Dispositivi medici a misura di donna: si deve fare di più

Pubblicato il: 16 Dicembre 2021|

È il 1991 quando una “nuova malattia” minaccia la salute delle donne. Si chiama “sindrome di Yentl” e a renderla nota è la cardiologa Bernardine Healy, prima donna direttrice dei National Institutes of Health statunitensi con un editoriale pubblicato sul New England Journal of Medicine (“The Yentl Syndrome“). Yentl in realtà è la giovane donna ebrea protagonista di un racconto di Isaac B. Singer che finge di essere un uomo, travestendosi e tagliandosi i capelli, per poter studiare il Talmud. Healy prende in prestito il personaggio e denuncia il fatto che le donne per potersi curare devono vestirsi da uomo e tagliarsi i capelli: da cardiologa si rende conto della grande differenza tra il numero di pazienti maschi e femmine. Rispetto agli uomini, le donne vengono ricoverate meno e più raramente sono sottoposte a indagini diagnostiche come coronarografie, interventi e terapie (trombolisi, stent, bypass). Nasce allora la medicina genere-specifica, con un monito che punta i riflettori sulle differenze nella gestione dell’infarto, ma anche sui farmaci e sui dispositivi medici – come gli stent appunto – sviluppati a misura di maschio e usati anche nelle donne con risultati non sempre soddisfacenti. E se in questi trent’anni qualche passo è stato mosso per ridurre il gap tra i sessi nella ricerca biomedica, quello dei dispositivi medici è un ambito ancora molto lontano dall’essere studiato, compreso e adeguato a seconda del genere.

La siringa e l’iniezione intramuscolo

La siringa per esempio, è uno dei device maggiormente utilizzati, ma oggetto anch’esso di “bias di genere”. Nel caso dell’iniezione intramuscolo, infatti, la lunghezza dell’ago è “a misura d’uomo”, pensata per veicolare il farmaco nel muscolo di un uomo standard, motivo per cui potrebbe non andare bene nelle donne i cui glutei hanno tendenzialmente molto più tessuto adiposo. L’ago infatti, troppo corto, potrebbe non raggiungere il muscolo. “A quel punto non si tratta più un’iniezione intramuscolare e di conseguenza cambia la farmacocinetica del farmaco” spiega Flavia Franconi, già docente di farmacologia presso l’Università degli studi di Sassari e coordinatrice del Laboratorio nazionale di medicina e farmacologia di genere dell’Istituto Nazionale Biostrutture e Biosistemi, Inbb. “Ne deriva che alcuni medicinali potrebbero non essere attivi, perché non raggiungono concentrazioni ematiche sufficientemente elevate da esplicare il loro effetto nell’organismo”.

Mascherina a misura di donna

Ma di esempi simili, in cui a fare la differenza tra i due sessi è il dispositivo medico, ce ne sono ancora tanti, come conferma ancora Franconi. “Esiste una questione di genere anche per i medical device così come per i farmaci e l’argomento è vasto tanto quanto la farmacologia. Motivo per cui ogni singolo dispositivo andrebbe indagato dal punto di vista delle differenze di sesso”. Esempio noto sono le mascherine. Dati di uno studio coreano pubblicati quest’anno (Influence of quarantine mask us on skin characteristics: one of the changes in our life caused by the covid-19 pandemic in technology skin, luglio 2021) hanno dimostrato che il dispositivo di protezione individuale (Dpi) indossato per oltre sei ore al giorno ha un impatto maggiore sulla cute delle donne. “I cambiamenti della pelle causati dall’uso della mascherina hanno mostrato differenze a seconda del sesso nell’elasticità della pelle (dopo sei ore), arrossamento e rugosità (dopo due settimane)”. Senza per questo, ovviamente, voler scoraggiare l’uso delle mascherine, i dati potrebbero almeno suggerire l’impiego di materiali diversi, più adatti alla pelle delle donne.

