Fibrillazione atriale, il declino cognitivo resta elevato anche con gli anticoagulanti

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Pubblicato il: 28 Luglio 2026|

La terapia anticoagulante orale, pur rimanendo il cardine della prevenzione dell’ictus nei pazienti con fibrillazione atriale, potrebbe non essere sufficiente a ridurre il rischio di declino cognitivo. È quanto emerge dallo studio Strat-AF, coordinato dall’Università di Firenze e condotto dall’Istituto di neuroscienze del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), dall’Azienda ospedaliero-universitaria Careggi e dall’Ateneo fiorentino. La ricerca, pubblicata sulla rivista EP Europace, è la prima a stimare l’incidenza del deterioramento cognitivo negli anziani con fibrillazione atriale già in trattamento con anticoagulanti orali.

“I dati rilevati mostrano come, anche nei pazienti correttamente trattati con anticoagulanti per la prevenzione dell’ictus, il rischio di declino cognitivo resti elevato e legato al carico di comorbidità vascolare accumulato nel corso della vita” spiega Costanza Parenti, ricercatrice Cnr-In. “Questo suggerisce che i meccanismi alla base del legame tra fibrillazione atriale e declino cognitivo vadano oltre la sola prevenzione del rischio tromboembolico, e chiama in causa fenomeni come l’ipoperfusione cronica e l’infiammazione”.

Il rischio di deterioramento cognitivo resta elevato

La fibrillazione atriale rappresenta l’aritmia cardiaca più frequente a livello mondiale, con circa 59 milioni di persone colpite, ed è da tempo riconosciuta come un importante fattore di rischio per il declino cognitivo. Finora, tuttavia, mancavano dati sull’incidenza di questo fenomeno nei pazienti anziani trattati con terapia anticoagulante.

Per colmare questa lacuna, i ricercatori hanno seguito per circa due anni 140 pazienti di età superiore ai 65 anni con fibrillazione atriale, cognitivamente integri all’arruolamento e in terapia anticoagulante orale. Tutti sono stati sottoposti a una valutazione neuropsicologica completa all’inizio dello studio e durante il follow-up.

Spiega Antonio Di Carlo, ricercatore dell’Istituto di neuroscienze del Cnr (Cnr-In): “Nel periodo di osservazione, 30 pazienti hanno sviluppato deterioramento cognitivo con un’incidenza stimata di circa 14 casi all’anno ogni 100 persone seguite: un valore all’incirca doppio rispetto a quello osservato nella popolazione anziana generale. Abbiamo inoltre riscontrato che, anche nei pazienti anziani con fibrillazione atriale in terapia anticoagulante, la presenza di cardiopatia coronarica, un precedente ictus e il diabete aumentano significativamente il rischio di declino cognitivo. Al contrario, un livello di istruzione più elevato e migliori prestazioni cognitive all’inizio dello studio si sono confermati fattori protettivi”.

L’istruzione si conferma un fattore protettivo

Accanto ai fattori di rischio, lo studio ha identificato anche elementi associati a una maggiore protezione. In particolare, un livello di istruzione più elevato e migliori prestazioni cognitive al momento dell’arruolamento sono risultati correlati a una minore probabilità di sviluppare deterioramento cognitivo.

Secondo Di Carlo questo risultato è coerente con il concetto di “riserva cognitiva”: anni di studio e un’attività intellettuale prolungata possono consentire al cervello di compensare più a lungo i danni di origine vascolare o degenerativa. Inoltre, un livello di istruzione più elevato si associa spesso a stili di vita più salutari e a una migliore aderenza alle terapie.

Verso uno screening cognitivo sistematico

Gli autori sottolineano che i risultati dovranno essere confermati da studi multicentrici su popolazioni più ampie. Tuttavia, la disponibilità della prima stima dell’incidenza del deterioramento cognitivo in questa specifica categoria di pazienti rappresenta un elemento utile per ripensare la presa in carico clinica.

Secondo i ricercatori, oltre alla prevenzione del rischio tromboembolico sarà necessario integrare nella gestione della fibrillazione atriale il controllo dei fattori di rischio vascolare e uno screening cognitivo sistematico, soprattutto nei pazienti con maggiore fragilità cardiovascolare o con un basso livello di istruzione.

Lo studio, coordinato dalle principal investigator Anna Poggesi e Rossella Marcucci dell’Università di Firenze, è stato realizzato nell’ambito del progetto Strat-AF, finanziato dalla Regione Toscana e dal Ministero della Salute attraverso i bandi di ricerca finalizzata 2013 e 2021 e il Programma Ricerca Salute della Regione Toscana 2018.

Tag: anticoagulanti orali / declino cognitivo / fibrillazione atriale / ictus /

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