Con pagamenti certi e regole stabili, la ripresa complessiva gioverebbe anche alla farmacia

Dal numero 107 di AboutPharma and Medical Devices di aprile
“Certezza nei pagamenti e stabilità normativa per almeno due o tre anni. Sono questi gli auspici di AssoGenerici, urgenze condivise, credo di poterlo affermare con certezza, sia da Farmindustria sia da Federfarma”. Enrique Häusermann, da poche settimane presidente di AssoGenerici, ritiene che la crisi abbia contribuito a legare i destini di tutti iplayer della filiera del farmaco. I bisogni percepiti dalle farmaceutiche, sottolinea Häusermann, potrebbero rappresentare anche la ricetta per sostenere il processo di trasformazione della farmacia: “Se ripartisse il circuito dei pagamenti e le farmaceutiche potessero programmare investimenti e riorganizzazioni aziendali sulla base di un minimo di sicurezza, garantita da una normativa stabile, senza dubbio si avvantaggerebbero della ripresa complessiva anche le farmacie”.
Häusermann non attribuisce importanza alla potenziale opposizione fra gli interessi di Farmindustria e di AssoGenerici: “Non c’è un conflitto originario tra noi e Farmindustria: se non esistesse l’innovazione farmaceutica, non esisterebbero nemmeno gli equivalenti. Per quanto concerne il problema lamentato da Farmindustria, ossia la difficoltà nel mantenere i posti di lavoro nel pharma a causa dell’ingresso di generici sul mercato, voglio sottolineare che questo problema non è determinato tanto dalla commercializzazione di un numero crescente di equivalenti, quanto dai prezzi estremamente bassi che sono riconosciuti ai nostri prodotti. Sono tagli che si riverberano anche sul retail e quindi sulle farmacie, che nel 2012 hanno subito ‘una sforbiciata’ nella loro remunerazione, che si è aggirata intorno al 9%. Se si assegna un prezzo così basso ai farmaci generici e si impone un valore ridotto ai nostri prodotti, è chiaro che l’intero comparto si impoverisce, senza grandi differenziazioni fra genericisti e produttori degli originator. Anzi, poiché il giro di vite sul prezzo riconosciuto agli equivalenti ha seguito logiche un po’ irrazionali, sono stati esposti a diversi rischi anche altri interessi: negli ultimi 5 anni la negoziazione di questi prezzi ha dato luogo a tagli, per singola specialità, sempre più pesanti. Soprattutto, ed è il difetto di queste azioni, non è stata ridotta soltanto la remunerazione dei prodotti che generavano una spesa elevatissima – l’esempio più importante è quello della torvastatina, che generava tra i 450 e i 500 milioni di spesa e ha subito tagli del 70% circa –, ma anche quelli di specialità assai meno impattanti sul Sistema sanitario. I prodotti meno costosi, producendo marginalità nettamente inferiori, non possono sostenere questi tagli. Se si trascura quest’evidenza, si rischia che alcuni prodotti scompaiano dal mercato, costringendo i medici a rivolgersi ad altri medicinali, più costosi, che tornerebbero a far lievitare la spesa farmaceutica, dando avvio a un evidente circolo vizioso. Più che dividerci sul tema dei prezzi, fra genericisti e produttori di branded, attualmente abbiamo bisogno di concentrarci su ben altre necessità, che ci inducono a restare uniti. Il nostro settore era uno dei pochi comparti che fino a qualche anno fa riusciva ad assorbire l’urto della crisi. Oggi, purtroppo, le aziende e i distributori denunciano una notevole sofferenza, non solo sul fronte del canale farmacia, ma anche sul versante ospedaliero, con ritardi nei pagamenti che in base agli ultimi dati sfiorano i due anni”.
