Epatite delta: burden clinico ed economico della malattia in Italia

epatite delta
Pubblicato il: 28 Luglio 2022|

Superinfezione o coinfezione? Nella Giornata mondiale delle Epatiti (28 luglio) la forma meno nota (epatite delta) ma più severa fa parlare di sé anche per la sua epidemiologia complessa. Essendo causata da un virus cosiddetto “satellite”, che richiede la presenza del virus dell’epatite B (HBV), gli specialisti distinguono tra pazienti che contraggono contemporaneamente entrambi i virus e quelli in cui la presenza dell’antigene di superficie dell’epatite B (HBsAg) li espone all’agente HDV (superinfezione).

Il decorso è diverso

In Italia la storia della malattia è cambiata dall’introduzione della vaccinazione obbligatoria anti-HBV (legge 165/1991) che ha ridotto l’incidenza di entrambe le forme. Oggi, secondo i dati della piattaforma PITER, in Italia si contano 4181 persone HBsAg positive con un’età media di 58 anni, di cui il 63% è di sesso maschile e il 21% non italiano. La prevalenza di anti-HDV tra le persone HBsAg positive è complessivamente dell’8,8%. Quanto alla clinica, il decorso della coinfezione da HBV/HDV è generalmente acuto e, in più del 90%-95% dei casi, si risolve spontaneamente. Il 5% dei casi tende a cronicizzare o a evolvere in modo fulmineo. Purtroppo nei casi di superinfezione da HDV, la cronicizzazione (è tale se la positività persiste per almeno sei mesi) avviene in almeno il 90% dei pazienti.

Il gruppo di lavoro dedicato

Sono alcune delle evidenze raccolte in un lungo documento redatto da gruppo di lavoro multidisciplinare che si è riunito nelle scorse settimane (tra i partecipanti al quale hanno partecipato Luca Degli Esposti, Ivan Gardini, Loreta Kondili, Pietro Lampertico, Francesco Saverio Mennini, Tiziana Nicoletti, Massimo Puoti, Dario Sacchini, Teresa Santantonio e Annalisa Scopinaro). Tra gli approfondimenti condotti figura anche un’analisi di real-world evidence, condotta di recente da CliCon SRL Società Benefit in collaborazione con un campione di Aziende sanitarie locali (Asl) italiane. Questa ha evidenziato un elevato burden clinico ed economico nei pazienti ospedalizzati per epatite delta in Italia. I risultati dello studio saranno presentati al prossimo congresso dell’American Association for the Study of Liver Diseases, AASLD – The Liver Meeting 2022, che si terrà tra il 4 e l’8 novembre.

L’impatto della patologia

In un campione di circa 12 milioni di assistiti distribuiti sul territorio nazionale, tra il 2015 ed il 2020, sono stati identificati 200 pazienti ospedalizzati per HDV. La prevalenza delle ospedalizzazioni era pari al 5,19% dei casi totali di epatite B. Il 10% dei pazienti presentava una ospedalizzazione per cirrosi compensata, il 13% per cirrosi scompensata, il 12.5% per epatocarcinoma e il 7% per trapianto di fegato. Inoltre, il 57% dei pazienti aveva avuto una diagnosi per ipertensione, il 19% per malattia mentale. Al 6% era stata precedentemente diagnosticata un’infezione da Hiv, al 33.5% di Hcv. Considerando l’anno precedente e quello successivo l’ospedalizzazione, è emerso come il numero medio di ricoveri (1,1 vs 2,2), visite ambulatoriali (7,5 vs 7,8) e prescrizioni di farmaci (8,9 vs 9,1) mostrasse un trend in salita nel periodo successivo l’ospedalizzazione. I costi sanitari medi totali per paziente risultavano pari a 9.088 euro prima del ricovero e a 17.667 euro dopo il ricovero, con un significativo aumento del 94.4%.

Il professor Francesco Saverio Mennini, docente di Economia Sanitaria e Economia Politica alla Facoltà di Economia Università di Roma “Tor Vergata” e presidente della Società italiana di Hta (Sihta) ha analizzato i costi della malattia. “Colpisce persone in età lavorativa che diventano improduttive e influisce sui costi diretti sanitari: prima la media era di 7/7.500 euro a ricoverato, ora tocca i 9/9.500”.

Diagnosi da perfezionare

Un altro aspetto analizzato nel documento è la difficoltà nel diagnosticare l’infezione. Spiega Teresa Santantonio, direttore della Struttura Complessa Malattie Infettive, Aou Ospedali Riuniti di Foggia: “Il primo passo è la ricerca degli anticorpi anti-HDV che tuttavia non discriminano tra un’infezione attiva o pregressa. Pertanto per diagnosticare una infezione da HDV attiva, il secondo step è la ricerca del genoma virale ovvero dell’HDV RNA nel siero. Purtroppo questo test viene eseguito in pochissimi laboratori e soprattutto non rientra nel codice di esenzione per patologia epatica. Con la prossima disponibilità di nuove opzioni terapeutiche è quindi indispensabile disporre di questo test sia per la diagnosi di epatite cronica delta che per porre l’indicazione al trattamento ed il monitoraggio della risposta alla terapia antivirale”.

Possibili terapie

Per gli autori del documento l’introduzione di nuove strategie terapeutiche rappresenta un obiettivo clinico da raggiungere al fine di ridurre il burden clinico nei pazienti e contenere i costi a carico del Ssn per la gestione della patologia. Ad oggi in Italia non esiste un trattamento efficace per l’epatite delta e fino a poco tempo fa non c’era nessun farmaco autorizzato dall’Ema (oggi c’è il bulevertide). Spiega Pietro Lampertico, Direttore dell’UOC di Gastroenterologia ed Epatologia, Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Università di Milano. “Per anni abbiamo usato l’interferone, pur senza autorizzazione, su pazienti che hanno anche l’epatite B. Il farmaco però ha molti effetti collaterali e funziona solo sul 20% dei malati. Nel 2022 l’Ema ha approvato, per la prima volta, un farmaco specifico per l’epatite delta (bulevertide). Non è ancora approvato da Aifa ma lo abbiamo già sperimentato su 50 pazienti e si è dimostrato efficace e sicuro”.

Tag: bulevertide / burden / epatite delta /

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