La dermatite atopica cambia con il colore della pelle: per questo servono trial internazionali e terapie mirate

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Pubblicato il: 14 Ottobre 2022|

“Servono più studi che valutino i fenotipi molecolari e cellulari dei tessuti delle persone con dermatite atopica non bianche, nonché una maggiore inclusione di gruppi minoritari nei trial clinici, per sviluppare trattamenti mirati per una popolazione multietnica”. Sono le conclusioni di uno studio di profilazione molecolare realizzato usando il sequenziamento dell’Rna, condotto alcuni anni fa da un gruppo di ricercatori della School of Medicine at Mount Sinai di New York, tuttora valide e confermate anche da Aldo Morrone, direttore scientifico dell’Istituto dermatologico San Gallicano (Irccs Istituti fisioterapici ospitalieri, Ifo) di Roma. Secondo gli autori infatti, nonostante la maggior parte degli studi clinici sia condotta su individui di discendenza europea, i dati in letteratura dimostrano che la dermatite atopica si verifica più frequentemente negli individui asiatici e neri rispetto ai bianchi e con fenotipi differenti.

Non parlate di etnie

Sbagliato però parlare di “etnie” come spiega Morrone, un termine che secondo il professore andrebbe usato con cautela se non addirittura abbandonato, anche se con difficoltà. “Esiste ancora questo concetto errato dei gruppi etnici” sottolinea l’esperto. “Si è tentato di studiare i geni associati alla dermatite atopica all’interno dei gruppi etnici ed è stato dimostrato che anche al loro interno la differenza è enorme. Questo perché il colore della pelle è una realtà biologica, non etnica. Si può parlare di etnie, ma avendo in mente che con questo termine non si intendono raggruppamenti di persone con caratteristiche genetiche comuni, ma che hanno le stesse caratteristiche culturali o geografiche”.

Morrone cita l’esempio della cosiddetta etnia africana cui è associata un’incidenza di dermatite atopica maggiore rispetto ad altri gruppi, “ma l’Africa è un continente che ha 56 Stati popolati da soggetti che hanno la pelle chiarissima e altri che la hanno molto scura” precisa. “Per cui anche i termini afro-americano, africano, caucasico, bianco e nero, non andrebbero usati, ma bisognerebbe parlare di pelle chiara, scura e più scura”.

Questioni socio-economiche

Continua Morrone: “Se invece parliamo di popolazioni è evidente che quella africana vive una condizione socioeconomica deprivata ed ha una minore capacità di dare o ricevere servizi sanitari, il che di conseguenza porta a un’incidenza e una prevalenza maggiore di dermatite atopica. Gruppi con elevata incidenza/prevalenza sono stati studiati e riportati in letteratura, ma non sono state trovate grosse differenze a livello genetico”. Morrone inoltre ricorda che nella fascia subequatoriale australiana, non sono presenti le stesse malattie che si ritrovano nelle aree africane alla stessa latitudine, soprattutto nelle fasce di popolazione economicamente più benestanti. “Per avere una conferma dovremmo aumentare l’offerta dei servizi sanitari nelle aree rurali delle popolazioni ‘neglette’ in Africa, per capire se è vero che l’incidenza di alcune patologie, tra cui la dermatite atopica, la psoriasi e anche i tumori della pelle, hanno un’incidenza minore o maggiore rispetto ad altre popolazioni”.

Differenze

Fatte queste premesse, resta il fatto che i soggetti con la cute scura e in particolare quelli che vivono in Africa, hanno un’incidenza maggiore di dermatite atopica, dovuta a un mix di fattori genetici, ambientali e socio-economici. Dal punto di vista clinico la dermatite atopica differisce tra i diversi gruppi per sfumature importanti nell’aspetto visivo, ampiamente sottovalutate in letteratura, dovute principalmente alle differenze nella pigmentazione e nella distribuzione delle lesioni, come scrivono gli autori del lavoro già ricordato, pubblicato su Experimental dermatology nel 2018. Lo stesso Morrone spiega che una delle caratteristiche della dermatite atopica nella popolazione con la pelle scura è l’iperpigmentazione, che può diventare definitiva e che è ormai considerato un problema talmente grande da spingere verso la ricerca di soluzioni depigmentanti.

Al di là delle differenze nell’aspetto clinico però la dermatite atopica può apparire diversa dal punto divista molecolare e istologico a seconda della pelle. E lo studio della School of Medicine at Mount Sinai di New York aveva riscontrato nelle persone “afro-americane” la prevalenza di un determinato fenotipo di dermatite atopica (Th2-Th22 a discapito del Th1/Th17), oltre a una differenza di polarizzazione immunitaria ed espressione del marker di barriera epidermica tra “afro-americani” e “americano-europei”. Inoltre i ricercatori hanno scoperto che a livello cellulare e molecolare il fenotipo asiatico appare come un mix tra il profilo europeo di dermatite atopica e di psoriasi.

Trial clinici più inclusivi

Tutti dati che potrebbero avere un peso nella scelta della terapia più adeguata e aprono la strada a trial clinici mirati, stratificati per gruppi di popolazione. “La comprensione delle caratteristiche cliniche uniche della dermatite atopica in diversi gruppi etnici, nonché delle differenze nei polimorfismi genetici che ne influenzano la suscettibilità e la risposta alle attuali terapie, è fondamentale per la gestione di una popolazione di pazienti sempre più diversificata” concludono gli autori dello studio newyorkese. È d’accordo anche Morrone che aggiunge: “Dovremmo cominciare a studiare terapie di medicina di precisione, come si fa nell’ambito oncologico, non tanto per gruppi etnici, quanto per gruppi geneticamente assimilabili. Per questo servirebbero trial clinici internazionali, più ampi e diversificati, che comprendano popolazioni differenti. Studi che siano però inseriti all’interno di servizi offerti costantemente e strutturalmente a tutta la popolazione, possibilmente anche con tempi lunghi di osservazione”.

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