Linee guida alimentari: Usa ed Europa dissentono

Linee guida alimentari
Pubblicato il: 19 Maggio 2026|

Le due sponde dell’Oceano Atlantico si tro­vano ancora una volta a divergere sui temi della salute. L’ultimo “casus belli” riguarda la divulgazione delle Dietary guidelines for americans (DGAs) 2025–2030, elaborate dal Department of Health and Human Services e dal Department of Agriculture del governo statunitense. Il nuovo documento ha suscitato perplessità tra gli specialisti europei, notando incongruenze con i dettami in vigore in Europa.

“È un messaggio in parte condivisibile, ma accompagnato da scelte controverse, soprattutto sul piano quantitativo e comunicativo e non sempre pienamente allineate alle evidenze consolidate e al modello della dieta medi­terranea”, nota Alexis Elias Malavazos, responsabile dell’unità operativa di endocrinologia e del servizio di nutrizione clinica e prevenzione cardiometabolica dell’Ircss Policlinico San Donato di Milano.

Dubbi sulla rappresentazione grafica

Una prima criticità riguarda lo strumento grafico utilizzato dagli americani, ovvero la piramide che potrebbe generare più dubbi che certezze. La rap­presentazione grafica non chiarisce i volumi dei cibi e le misure (porzioni, grammi, calorie?) ma è ancora più problematico il fatto relativo alle indicazioni sul consumo dei grassi saturi che, in base a numerose ricerche, non dovrebbero fornire più del 10 per cento dell’apporto calorico: la piramide statunitense conferisce invece una grande visibilità ad alimenti ricchi di grassi saturi come burro, formaggi grassi e carni rosse.

Un messaggio che, a una prima lettura, potrebbe essere fuorviante. Si parla al proposito di “paradosso americano”: il testo del nuovo documento concorda sul limite del 10 per cento ma la grafica non tiene conto di questo importante aspetto.

Extravergine come i prodotti caseari?

Discutibile, inoltre, l’affermazione secondo cui i grassi salutari si trovino, come riportato nel testo, in egual misura nelle carni, nel pollame, nei prodotti caseari interi, nel pesce ricco di omega-3, nei semi, nella frutta a guscio, nelle olive e negli avocados.

“Mentre cuciniamo con grassi aggiunti – troviamo scritto – diamo la priorità agli oli che contengono acidi grassi essenziali come l’olio d’oliva. Altre op­zioni possono includere il burro o il sego bovino”. Equiparazione discutibile. Presa di posizione, pe­raltro, in contrasto con le piramidi europee che collocano alla base l’olio extravergine d’oliva sullo stesso piano di frutta e verdura.

Una posizione che non trova concordi anche alcuni autorevoli specialisti americani come Frank Hu, a capo del Department of Nutrition T.H. Chan School of Pu­blic Health dell’università di Harvard: “I messaggi contrastanti riguardanti gli alimenti ricchi di grassi saturi come la carne rossa, il burro e il sego bovino possono generare confusione e potenzialmente portare a un maggiore consumo di grassi saturi con conseguente aumento del colesterolo Ldl e del rischio cardiovascolare”.

Le divergenze “atlantiche” riguardano anche le fonti proteiche: anzi, in questo caso la cesura diviene ancora più forte. Le autorità statunitensi sono fa­vorevoli a un consumo proteico molto elevato e, per di più, collocano sullo stesso piano la carne rossa, il pesce o i legumi. L’approccio segna una frattura netta con gli orientamenti europei che consigliano invece un consumo limitato, “occasionale” di carne rossa, peraltro considerata dall’Agenzia internazio­nale per la ricerca sul cancro (Iarc) probabilmente cancerogena se assunta con scarsa moderazione e cancerogena se lavorata (insaccati e salumi).

Visioni diverse sui carboidrati

Un altro punto di attrito tra le due parti riguarda i carboidrati. “Viene promossa la riduzione dei car­boidrati raffinati e il maggiore consumo di cereali integrali. L’aumento dell’apporto di fibre è un obiet­tivo condivisibile.

