Dai raggi X alla radiomica passando per i Beatles

Pubblicato il: 22 Giugno 2020|

Si racconta che dopo diversi giorni in cui Wilhelm Röntgen rimase rinchiuso nel proprio laboratorio, fu la moglie Berta Röntgen, preoccupata, a recarsi da lui, interrompendo gli esperimenti che il fisico tedesco stava conducendo senza sosta da diversi giorni e affermando che non se ne sarebbe andata finché non le avesse spiegato cosa stava succedendo. Per farglielo capire Röntgen invece di usare le parole, le diede direttamente una dimostrazione pratica. Le chiese di tenere la mano su una lastra fotografica e ottenne la prima radiografia della storia: è sua la famosa foto delle ossa di una mano con un anello al dito, eseguita ai raggi X. Tutto era iniziato la sera dell’8 novembre del 1895, quando Röntgen stava conducendo alcuni esperimenti con i cosiddetti raggi catodici, presso il suo laboratorio di Würzburg. Si trattava di raggi che venivano emessi quando una scarica elettrica attraversava il tubo di Crookes (inventato da William Crookes), un tubo di vetro all’interno del quale veniva fatto il vuoto, con due elettrodi all’estremità a cui vengono applicate correnti ad alta tensione. “Semplificando, i raggi catodici avevano la caratteristica di viaggiare solo in rettilineo, dal catodo all’anodo” racconta Luca Borghi, Direttore dell’Istituto di Filosofia dell’Agire scientifico e tecnologico (Fast), dell’Università Campus Bio-Medico di Roma. “Röntgen invece, a un certo punto, nel suo laboratorio ormai buio, si accorge che uno schermo a fluorescenza, posizionato nelle vicinanze, si illumina quando le scariche elettriche passano all’interno del tubo, in qualunque posizione lo mettesse rispetto a esso. Si accorge dunque che dal tubo veniva emesso un altro tipo di radiazione, che chiama ‘X’ perché non ne conosceva la natura”. Da quel momento Röntgen inizia a effettuare una serie di esperimenti su questi raggi ignoti. Usa lastre di diversi materiali e si rende conto che il loro comportamento è diverso a seconda del materiale che interponeva tra il tubo di vetro – che poi diventerà il tubo radiogeno, elemento fondamentale della strumentazione radiologica – e lo schermo a fluorescenza. Per esempio capisce che con il legno i raggi passano senza problemi, mentre altri materiali li assorbono in parte e il piombo li blocca totalmente. “Il che fu una scoperta importante, perché in seguito, quando si inizia a capire che i raggi X hanno anche effetti collaterali, la radioprotezione si farà proprio piombando ciò che non si voleva che fosse colpito dai raggi” commenta Borghi. Durante queste prove, lo scienziato per caso si accorge anche che la mano con cui teneva le lastre viene proiettata sullo schermo, con le ossa che in parte schermano i raggi e formano una proiezione sullo schermo. Röntgen era anche un appassionato di fotografia come ricorda Borghi, e proprio grazie a questo hobby, inizia a fare esperimenti con le sue lastre fotografiche. Non solo quindi con le scariche elettriche riesce a ottenere immagini, ma riesce anche a fissarle su questo supporto. In seguito a questi esperimenti, il fisico, il 28 dicembre 1895, consegna il resoconto della sua scoperta alla Società di fisica medica di Würzburg, con un manoscritto intitolato “Su un nuovo tipo di raggi” (l’originale era in tedesco), chiedendo che venga pubblicato in fretta. “Lo stesso giorno a Parigi, i fratelli Auguste e Louis Lumière proiettavano il primo spettacolo a pagamento con il cinematografo, presso il Grand Café sul Boulevard des Capucines” sottolinea Borghi. “È una coincidenza particolare, perché in seguito ci saranno molti collegamenti tra fotografia, cinema e radiologia”.

