Comunicazione del rischio sanitario in Italia, da dove ripartire

Pubblicato il: 9 Maggio 2022|

Se c’è una cosa su cui tutti, dai medici agli infermieri, dal Ministero della Salute fino all’Istituto Superiore di Sanità, sono d’accordo, è che la comunicazione del rischio e della salute nel nostro paese vada ripensata, rafforzata e messa in una posizione di assoluta protagonista nella gestione di tutto il Sistema sanitario nazionale. La pandemia ha messo a dura prova la comunicazione del rischio. I medici hanno talmente capito il valore della comunicazione da voler modificare il loro codice deontologico per essere in grado non solo di relazionarsi con i pazienti, ma anche di comunicare la medicina al pubblico. I media hanno (forse) capito che per scrivere di medicina servono competenze specifiche, perché la scienza non si può raccontare come un fatto di cronaca. E non si possono mettere a discutere di temi scientifici persone che non sono competenti in quelle materie. Le istituzioni hanno compreso che la comunicazione non si improvvisa e che bisogna affidarsi a chi della comunicazione ne ha fatto una professione.

Questo è il primo di una serie di articoli che AboutPharma pubblicherà nei prossimi mesi per affrontare il tema della comunicazione della salute.

Saper comunicare l’incertezza

Durante la pandemia, il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore di Sanità si sono adoperati per fare comunicazione nel modo più capillare possibile, ma non è sempre stato sufficiente a generare quella fiducia essenziale che devono nutrire i cittadini verso le istituzioni per poter seguire le raccomandazioni (indossare le mascherine, vaccinarsi, etc..). Se, infatti, durante la prima ondata, tra lo spavento, i canti dal balcone e la sensazione che presto sarebbe tutto passato, la popolazione ha seguito in modo diligente le regole, quando si è iniziato a capire che con questo virus ci avremmo convissuto un bel po’, le persone hanno cominciato a pretendere certezze dalla scienza. Senza sapere che la scienza non può fornire certezze, può solo tendervi, può lavorare per ridurre l’incertezza, ma lo fa a piccoli passi. Il metodo scientifico non si insegna a scuola, si tocca appena all’Università, non è un trending topic da social network, ma è la base per comprendere tutto ciò che è scienza e ricerca scientifica. Le istituzioni e il mondo della medicina si sono quindi trovati all’improvviso a dover comunicare l’incertezza della scienza a un pubblico (e ai mass media) assolutamente digiuni di metodo scientifico. L’alfabetizzazione sanitaria nel nostro paese, infatti, è piuttosto carente: a vedere i risultati della seconda edizione dell’indagine sull’alfabetizzazione sanitaria 2019-2021 dell’OMS, il 23% degli italiani non ha un livello adeguato di alfabetizzazione sanitaria. Significa che circa una persona su quattro non ha le capacità di valutare le terapie, i servizi sanitari cui può accedere, non sa trovare informazioni sicure per la prevenzione della salute, non sa interpretare in modo corretto i consigli del medico.

