C3G e IC-MPGN, la sfida della diagnosi precoce nelle glomerulopatie rare

Ci sono malattie renali silenziose, che possono svilupparsi senza manifestazioni cliniche evidenti o con sintomi aspecifici, rendendo più difficile arrivare rapidamente a una diagnosi. È il caso della glomerulopatia da C3 (C3G) e della glomerulonefrite membranoproliferativa da immunocomplessi (IC-MPGN), due patologie renali rare, accomunate da alcune caratteristiche cliniche e istologiche, ma sostenute da meccanismi biologici differenti.
“È praticamente impossibile distinguere le due condizioni sulla base dei soli segni e sintomi” spiega in una videointervista ad AboutPharma Luigi Biancone, responsabile della Struttura complessa di Nefrologia, Dialisi e Trapianto dell’Azienda ospedaliero-universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino. “Il riconoscimento avviene attraverso la biopsia renale e l’analisi dei tessuti. Si tratta però di differenze molto sottili, tanto che la classificazione di queste patologie ha richiesto anni di studi ed è stata modificata più volte nel corso del tempo”.
Ci
Due malattie simili nei sintomi, ma diverse nei meccanismi biologici
C3G e IC-MPGN rientrano nel gruppo delle glomerulopatie, malattie che interessano i glomeruli, le strutture del rene deputate alla filtrazione del sangue. La prima è caratterizzata da una disregolazione della via alternativa del complemento, che determina l’accumulo della proteina C3 nei glomeruli, la seconda invece è caratterizzata anche dalla presenza di immunoglobuline depositate nel glomerulo, oltre che di componenti del complemento, in particolare C3.
“È proprio l’analisi del rapporto tra queste componenti e delle caratteristiche dei depositi che permette al nefropatologo di distinguere, nella maggior parte dei casi, una forma dall’altra” chiarisce Biancone, ricordando anche come la diagnosi precoce sia fondamentale in questi casi, perché permette di individuare tempestivamente un processo infiammatorio in corso che, nel tempo, può compromettere la struttura renale.
“Quando il processo infiammatorio colpisce il rene può determinare la perdita delle strutture dei glomeruli, lasciando cicatrici che non possono più essere recuperate”.
Il percorso diagnostico: dai primi segnali alla biopsia renale
Proprio il riconoscimento tempestivo delle malattie rappresenta una delle principali sfide lungo il percorso diagnostico, secondo Biancone. Queste patologie, infatti, possono essere asintomatiche o presentarsi con sintomi che non portano immediatamente a pensare alla necessità di effettuare controlli della funzione renale. “Finché non compaiono manifestazioni più evidenti, come il gonfiore alle gambe dovuto agli edemi o l’ipertensione, spesso non si arriva a un approfondimento” sottolinea l’esperto.
Il primo passo consiste nell’eseguire alcuni semplici esami, come quelli ematochimici che permettono di valutare la funzione renale, e l’esame delle urine, che può evidenziare la presenza di proteinuria o microematuria.
“Una volta emerse queste alterazioni, però, si presenta una seconda criticità: è necessario che il paziente venga indirizzato tempestivamente al nefrologo” continua Biancone. “Questo passaggio non sempre avviene in modo rapido e può determinare ulteriori ritardi”.
Anche la biopsia renale può rappresentare un passaggio critico, sia perché non tutti i centri hanno la stessa capacità organizzativa e la stessa rapidità nell’esecuzione della procedura, sia perché arrivare tardi alla valutazione nefrologica può compromettere la possibilità di ottenere una diagnosi definitiva. Quando il danno funzionale renale è ormai avanzato e la struttura del rene è compromessa anche nelle dimensioni, infatti, la biopsia può non venire più eseguita presso molte realtà, rendendo più difficile identificare correttamente la patologia e indirizzare il paziente verso il trattamento più appropriato.
Serve una maggiore consapevolezza
Dopo la diagnosi inizia poi un percorso di gestione a lungo termine, che coinvolge il nefrologo e il paziente in un follow-up continuativo. La durata e l’intensità del monitoraggio dipendono dall’andamento della malattia e dalla risposta ai trattamenti.
Rimane però aperta una sfida organizzativa: migliorare la conoscenza delle malattie renali e favorire un accesso più rapido ai centri con esperienza specifica. “In Italia abbiamo una percentuale significativa, che arriva all’8%, di persone che hanno un qualche problema renale, ma sono molto pochi quelli che arrivano poi allo specialista”, ricorda Biancone.
Per le malattie rare, e in particolare per quelle ultra-rare come C3G e IC-MPGN, la necessità di aumentare la consapevolezza riguarda tutti. “È importante che questa conoscenza sia diffusa, perché altrimenti queste condizioni possono essere sottostimate o i pazienti non vengono riferiti ai centri che si occupano proprio di queste malattie”, conclude il nefrologo.


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