Fotografare l’invisibile

La scoperta dei raggi X fa il giro del mondo in men che non si dica. Röntgen si fa pubblicare gli estratti del suo lavoro e il primo gennaio del 1896 li spedisce a una sessantina di fisici con cui era in contatto in Europa e Nord America. Inoltre la stampa internazionale dà grandissimo risalto alla scoperta, che arriva nelle case dei non addetti ai lavori, tra gli studenti e persino nelle fiere e nei circhi. “A metà gennaio ne parlano i giornali di mezzo mondo – afferma Borghi – ha una diffusione rapidissima. È una delle scoperte scientifiche della storia così chiara e indubitabile e lo stesso Röntgen lo aveva spiegato in un modo così semplice che in una ventina di giorni stanno usando i raggi X in mezzo mondo”. “Fotografare l’invisibile” è il titolo che una rivista popolare e divulgativa statunitense usa per raccontare la scoperta, appena quattro mesi dopo. Lo speciale contiene diversi articoli divulgativi e persino la radiografia di un volatile con la zampa spezzata, che era stata fatta dagli studenti di un piccolo liceo di provincia, a testimonianza che persino i ragazzi facevano esperimenti con i raggi X. Il grande entusiasmo con cui viene accolta la scoperta in realtà non fu particolarmente gradito da Röntgen, sia per l’eccessivo tono sensazionalistico sia per la marcata attenzione posta nei riguardi delle fotografie, piuttosto che sull’utilità dei raggi in sé. In effetti come conferma Borghi, la scoperta nei primi anni diventa quasi un fenomeno da baraccone, con persone che nei circhi, fiere e luna park, si fanno radiografare per far divertire il pubblico. Inoltre, come riporta un articolo del 1996 di Scientific American, vi furono anche ciarlatani che pubblicizzarono la vendita di “biancheria a prova di raggi X” e religiosi che sostenevano di poter “fotografare l’anima”. I raggi X inoltre furono usati per molto tempo anche per scopi non medici. Tra il 1920 e il 1960, ad esempio, nei negozi di scarpe venivano usati i fluoroscopi per calzatura (noti anche come pedoscopi) per verificare quanto le ossa dei piedi si adattassero al contorno delle scarpe.

La Belle Époque

Al di là dell’enorme diffusione popolare, la scoperta fu subito riconosciuta anche per il grande valore diagnostico e l’applicabilità in clinica. I primi a utilizzarla furono gli ortopedici per rilevare le fratture e i chirurghi per osservare la presenza di corpi estranei, come i proiettili di metallo, ma anche i dentisti. Inoltre si sviluppano filoni importanti per l’utilizzo dei raggi X in oncologia e dermatologia. Ben presto infatti, gli scienziati si accorgono che i nuovi raggi hanno anche un effetto biologico sui tessuti viventi e li usano per curare il tumore della pelle, con esperimenti più o meno riusciti di radioterapia. “Fino alla prima guerra mondiale siamo nella Belle Époque – evidenzia Borghi – c’è grande entusiasmo per la scienza e la tecnica che sembrava potessero risolvere tutti i problemi dell’umanità. Ma c’è anche tanta imprudenza. I raggi X vengono usati per qualsiasi cosa senza razionale, non solo in campo diagnostico, ma anche terapeutico. Li impiegano anche per curare le malattie psichiatriche e infettive. In quegli anni inoltre non esistevano i radiologi, ma medici di diverse discipline attenti alle innovazioni che sperimentano l’uso di queste apparecchiature senza essere specialisti. Oltre a tante iniziative positive ne conducono altre sconsiderate, nocive per loro e i malati”.

Primi danni rilevati

Ma il conto non tarda ad arrivare e alla fine degli anni ’20, emergono prove sui danni provocati da dosi elevate dei raggi X, come radiodermatiti e anche tumori. Nel 1914 su “La Radiologia Medica” vengono pubblicati i risultati dell’autopsia effettuata sul radiologo Eugenio Tiraboschi, in base ai quali i clinici del tempo capirono che il suo corpo era stato devastato da questa continua esposizione ai raggi X, da cui non si era mai protetto. In seguito a casi come questo inizia a svilupparsi il concetto della radioprotezione, per tutelare pazienti e professionisti dalla sovraesposizione. Le macchine iniziano a essere schermate, i radiologi indossano indumenti protettivi e l’esposizione non essenziale ai raggi X, come le macchine per calzare le scarpe, viene eliminata. Nonostante la portata della scoperta Röntgen non volle mai brevettarla, perché era convinto che le scoperte scientifiche dovessero essere messe subito a disposizione di tutti. Né tantomeno volle che ai raggi fosse dato il suo nome (anche se in Germania vengono chiamati anche raggi Röntgen). Gli unici vantaggi che ottenne furono un piccolo sconto dall’azienda che gli vendeva i tubi di vetro, ma soprattutto il primo Premio Nobel per la Fisica nel 1901.