Formare chi informa

Il tasto dolente che nessuno vuole davvero toccare è che anche chi si occupa di informazione, come i giornalisti, dovrà formarsi in modo più adeguato se vorrà trattare temi medici o scientifici. Il punto, infatti, è che per molti versi la medicina e la scienza, durante la pandemia, sono state raccontate come fatti di cronaca. Mirella Taranto, responsabile ufficio stampa dell’Istituto Superiore di Sanità, che lavora con i giornalisti ogni giorno, sa quanto questo aspetto sia fondamentale: “Chi si occupa di cronaca tende a descrivere certezze, ma valutare il rischio significa includere anche i margini di incertezza; i giornali chiedono dati e raccontano con difficoltà la “probabilità”, che si presta più difficilmente, per esempio, alle titolazioni e ai meccanismi di rilancio delle notizie.”  Occorre quindi formare anche chi si occupa di informazione in modo che l’evidenza scientifica sia narrata con la consapevolezza che il dubbio, senza il quale la conoscenza non progredisce, sia espresso senza sminuire la solidità del dato scientifico.  Dal canto suo, l’ISS in questi due anni non ha cercato solo di mandare comunicati stampa, ma ha provato a rafforzare la presenza sui social. È diventato media, ma ha mai voluto far parte del “circo mediatico”: “Abbiamo scelto volutamente di​ parlare  di evidenze, dati, andamento epidemiologico, soprattutto nel palinsesto dei tg – spiega Taranto –  la comunicazione però è stata potenziata ed è stata quasi quotidiana anche perché il Presidente l’ha sempre ritenuta fondamentale.” Il fatto è che, non andando in tv, la tv ha chiamato altri e quel vuoto lasciato dalle istituzioni è stato colmato da medici e ricercatori non istituzionali che hanno dialogato di temi scientifici con personaggi afferenti ad altri settori, come rappresentanti del mondo dello spettacolo, della cultura e della politica. La scienza, nei salotti tv, è diventata un’opinione.

Il lavoro del Ministero della Salute

La comunicazione del rischio, in un contesto emergenziale, è la prima forma di soccorso. Lo ha detto Cesare Buquicchio, responsabile ufficio stampa del Ministero della Salute, intervenendo agli Stati Generali di Federsanità organizzati lo scorso marzo, e raccontando come si è mosso il Ministero nell’ambito della comunicazione.  “Nella prima task-force riunita già a gennaio 2020 abbiamo coinvolto fin da subito i comunicatori professionisti. In collaborazione con l’ISS, il Ministero ha creato uno spazio di dialogo “live” dedicato ai più giovani sulla piattaforma TikTok. Per arginare la disinformazione, il Governo, con il Dipartimento per l’informazione e l’editoria, ha dato vita ad una task-force specifica, a cui ha partecipato anche il Ministero della Salute, per promuovere la collaborazione con i fact-checkers e per incoraggiare l’attivismo dei cittadini nel segnalare la disinformazione”. “Tutte queste iniziative – ha rimarcato Buquicchio – si sono rivelate utili per affrontare la fase acuta dell’infodemia, aumentando la visibilità delle fonti ufficiali, puntando a ripristinare la credibilità e cercando di rimettere in contatto i cittadini con le istituzioni. Tutti sforzi che ci hanno aiutato a raggiungere i più alti tassi di vaccinazione al mondo”. Ma non è sempre andato tutto liscio e le criticità incontrate non sono state poche. Per questo si sta lavorando a un piano di comunicazione sul rischio pandemico.

Il Piano

A gennaio 2021 l’Italia ha approvato un nuovo “Piano strategico-operativo nazionale di preparazione e risposta ad una pandemia influenzale (PANFLU) 2021-2023” in cui ha un ruolo molto importante la comunicazione. E la scelta, in questo contesto, è stata quella di creare un “Nucleo Permanente di coordinamento della comunicazione del rischio sanitario”, coordinato dal capo Ufficio Stampa del Ministero della Salute, in collaborazione con la Direzione Generale della Comunicazione. L’obbiettivo del Nucleo sarà quello di realizzare un piano di comunicazione del rischio pandemico. Nel frattempo, all’interno del PANFLU 2021-2023 sono state ipotizzate alcune attività, come:

  • Puntare sulla formazione
  • Promuovere la cultura scientifica e la storia della medicina
  • Confrontarsi periodicamente con media, referenti social network e comunicazione di enti scientifici e professioni sanitarie
  • Individuare testimonial che possano parlare a target diversi e diffondere messaggi efficaci e coerenti.

Molti di questi spunti sono anche stati raccolti dall’ Ecdc che è sul punto di pubblicare (è in corso l’ultima revisione) una linea guida, Covid-19 Pandemic Response for the Development of Preparedness Measures for Public Communication, a cui ha collaborato anche il Ministero della Salute.

Tag: Cesare Buquicchio / comunicazione del rischio / covid-19 / Mirella Taranto / Panflu 2021-2023 /

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