Pagamenti celeri e regole affidabili sono preoccupazioni che secondo Häusermann dovrebbero stare a cuore a diverse istituzioni, e non solo per le ricadute che hanno sulla filiera del farmaco: “Anche per quanto concerne i tagli sulle risorse umane, delle quali di recente ci si lamenta spesso, e giustamente, bisognerebbe chiedersi con onestà: come potrebbe il management delle aziende farmaceutiche programmare azioni di recruitment o riassetti complessivi dell’organizzazione aziendale, in un contesto di regole mutevoli che non incentivano l’assunzione di oneri economici gravosi e durevoli nel tempo?”. Infine una chiosa, che ha il sapore della rivendicazione: “Si può anche chiedere alle aziende di iniettare liquidità nel circuito industriale, ma prima è necessario saldare i debiti pregressi. Se le industrie sono costrette a investire, pur in carenza di liquidità, devono metter mano a risparmi e asset comunque immobilizzati, finendo per impoverire se stesse e il comparto farmaceutico nel suo complesso. Da questo punto di vista, ritengo che il ministero dello Sviluppo Economico e della Salute siano interlocutori autorevoli, ai quali abbiamo già rivolto le nostre richieste, devo dire non senza ricevere risposte.
Abbiamo assistito, negli ultimi mesi, alla formazione di diversi tavoli, tra i quali quello notevolissimo aperto dall’allora ministro Corrado Passera: è chiaro, tuttavia, che gli interlocutori che prendevano parte a quel dialogo con l’industria erano ‘attori a termine’, che nonostante l’indiscutibile credibilità personale e l’autorevolezza istituzionale, non potevano, per la natura e per la durata del proprio mandato, impegnarsi su manovre strutturali di medio-lungo termine. È un dialogo che dovrà essere riaperto, anzi, AssoGenerici riconosce a quel tavolo non solo prestigio e influenza, ma anche una corretta impostazione. Alcune azioni intraprese da quell’Esecutivo – ad esempio la prescrizione del principio attivo in ricetta – hanno impresso qualche impulso positivo al nostro mercato. A proposito di farmacia, un tema che porterei senz’altro a un futuro tavolo con i decisori istituzionali è quello delle farmacie rurali, che io preferisco definire “disagiate”. Gli agenti di commercio difficilmente visitano le farmacie più isolate, ad esempio nei paesini di montagna: è un problema che dovrebbe essere affrontato e risolto, non solo per garantire la sopravvivenza ai principali presidi sanitari presenti in quelle zone, ma anche per garantire il diritto alla salute degli abitanti di quelle contrade. È un’idea radicata nella mia visione profonda della farmacia, che io credo si giochi al meglio le proprie carte puntando più al servizio che non alla vendita tout court”.
All’interno di questo quadro, Häusermann ritiene che la farmacia debba “continuare a svolgere una funzione fondamentale, senza dubbio incrementando ed estendendo il proprio ruolo. Credo che la remunerazione del farmaco destinata alla farmacia debba senz’altro essere accresciuta, a mio avviso agendo principalmente sulla quota fissa, riservata alla farmacia, cioè indipendente dalla quota di remunerazione destinata all’industria. Un’azione simile, ‘a saldo zero’, a differenza delle ultime manovre, che hanno inciso percentualmente sul prezzo complessivo dei medicinali, non causerebbe sfondamenti
sui saldi attuali, e non darebbe luogo a spese aggiuntive, delle quali, direttamente o indirettamente, si trova a essere gravata l’industria stessa. Per quanto riguarda invece l’operatività delle farmacie, ho solo delle sensazioni, ma mi pare che la distribuzione per conto debba essere dirottata sempre di più sulle farmacie aperte al pubblico: a mio avviso, la dispensazione di farmaci presso le farmacie ospedaliere o altri luoghi di distribuzione dipendenti dalle Asl non sembra produrre grandi risparmi, e costituisce, però, una notevole difficoltà per i pazienti, costretti a ritirare i medicinali in posti spesso scomodi, distanti dal luogo di lavoro, chiusi il sabato, che osservano orari rigidi. Secondo la stessa logica, sono favorevole al processo di trasformazione della farmacia in un hub di servizi. AssoGenerici ha a cuore soprattutto il ruolo del farmacista, che è sempre stato e deve rimanere il punto di riferimento, per il paziente, in termini di consiglio, informazione e primo indirizzo. La dottoressa Racca – presidente di Federfarma – ne è convinta quanto me: il farmacista deve mantenere il proprio ruolo sociale. Meglio ancora, poi, se la farmacia riesce a espletare altri servizi, come la prenotazione delle viste mediche o l’esecuzione di alcuni test di laboratorio”.



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