Le ambulanze radiologiche

Con la prima guerra mondiale si smorzano gli entusiasmi in tutti i campi. I raggi X però in quel periodo sono particolarmente importanti per rilevare fratture e frammenti di proiettile rimasti nel corpo. Vengono anche fatti esperimenti di radiologia tridimensionale, come spiega Borghi, con una serie di strumenti un po’ complicati, perché il problema era capire dove si trovasse, esattamente, il frammento nel corpo. C’è qualche sviluppo di tipo diagnostico dunque, ma più che altro le radiografie vengono usate per salvare milioni di feriti moribondi che ogni giorno arrivano dal campo di battaglia. “Una cosa curiosa e nota di questo periodo è che Marie Curie, già famosissima per aver vinto due premi Nobel (premio Nobel per la fisica nel 1903 e premio Nobel per la chimica nel 1911 ndr) con la figlia maggiore Irene (allora adolescente e anche lei in seguito Premio Nobel per la chimica nel 1935 ndr) guida le ambulanze radiologiche. Piccoli camioncini prodotti dalla Renault, con sopra tutta l’attrezzatura radiologica per arrivare alle immediate retrovie nei campi di battaglia e poter fare subito la radiografia a chi ne aveva bisogno. Marie Curie fa una sorta di volontariato e insegna a guidare i camion e usare l’attrezzatura anche ad altre donne. Il che fu molto importante negli ospedali da campo nelle retrovie”.

La stratigrafia

È solo tra le due guerre che nasce e comincia a consolidarsi una disciplina vera e propria. Le apparecchiature vengono perfezionate per ridurre i tempi di esposizione e vengono apportate migliorie sia dal punto di vista del tubo radiogeno (l’apparecchiatura che emette raggi X), sia delle lastre fotografiche che vengono rese più sensibili. Si passa dalle lastre di vetro alle pellicole, che avevano il vantaggio di registrare il materiale fotosensibile su entrambi i lati. “Quando vengono introdotte dalla Kodak le pellicole fotografiche, molto più sottili, si riesce a dimezzare i tempi di esposizione” riferisce Borghi. “Le prime pellicole però sono di celluloide, un materiale molto infiammabile, il che porta anche a diversi incendi devastanti negli ospedali, che partono proprio dai depositi delle lastre radiologiche. In seguito si useranno materiali sempre meno infiammabili ed efficienti”.

Esperienze italiane

Intanto anche in Italia si consolida una disciplina radiologica indipendente. Si lavora anche e soprattutto per ridurre gli effetti collaterali e ridurre i tempi di esposizione che nei primi del ‘900 erano folli: per una radiografia della testa occorrevano anche quaranta minuti. Inoltre si riprende il problema della tridimensionalità. Per un radiologo infatti era complesso interpretare un’immagine tridimensionale in bidimensione. Un primo passo in questo senso viene compiuto dal medico italiano Alessandro Vallebona, che nel 1930 inventa la cosiddetta stratigrafia radiologica, una metodica che riusciva a rappresentare un solo strato del corpo sulla pellicola radiografica, mentre tutti i piani al di sopra ed al di sotto dello strato d’interesse venivano eliminati. Come la definì lo storico della medicina Giorgio Cosmacini: “Paragonando il nostro corpo ad un libro, la radiografia dà un’immagine completa di esso, unitaria, data dalla sovrapposizione delle parti che invece, la stratigrafia, permette di sfogliare, pagina dopo pagina e leggerne le parti più interessanti”. “Fu un avanzamento importante – aggiunge Borghi – perché poi, un po’ per volta si parlerà di tomografia, il punto di partenza per la Tac, l’ultimo grande sviluppo dell’uso dei raggi X”.

