Dermatite atopica: in studio biomarcatori per rendere la terapia più personalizzata

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Pubblicato il: 3 Agosto 2022|

La Food and drug administration (Fda) statunitense definisce biomarcatore “una caratteristica definita che viene misurata come indicatore di normali processi biologici, processi patogeni o risposte a un’esposizione o a un intervento, compresi gli interventi terapeutici”. La Fda aggiunge anche che “le caratteristiche molecolari, istologiche, radiografiche o fisiologiche sono tipi di biomarcatori”.L’Agenzia europea per i medicinali (Ema) usa una definizione più restrittiva: “una molecola biologica trovata nel sangue, in altri fluidi corporei o nei tessuti che può essere utilizzata per seguire i processi corporei e le malattie negli esseri umani e negli animali”. Al di là delle definizioni, i biomarcatori restano uno strumento utilissimo anche nell’area della dermatite atopica, per rendere la terapie disponibili sempre più personalizzate.

Inseguire un sogno

“La biopsia liquida, stabilire grazie a un prelievo che tipo di dermatite atopica abbiamo davanti, è un sogno che inseguiamo da tempo” commenta Paolo Amerio, professore dell’Università degli studi di Chieti e direttore della Clinica dermatologica Ospedale SS. Annunziata di Chieti. L’esperto spiega che le ricerche attive sono tantissime e altrettanto numerosi i potenziali marker, tutti legati a vie metaboliche della malattia che hanno a che fare con l’infiammazione. Trovarli sarebbe importante perché la dermatite atopica è una malattia complessa che comprende diversi fenotipi e la risposta terapeutica può variare in base alle differenze cliniche e molecolari. Tanto che un’indagine condotta dall’International Eczema Council (Iec), sostiene che, a causa della grande eterogeneità della malattia, sarebbe necessario combinare la valutazione clinica e l’uso dei biomarcatori per stratificare i pazienti.

I sottotipi di biomarcatori

Secondo la review dell’Iec pubblicata nel 2021 su The Journal of allergy and clinical immunology i biomarcatori possono avere diverse funzioni. Gli esperti in particolare citano la classificazione fatta dal gruppo di lavoro sui biomarcatori della Fda-Nih, che ne distingue sette tipi: quelli che indicano una suscettibilità/rischio per la dermatite atopica; i diagnostici; i biomarcatori utili per il monitoraggio o la gravità della patologia; i prognostici; i predittivi; quelli che forniscono informazioni sulla farmacodinamica e la risposta alla terapia; e infine i marker di sicurezza. Tutti secondo gli esperti sono potenzialmente importanti nella gestione della malattia e possono aiutare a stratificare i pazienti per migliorarne la gestione e la compliance al trattamento.

Forme endotipiche

Aggiunge Amerio che alcuni gruppi di ricercatori sono riusciti a stringere il campo a una decina di biomarker, che permettono di distinguere tra circa quattro forme endotipiche, cioè non legate al fenotipo o alla manifestazione clinica cutanea della dermatite atopica, ma al meccanismo immunologico che ne è alla base. Spiega l’esperto: “Le ricerche cominciarono quando ci si accorse che la dermatite atopica dei bambini è immunologicamente diversa da quella degli adulti. Differisce inoltre tra le popolazioni asiatiche, europee e africane. Nei primi infatti la dermatite atopica è caratterizzata anche da citochine tipiche della psoriasi ed è molto simile ad essa. Mentre la maggior parte della popolazione africana ha una dermatite atopica particolarmente legata allo sviluppo di ipercheratosi follicolare”.

I potenziali biomarcatori

Tra i tanti biomarcatori attualmente in studio la review dell’Iec afferma che la chemochina con le maggiori evidenze scientifiche a supporto è CCL17/TARC, un chemiotattico dei linfociti TH2. Scrivono gli autori della review: “Sebbene sia implicato anche in altre malattie atopiche, tra cui asma e rinite allergica, la correlazione con la gravità clinica è stata stabilita solo nei pazienti con dermatite atopica. Inoltre, siamo stati in grado di trovare più di venti pubblicazioni a sostegno della robusta correlazione dei livelli di CCL17/TARC nel siero con la gravità clinica della malattia sia nei bambini che negli adulti. Potenziali biomarcatori emergenti sono altre chemochine correlate alle cellule TH2, come CCL18/polmonare e la chemochina regolata dall’attivazione CCL22/MDC (recentemente segnalata per essere in grado di predire in modo coerente la risposta terapeutica di diversi trattamenti), CCL26/eotaxin-3, CCL27/CTACK e le citochine chiave TH2 e TH22, cioè rispettivamente l’interleuchina-13 (IL-13) e IL-22. Rispetto alle chemochine correlate al TH2, le citochine sono state segnalate meno comunemente come biomarcatori del sangue per la dermatite atopica e sono state collegate soprattutto alla gravità della malattia quando misurate nella pelle”.

Una medicina personalizzata

Racconta Amerio che di recente potenziali biomarcatori sono stati testati in due studi clinici per valutare l’efficacia di un farmaco. In particolare si trattava di un anticorpo anti IL-22 che, va da sé, funziona maggiormente nei pazienti con livelli di IL 22 molto elevati. Una valutazione importante anche considerando che la citochina IL-22 non sempre è presente in tutti i pazienti con la dermatite atopica. “Ecco perché è importante distinguerne i valori” precisa Amerio. Mentre l’altro studio è stato condotto su un gruppo di pazienti con una iperespressione di IL-17, altra citochina che si trova in molte malattie infiammatorie e autoimmuni.

Basta un prelievo

Gli studi più avanzati insomma al momento riguardano biomarcatori in grado di predire l’efficacia di una terapia, in base alle disregolazioni molecolari specifiche del paziente che differiscono tra vari sottotipi di dermatite atopica. Concludono gli autori della review: “Poiché i farmaci biologici sono costosi, è essenziale la caratterizzazione di biomarcatori che predicano quali pazienti probabilmente trarranno maggior beneficio da essi. Idealmente, un set convalidato di biomarcatori affidabili che utilizzano metodi minimamente invasivi consentirà l’implementazione della medicina di precisione nella dermatite atopica, migliorerà la gestione dei pazienti e accelererà lo sviluppo di nuove terapie”.

È quello che in un futuro non lontanissimo si aspetta anche Amerio: “di disporre di un kit che ci permetterà di capire solo con un prelievo del sangue, che tipo di dermatite atopica ha quel determinato paziente e se risponderà meglio a una cura piuttosto che a un’altra. È vero che oggi la stragrande maggioranza delle persone risponde bene pressoché a tutti i farmaci disponibili, ma i biomarcatori aiuteranno a rendere la medicina e la cura della dermatite atopica, sempre più personalizzata”.

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Tag: biomarcatori / dermatite atopica / dermatite atopica nell’adulto diagnosi trattamenti e impatto sulla qualita di vita / universita degli studi di chieti /

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