Questione di sinergia

Una conferma arriva anche dalla terapia sostitutiva con nicotina somministrata tramite cerotti. “Sappiamo bene che le donne rispondono meno a questa terapia e quindi ai cerotti, rispetto agli uomini – afferma Franconi – il perché non è ancora noto, non conosciamo il meccanismo intimo, ma sappiamo che la cute della donna è diversa, così come il polmone. E forse, se facessimo esperimenti ad hoc potremmo vedere che la pelle femminile assorbe meno nicotina. A questo poi va aggiunto che la nicotina ha anche un metabolismo diverso nell’uomo rispetto alla donna, per cui le differenze legate alla cute o al polmone potrebbero sommarsi a quelle dovute al metabolismo diverso della sostanza”. Sinergie queste, ancora tutte da indagare nel campo della medicina di genere, dove a malapena si iniziano a contare le ricerche che indagano gli effetti dei singoli dispositivi. Parlando ancora di nicotina un recente studio del 2021 (“An association between electronic nicotine delivery systems use and a history of stroke using the 2016 behavioral risk factor surveillance system”), ha indagato su quasi 500 mila persone il legame tra sigarette elettroniche e stroke. “Si tratta di uno studio molto grande, con focus su un device molto popolare al momento, che ipotizza un maggior rischio di ictus nelle donne che usano le sigarette elettroniche rispetto agli uomini” precisa Franconi.

I tubi endotracheali

Ancora, Franconi cita uno studio di qualche anno fa (“Gender differences in sore throat and hoarseness following endotracheal tube or laryngeal mask airway: a prospective study”) che aveva evidenziato i danni riportati nelle donne in seguito all’utilizzo di tubi endotracheali non adatti al loro organismo. “Bisogna usare tubi più piccoli in caso di intubazione – precisa l’esperta – ovviamente per una questione di dimensioni, perché la trachea delle donne è più piccola”. In particolare lo studio prospettico dimostra che in un ambiente clinico in cui le pazienti sono intubate con un tubo endotracheale di dimensioni più piccole rispetto a quelli usati negli uomini, non sono state riscontrate differenze significative nel mal di gola postoperatorio o nella raucedine postoperatoria tra i sessi. Inoltre, più donne rispetto agli uomini manifestano mal di gola postoperatorio quando viene utilizzata una maschera laringea. “La consapevolezza di tale eventi avversi può aiutare a identificare i pazienti in cui potrebbe essere utilizzato il miglior dispositivo per le vie aeree durante l’anestesia e l’intervento chirurgico” scrivono in conclusione gli autori della ricerca.

La terapia di risincronizzazione cardiaca

Tornando all’ambito cardiologico, dove la medicina di genere è nata, si contano migliaia di device ma non tutti progettati tenendo in considerazione l’organismo femminile. “Lo scompenso cardiaco per esempio viene trattato con la terapia di risincronizzazione cardiaca tramite due pacemaker – afferma Franconi – uno che risincronizza il ritmo e che può essere utilizzato per trattare e per prevenire la morte cardiaca improvvisa e un altro che risincronizza il battito aumentando la capacità di pompa. Quello che sappiamo – continua – è che i due sistemi sono molto meno utilizzati nelle donne rispetto agli uomini. Eppure sono le donne a trarne maggior beneficio”. Lo dimostra uno studio del 2020 (“Sex differences in left ventricular electrical dyssynchrony and outcomes with cardiac resynchronization therapy”) secondo cui le differenze sesso-specifiche nella disincronia ventricolare sinistra contribuiscono a un maggiore beneficio della terapia di risincronizzazione cardiaca tra le donne. Il perché la terapia sia meno utilizzata nelle donne nonostante gli esiti positivi è ancora senza risposta, come prova a spiegare Franconi, ma è inevitabile pensare a una medicina ancora troppo androcentrica. “C’è un divario netto – sottolinea Franconi – perché nel corso degli anni sono stati prodotti tantissimi lavori scientifici con focus sulla medicina di genere, ma l’applicazione clinica di tali concetti è ancora molto rara. Fino a quando tutto il personale non verrà aggiornato e alfabetizzato sull’argomento non cambierà molto e si continuerà a lavorare come si è sempre fatto”.

Tag: covid / dispositivi medici / mascherine / medicina di genere / pandemia /

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