Chiedi chi erano i Beatles

La storia che portò alla nascita della Tomografia assiale computerizzata (Tac) si intreccia con quella del gruppo musicale probabilmente più famoso al mondo, i Beatles, e con un altro premio Nobel, l’ingegnere Godfrey Hounsfield. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale Hounsfield è costretto a lasciare il college e si arruola come riservista nella Raf (Royal Air Force) – l’aeronautica inglese che al tempo aveva appena sviluppato il radar – a cui Hounsfield darà un sostanziale contributo con diverse invenzioni. Ma la svolta per Hounsfield arrivò dopo la laurea in ingegneria, quando fu assunto dalla Emi (Electric and Musical Industries), azienda di fama mondiale che si occupava sia di incisione di dischi, sia di ricerca e sviluppo delle strumentazioni elettroniche usate nell’ambito della registrazione. Nei primi anni il futuro Nobel lavora ai computer e visti gli importanti traguardi ottenuti, la Emi negli anni ’60 gli lascia carta bianca, a patto che le sue ricerche abbiano ricadute anche pratiche. “Inizia a lavorare sull’analisi al computer delle immagini, i progenitori dei nostri scanner – afferma Borghi – e ha l’intuizione di analizzare con il computer le immagini radiografiche degli strati del corpo umano, che già si potevano fare. L’idea era che fosse possibile elaborarle per riprodurre immagini tridimensionali”. Siamo negli anni ’64-65, il progetto di ricerca è lungo, costoso e rischioso, ma la Emi, forte dei grossi incassi ottenuti in quel periodo grazie ai successi dei Beatles decide di finanziare il progetto. “In più lo stesso Paul McCartney decide di investire parte dei suoi guadagni nella ricerca” conclude Borghi. Così nel 1971 viene effettuata la prima Tac, che diventerà la tecnologia di punta per ottenere immagini radiografiche tridimensionali. Per questa invenzione Hounsfield è il primo ingegnere della storia a vincere un Nobel per la medicina nel 1979.

Oltre i raggi X

Gli anni ’70 sono un vero e proprio spartiacque per la diagnostica. Se fino a quel momento infatti si era basata principalmente sui raggi X ed era in pratica sinonimo di radiologia, nei decenni a seguire cambia completamente aspetto. Entrano in uso clinico infatti altre tre diverse energie fisiche, tanto che non si parlerà più solo di radiologia in senso stretto, ma di immagini diagnostiche. “Negli anni ’70 fa il suo ingresso in clinica l’ecografia che sfrutta gli ultrasuoni e cambia la base fisica per costruire un’immagine” spiega Sergio Papa, direttore della Diagnostica per Immagini del Centro diagnostico italiano (Cdi) di Milano. “A seguire, sempre tra gli anni ’70 e i primissimi anni ’80 arriva anche la risonanza magnetica, che a sua volta usa un’altra energia completamente diversa, basata sui campi magnetici. Infine negli anni ‘90 è la volta della medicina nucleare, che sfrutta invece le sostanze radioattive, i radionuclidi, e si divide nei due grossi campi della scintigrafia e della Pet (Tomografia a emissione di positroni). Due principi un po’ diversi, ma che sfruttano entrambi le sostanze radioattive”. La scintigrafia, infatti, usa isotopi marcati, cioè radioattivi che hanno una particolare tropismo per determinati organi. Una volta iniettati nell’organismo consentono di vedere forma e funzionalità di organi specifici, indicando anche eventuali anomalie di forma e funzionamento. La Pet invece, sfrutta in prevalenza un’unica sostanza, uno zucchero marcato, il fluorodesossiglucosio ([18F]-Fdg), che si localizza dove c’è un maggiore metabolismo e un consumo di zucchero superiore alla media (come i tumori che crescono a velocità maggiore rispetto al tessuto circostante). “Oggi la Pet e usata insieme alla Tac (la Tac-Pet) – precisa Papa – proprio per vedere se c’è un tumore e dove è localizzato. E l’imaging in generale può contare su quattro energie fisiche, usate in modo complementare o in sequenza in base ai protocolli”.