Tuttavia, la letteratura recente evidenzia che, più che escludere categoricamente gli alimenti raffinati, è fondamentale considerare il ruolo della matrice alimentare per la gestione dell’insulino-resistenza, andando oltre il semplice conteggio dei macronutrienti”, precisa Malavazos, che è anche associato di endocrinologia, nefrolo­gia e scienze dell’alimentazione e del benessere all’Università di Milano.

Giusto privilegiare i cereali integrali, ma la piramide europea conserva un ap­proccio più flessibile e non pone un alert sulle farine raffinate. Inserite in un’alimentazione equilibrata, ben bilanciata e ricca di vegetali non sono da rite­nere  nocive.

Probabilmente l’enfasi portata dagli americani sulle proteine e il taglio ai carboidrati sono dovuti al contesto locale e, in particolare, agli altissimi tassi di sovrappeso e obesità, all’eccessivo apporto di zuccheri e cibi ultraprocessati, deleteri per la salute cardiometabolica.

Troppo leggeri sull’alcol

Anche la comunicazione americana sull’alcol desta qualche motivo di divisione. Il messaggio appare poco chiaro. È vero che le Dietary Guidelines 2025-2030 ne raccomandano la riduzione ma omettono di sottoline­are che anche un consumo moderato possa aumen­tare il rischio di sviluppare diverse patologie. Alcuni osservatori hanno rilevato che l’ultima versione delle Dietary guidelines for americans dimenticano di inte­grare in maniera esplicita la sostenibilità ambientale dei processi di produzione alimentare.

Al contrario, in Europa la sensibilità verso il tema ambientale viene compresa nelle raccomandazioni, ad esempio quelle delineate recentemente dalla Società italiana di nutrizione umana (Sinu) (“Mediterranean diet: why a new pyramid? An updated representation of the traditional Mediterranean diet by the Italian society of human nutrition (Sinu)”).

Si ricorda che l’adozione dello stile mediterraneo può anche abbassare la produzione di anidride carbonica, oltre a favorire in maniera diretta la salute dei cittadini. La dieta mediterranea, soprattutto per le sue caratteristiche protettive sull’ambiente (filiera corta, riduzione degli sprechi), è stata inserita nel 2010 dall’Unesco nella lista dei patrimoni culturali immateriali dell’umanità. Posizione ribadita dal modello Planetary Health Diet proposto dalla Commissione Eat-Lancet (“Food in the Anthropocene: the Eat-Lancet Commission on healthy diets from sustainable food systems“).

In conclusione, nel nostro continente il modello di riferimento, sostenuto dalle evidenze scientifiche, resta la dieta mediterranea. La vera sfida è imple­mentare la determinazione e la fiducia nel seguire le raccomandazioni nutrizionali che da molti anni in Europa vengono proposte.

“Per il pubblico italiano, non vi è necessità di importare nuovi schemi: la dieta mediterranea rimane il gold standard indiscusso per la prevenzione clinica cardiovascolare, come ampiamente dimostrato dallo studio Predimed “Primary prevention of cardiovascular disease with a mediterranean diet supplemented with extra-virgin olive oil or nuts“)”, conclude Malavazos.

Totale accordo sugli alimenti ultraprocessati

Su un punto le raccomandazioni americane ed europee concordano in pieno: evitare gli alimenti ultraprocessati, i prodotti ad elevata lavorazione industriale. Sempre me­glio riempire il carrello della spesa con alimenti freschi da cucinare in casa. Per gli statunitensi è una questione molto importante poiché più del 60% delle calorie con­sumate in media Oltreoceano deriva da alimenti ultra­processati.

Era proprio il caso di esporre in modo chiaro questa criticità, prendendo posizione, e le dietary guide­lines americane diffondono uno slogan eloquente: “Eat real food” con un invito esplicito a tornare ad alimenti autentici. Il sito web ufficiale governativo va anche oltre con il messaggio “L’America torna al cibo vero”.

Tag: Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) / Department of Health and Human Services e dal Department of Agriculture / Ircss Policlinico San Donato di Milano / Università di Harvard (Boston) / università di milano /

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