di analisi multivariata (in cui si è tenuto conto delle caratteristiche demografiche dei pazienti, del reparto ospedaliero di ricovero, dell’area geografica e della variabilità tra i laboratori partecipanti) Vre-faecium ha mostrato un trend in salita e Crec e Crkp in discesa.

In particolare i ceppi di E. faecium resistenti alla vancomicina, sono passati dall’11,1% del 2015 al 23,6% del 2020. Mentre la percentuale di isolati di E. coli resistenti alle cefalosporine di terza generazione è arrivata al 26,4% dopo essere rimasta stabile intorno al 30%, fino al 2019. E la percentuale di isolati di K. pneumoniae resistenti ai carbapenemi è passata dal 33,2% del 2015 al 26,8% del 2018, per poi risalire nel 2019 (28,5%) e 2020 (29,5%).

Enterobatteri resistenti ai carbapenemi

Sempre in Italia, i dati della sorveglianza nazionale dedicata alle batteriemie causate da enterobatteri resistenti ai carbapenemi (Cre), hanno confermano la loro larga diffusione soprattutto in pazienti ospedalizzati. Il tasso di incidenza standardizzato per età (IRst) di 3,3 su 100 mila residenti è inferiore rispetto al 2019 (IRst 3,6 su 100.000 residenti). Ma stabile rispetto al triennio 2016-2018 (IRst di 3,3 su 100.000 residenti), con la maggior incidenza di casi segnalati in Centro Italia. I soggetti maggiormente coinvolti sono stati maschi, in una fascia di età compresa tra 60 e 79 anni, ospedalizzati e ricoverati nei reparti di terapia intensiva.

I dati europei

Nella Regione europea dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) invece i dati raccolti dalla la rete Ears-Net e dalla Central Asian and European Surveillance of Antimicrobial Resistance (Caesar) nell’ultimo rapporto fornito dall’Ecdc, evidenziano preoccupanti percentuali di resistenza alle cefalosporine di terza generazione (superiori o uguali al 25% per il 30% dei paesi) e ai carbapenemi per K. pneumoniae (che variano dal 10% segnalato da sei Paesi al 50% o oltre di 18 paesi appartenenti alla Regione meridionale e orientale).

Così come le alte percentuali di Acinetobacter spp resistente ai carbapenemi, anch’esse ampiamente variabili da meno dell’1% in tre dei 38 paesi che hanno riportato dati su questo microrganismo a un valore pari o superiore al 50% in 21 paesi, principalmente nell’Europa meridionale e orientale. A destare preoccupazione infine è anche la recente comparsa di E. coli resistente ai carbapenemi.

Il gradiente di resistenza

Tali dati mettono in risalto anche una differenza nella resistenza agli antibiotici a seconda della Regione geografica, con tassi più elevati osservati nelle parti meridionali e orientali. In particolare nella Regione europea (ma anche nei Paesi dell’Unione europea/Spazio economico europeo, Ue/See) esiste un gradiente di resistenza da Nord a Sud e da Ovest a Est più evidente per i batteri gram-negativi. Grandi differenze si registrano anche nelle percentuali di P. aeruginosa resistente ai carbapenemi, E. coli resistente alle cefalosporine di terza generazione e E. faecium resistente alla vancomicina.

Si legge ancora nel rapporto: “Poiché i microrganismi batterici resistenti agli antimicrobici non possono essere contenuti all’interno dei confini o delle regioni (come ha insegnato anche la recente pandemia, n.d.r.), questi risultati sottolineano la necessità di un’azione concertata per combattere la resistenza antimicrobica in tutta la Regione europea dell’Oms”. I dati infatti suggeriscono anche una possibile diffusione di cloni resistenti nelle strutture sanitarie. Così come gravi limiti nelle opzioni di trattamento in molti Paesi per i pazienti con infezioni causate da tali agenti patogeni.

I Paesi dell’Ue/See

Stringendo il campo ai Paesi dell’Ue/See, la maggior parte delle combinazioni di specie batteriche e antimicrobici hanno mostrato una tendenza significativamente decrescente. O nessuna tendenza significativa nella percentuale media di antimicrobicoresistenza (Amr) durante il periodo 2016-2020. Con l’eccezione di E. coli e K. pneumoniae resistenti ai carbapenemi e E. faecium alla vancomicina, per i quali vi è stato un aumento significativo. Nello stesso arco di tempo la percentuale di isolati di Mrsa è diminuita. Anche se S. aureus resta un patogeno importante nell’Ue/See, con livelli di resistenza elevati in diversi Paesi. Una tendenza decrescente è stata osservata infine, anche per la resistenza ai macrolidi in S. pneumoniae.

“Le percentuali di antimicrobicoresistenza per le combinazioni di specie batteriche-gruppo di antimicrobici sotto sorveglianza continuano a essere complessivamente elevate nell’Ue/See e ampiamente variabili” riporta il documento. “Ciò evidenzia la necessità di una significativa riduzione dell’Amr. Attraverso interventi per migliorare la prevenzione e il controllo delle infezioni e le pratiche di gestione antimicrobica” suggeriscono in conclusione gli esperti.

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Tag: antibioticoresistenza sinergia di azioni per contrastare il fenomeno / azitromicina / Iss / Istituto Superiore di Sanità / universita studi di milano /

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