L’attenzione alla dose

I raggi X ovviamente nel tempo non sono stati abbandonati e tutt’oggi rappresentano la base della diagnostica. Lo dimostra anche la recente pandemia di Covid-19, dove radiografie toraciche e Tac sono state utili sia per la conferma di casi di Covid-19 sia, in alcuni casi, per diagnosi stessa dell’infezione. Dall’inizio della scoperta nel lontano 1895, ai tempi attuali, però, sono state fatte continue migliorie. Come l’introduzione di mezzi di contrasto per perfezionare l’immagine, che furono sfruttati sin da subito. “Il Bario per esempio era già usato già negli anni ’40 – commenta Papa – per studiare il canale alimentare e il colon. Mentre i prodotti iodati entravano in uso come mezzi di contrasto a livello del circolo e degli organi parenchimatosi. Tutte sostanze che potevano essere ingerite o iniettate in vena per aumentare la visibilità di certi organi o lesioni. Esse sono tutt’ora in uso, e sono state affiancate nel tempo da altre sostanze e molecole per incrementare il contrasto in risonanza magnetica (composti del gadolinio) ed in ecografia (microbolle contenenti esafluoruro di zolfo). In tempi moto più vicini a noi, il vantaggio diagnostico portato dai mezzi di contrasto si è sommato alle potenzialità di miglioramento delle immagini mediche grazie alla introduzione di modalità digitali sia nella gestione delle immagini, sia nella loro interpretazione”. Negli anni poi molti degli sforzi si sono concentrati anche e soprattutto sull’attenzione per la dose di radiazioni assorbite dal paziente negli esami radiologici, che come racconta Papa, c’è sempre stata, ma che solo negli ultimi 10-12 anni, grazie allo sviluppo di tecnologie più sofisticate si è concretizzata ulteriormente. Prima con macchinari più sofisticati, dotati per esempio di schermi più sensibili, che permettevano di vedere la lesione con il dosaggio minimo possibile di radiazioni. Poi con i primi sistemi di controllo e personalizzazione della dose, adottati oggi da grandi vendor, le aziende produttrici di apparecchiature e anche una parte delle strutture di radiologia. Papa cita anche la direttiva europea 2013/59/Euratom, a tutela della radioprotezione sia in ambito medico sia in campo industriale e di ricerca, che l’Italia avrebbe dovuto recepire già nel 2018. Nonostante il ritardo, sono diversi i centri che stanno già mettendo in pratica azioni concrete a tutela di personale sanitario e pazienti. “Noi per ogni paziente costruiamo una cartella dosimetrica, in cui registriamo ogni esame eseguito, sia con i raggi X sia con i radionuclidi” afferma Papa. “In questo modo ognuno avrà un report con le quantità di radiazioni assorbite e anche la sommatoria. È di aiuto sia dal punto di vista oncologico, sia per la dose generale della popolazione. Perché il danno da radiazioni non è un danno che possiamo prevedere o quantificare. Sappiamo con certezza che si verificherà oltre una certa soglia di dose erogata alla popolazione generale, ma non sappiamo su chi e quando. È un dato stocastico. Per questo è fondamentale il valore del danno alla popolazione”.

La radiomica

Oggi le ricerche non sono impegnate a cercare una quinta energia, bensì ad applicare l’intelligenza artificiale a tutte le aree dell’imaging, dalla radiologia alla medicina nucleare. La cosiddetta radiomica, che porterà a una diagnosi predittiva. Un radiologo è in grado di riconoscere una decina di caratteristiche in un’immagine di diagnostica, che confrontate con le esperienze pregresse del suo “database mentale”, gli permettono di formulare la diagnosi. Ma dentro le immagini moderne c’è molto di più, solo che non siamo in grado di vederlo a occhio nudo. “Nelle immagini che gli strumenti tecnologici di oggi ci forniscono, sono contenute migliaia di informazioni” rimarca Papa. “Noi abbiamo già questi dati e da tanti anni, ma non li sappiamo leggere. Oggi ci stiamo muovendo per comprendere quelle caratteristiche che l’occhio del radiologo non può vedere. Stiamo cercando di mettere in relazione tra loro dati numerici che sono già dentro le immagini, con sistemi di deep learning evoluti. Questi elementi vengono poi confrontati con altre migliaia di dati simili, contenuti nei database di cui finalmente disponiamo grazie alle potenzialità dell’informatica applicata alla medicina, che ci permettono di emettere una valutazione relativa alla possibile evoluzione della malattia. Scopo della radiomica è arrivare a una diagnosi predittiva, un enorme ausilio per la prognosi e per guidare le terapie”. La radiomica insomma, permetterà di prevedere anche come evolverà una condizione clinica. Di fronte a due immagini diagnostiche apparentemente identiche sarà in grado di distinguerne l’evoluzione in un determinato decorso clinico. “Una risonanza o una Tac danno un’immagine statica, mi aiutano a fare la diagnosi e basta” continua Papa. “Mentre l’intelligenza artificiale applicata alle immagini ci dirà forse cosa può succedere dopo. Certo si tratta sempre di numeri probabilistici, ma al momento la gran parte della Ricerca in diagnostica è rivolta verso questo approccio di deep learning applicato all’imaging”.

