Emofilia A, l’innovazione punta a emostasi normalizzata e “sanguinamento zero”

Alzare l’asticella sempre un po’ più in alto. È questa l’ambizione dei clinici e delle persone con emofilia A, una malattia rara causata dalla carenza o assenza del fattore VIII – una proteina fondamentale per la formazione del coagulo – che espone i pazienti a sanguinamenti prolungati o spontanei, soprattutto a livello articolare e muscolare, con il rischio di danni progressivi nel tempo. Una speranza dettata dai risultati ottenuti in questi anni che hanno portato a una riduzione del burden di trattamento e del rate di sanguinamento, che sempre più si avvicina – ma non è ancora arrivato – allo zero.
“Abbiamo fatto grandissimi passi in avanti e la storia naturale della malattia è cambiata totalmente, ma rimangono ancora sfide aperte nella gestione dell’emofilia A” afferma in una videointervista ad AboutPharma, Matteo Di Minno, responsabile dell’unità di Trombosi ed Emostasi del dipartimento di Medicina Clinica e Chirurgia dell’università degli studi di Napoli Federico II.
L’intervista inaugura la nuova rubrica digitale “Connect: Innovazione e bisogni clinici si incontrano nelle malattie rare”, nata per raccontare come le più recenti innovazioni stanno modificando la storia di un gruppo di malattie rare in particolare: emofilia, Glomerulopatia da C3 (C3G) e Glomerulonefrite Membranoproliferativa da Immunocomplessi (IC-MPGN) due patologie renali rare e la sindrome chilomicronemica familiare (Fcs).
Alzare
La normalizzazione dell’emostasi
Tornando all’emofilia A, uno degli obiettivi raggiunti di recente è stato il passaggio dalla semplice prevenzione degli episodi emorragici alla normalizzazione dell’emostasi, con una riduzione significativa dei sanguinamenti. Per anni, infatti, la carenza del fattore VIII di coagulazione è stata compensata somministrando la proteina mancante, ma i trattamenti avevano una durata limitata e richiedevano infusioni endovenose frequenti, con il risultato che i pazienti trascorrevano solo brevi periodi con un’emostasi efficace e gran parte del tempo in una condizione di rischio emorragico.
Oggi invece è possibile mantenere un’emostasi efficace e vicina alla normalità per periodi molto più lunghi, migliorando in modo significativo la gestione clinica e la qualità di vita dei pazienti. Chiarisce Di Minno: “L’idea di ‘normalizzazione dell’emostasi’ rappresenta già di per sé un grande successo: il solo fatto di poter parlare di normalizzazione in una popolazione di pazienti con una coagulopatia congenita, che li accompagna per tutta la vita, significa riconoscere il percorso di innovazione che ha profondamente modificato la storia naturale della malattia”.
Il danno articolare
Un altro aspetto della malattia che negli anni è migliorato notevolmente è il danno articolare. Nel 70-80% dei pazienti con emofilia avvengono, infatti, sanguinamenti a livello articolare che causano danni progressivi a carico della cartilagine e dell’osso.
“Per molti anni emofilia e artropatia emofilica sono andate di pari passo” continua Di Minno. “Oggi però assistiamo a un cambiamento radicale di prospettiva: parliamo infatti di prevenzione e protezione del benessere articolare. Questo riflette un cambio di paradigma che si collega anche al concetto di emostasi normalizzata”.
Obiettivo “sanguinamento zero”
Resta però la sfida del sanguinamento subclinico, per molti versi il nuovo obiettivo terapeutico. Le nuove terapie infatti, come accennato, hanno permesso di ridurre i sanguinamenti che oggi si manifestano con episodi molto più piccoli e meno evidenti, ma non per questo privi di danni.
“Anche una minima quantità di sangue all’interno dell’articolazione, se non riconosciuta e trattata, può determinare danno articolare” precisa Di Minno, ricordando come oggi l’obiettivo sia proprio il “sanguinamento zero”.
“La difficoltà principale è identificare questi eventi minori” continua. “In questo contesto, l’ecografia muscoloscheletrica con approccio point-of-care rappresenta uno strumento decisivo. Permette di rilevare anche minimi versamenti, dell’ordine di pochi millilitri, e di identificare segni indiretti come l’ipertrofia sinoviale, che è spesso l’epifenomeno di sanguinamenti pregressi. È proprio questa capacità di individuare segni precoci e subclinici che oggi ci consente di valutare in modo più accurato l’efficacia della profilassi e di intervenire tempestivamente per proteggere le articolazioni”.
Verso una “health equity”
Tutto questo ha portato a un netto miglioramento della qualità di vita delle persone con emofilia A. Come ha ricordato l’esperto, in passato queste persone avevano difficoltà anche a svolgere attività quotidiane come giocare con i propri figli, andare al mare o fare una passeggiata, perché in qualsiasi momento potevano andare incontro a sanguinamenti importanti, in grado di compromettere la giornata loro e dell’intera famiglia.
La protezione da questi eventi significa quindi avvicinare sempre di più le persone con emofilia a una reale condizione di “health equity”, permettendo loro di integrarsi pienamente nella vita sociale, scolastica, universitaria, lavorativa e relazionale.
“Anche l’attività fisica e sportiva, un tempo fortemente limitata — spesso per scelta clinica, proprio per ridurre il rischio emorragico in assenza di una protezione adeguata — oggi può essere svolta con maggiore sicurezza” conclude Di Minno. “È un cambiamento non solo clinico, ma profondamente umano: siamo passati da un circolo vizioso fatto di sanguinamenti e artropatia a un circolo virtuoso basato su prevenzione, benessere e maggiore aderenza terapeutica”.


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