Ai-for-Covid

Ne è un esempio il progetto italiano AI-for-Covid uno studio multicentrico promosso dallo stesso Cdi, che coinvolge importanti centri clinici e di ricerca pubblici e privati. L’obiettivo è identificare, sulla base dell’esame di diagnostica Rx del torace, eseguito al momento del ricovero nei pazienti colpiti da Covid-19, il rischio di andare verso un peggioramento della situazione polmonare. E di conseguenza prevedere quanti e quali di questi pazienti avranno bisogno di una eventuale assistenza ventilatoria meccanica. In questo modo, i pazienti destinati a un’evoluzione peggiore potranno subito essere indirizzati a terapie per la gestione delle forme più gravi. Inoltre la strategia permette di conoscere in anticipo quanti posti letto di terapia intensiva saranno necessari nei giorni successivi. Il progetto come ricorda Papa è svolto anche in collaborazione con l’Istituto italiano di tecnologia di Genova, una sezione di ingegneria del Campus Biomedico di Roma e il centro Ricerca & Sviluppo di Bracco Imaging per le componenti di gestione dati e di machine learning, per realizzare una piattaforma web per la condivisione di queste informazioni. L’idea infatti è anche quella di mettere a disposizione della comunità scientifica la grande mole di dati di imaging diagnostico raccolti, per accelerare la ricerca congiunta di soluzioni alla pandemia da Sars-Cov2. Il progetto è un esempio di utilizzo della diagnostica non tanto per eseguire una diagnosi – perché si parte dal principio che tutti i pazienti siano positivi al nuovo coronavirus – ma per capire come evolverà la loro storia clinica. Lo studio è attualmente in corso e per avere dati robusti serviranno almeno due o tre mila radiogrammi del torace. Al momento come riferisce Papa ne è stato raccolto un terzo, il tanto che basta per fare una proof of concept e capire quanto il sistema è robusto e può dare risposte. “Siamo fiduciosi” prosegue. “Contiamo di arrivare a circa tre mila radiografie entro 2-3 settimane e a quel punto potremo avere un’idea precisa del risultato”. Oltre alle ricerche sul Covid inoltre, ne sono state condotte altre già quasi applicabili in clinica. “Noi lavoriamo sulla radiomica da almeno da 3 anni – aggiunge Papa – abbiamo condotto studi sull’Alzheimer, il tumore della prostata e della mammella, in collaborazione anche con altri ospedali. La differenza però è che con Covid per la prima volta osserviamo un organo intero e non solo una lesione. Per cui l’applicazione matematica della piattaforma è più difficile”. Il Cdi però non è l’unico a portare avanti studi di questo tipo. In Italia altri gruppi di ricerca stanno provando ad applicare l’intelligenza artificiale all’imaging, alcuni per eseguire la diagnosi di Covid-19 altri sempre per prevedere la prognosi.

La radiogenomica

La diagnostica predittiva insomma pare essere più vicina di quanto spensi. Papa racconta che vari centri la stanno già applicando, ma da un punto di vista clinico e operativo restano delle difficolta. Per esempio se un cervello apparentemente sano con una risonanza, risultasse a rischio di sviluppare l’Alzheimer in base ai dati emersi dall’analisi radiomica, bisognerebbe comunicarlo al paziente. Ma è complesso. Tant’è che al momento i radiologi non hanno ancora previsto di inserire questo dato nel referto, ma preferiscono comunicarlo e spiegarlo a voce, con un servizio di counseling. Per favorire l’interazione fra medico radiologo e paziente sia nella fase preliminare agli esami diagnostici, con informazioni corrette e ben spiegate, sia nella fase della reportistica, per condividere i risultati, comprenderne vantaggi ed anche limiti, e pianificare insieme i successivi passi. “In questo modo facciamo capire al paziente che siamo di fronte a un’analisi di tipo statistico” sottolinea Papa. “È un po’ come il cardiologo che dà un indice di rischio cardiovascolare in base a una serie di fattori fisici, di laboratorio, diagnostici e derivati dalle abitudini di vita; noi daremo un valore del rischio basandoci sui dati estratti dalle immagini. A breve attiveremo un ambulatorio neurocognitivo per i pazienti e, a chi lo richiederà, forniremo anche questo tipo di valutazione di rischio di malattia neurodegenerativa, ma sempre dopo una adeguata preparazione e spiegazione”. Secondo Papa serviranno ancora 5-6 anni prima che dati di tipo radiomico e predittivo possano comparire in un referto clinico. Lo sguardo però va ancora più in là, a quando ai dati della radiomica potremmo abbinare anche quelli genetici. Per esempio, per tornare ancora al caso dell’Alzheimer, valutando anche la presenza di eventuali geni che predicano il rischio di sviluppare la malattia. A quel punto si parlerà di radiogenomica e la sensibilità aumenta in maniera esponenziale.

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