Melanoma: dall’immunoterapia speranze per il trattamento anche dei pazienti pediatrici

L’immunoterapia (il cui avvento è stato segnato anche dal Premio Nobel per la Medicina 2018) ha rivoluzionato il panorama delle cure di diverse neoplasie, a partire dal melanoma. Fino a questo momento, però, la possibilità di somministrare il trattamento soltanto ai pazienti adulti ha rappresentato un limite significativo per quei bambini e adolescenti (all’incirca venti ogni anno in Italia) che sviluppano la più aggressiva neoplasia della pelle nei primi anni di vita.
Il futuro sembra comunque pronto a riservare nuove opportunità anche per loro. Gli inibitori del checkpoint immunitario PD-1 sembrano infatti avere la medesima efficacia se somministrati a coloro che sono alle prese con un melanoma e hanno meno di diciotto anni o rientrano comunque tra i giovani adulti (Aya).
Melanoma: l’immunoterapia funziona anche in bambini e adolescenti
Il dato emerge da uno studio pubblicato sull’European journal of cancer e presentato al congresso della Società europea di oncologia medica (Esmo), in corso a Barcellona.
Tra il 2016 e marzo di quest’anno, i ricercatori hanno coinvolto nello studio 99 pazienti (con una malattia operata al terzo stadio, localmente avanzata o metastatica) provenienti da ospedali europei, australiani e del Sud America. Età media: 14 anni. Di questi, 81 sono stati trattati con un inibitore di PD-1 (nivolumab, ipilimumab, nivolumab e ipilimumab, pembrolizumab) con o senza la chemioterapia associata o con la combinazione dabrafenib/trametinib, in diverse fasi della malattia.
Complessivamente, la sopravvivenza a tre anni ha riguardato l’81,1 per cento dei pazienti trattati con immunoterapia adiuvante. Mentre nel 70,6 per cento dei casi i giovani non sono andati incontro a ulteriori recidive.
Sicurezza dell’immunoterapia: nessun rischio in più per i pazienti giovani
Non solo: i due pazienti che hanno ricevuto l’immunoterapia nel setting neoadiuvante (prima dell’intervento chirurgico) hanno raggiunto una risposta patologica completa e risultavano liberi dalla malattia rispettivamente dopo 46 e 18 mesi dalla fine delle cure.
Risultati mai ottenuti prima, che evidenziano come “l’efficacia dell’immunoterapia nel setting adiuvante sono paragonabili a quelli registrati dagli adulti affetti da un melanoma al terzo stadio ad alto rischio di recidiva”, è quanto messo nero su bianco dai ricercatori.
A ciò occorre aggiungere l’elevato profilo di sicurezza dimostrato dalla somministrazione dell’immunoterapia in pazienti pediatrici e adolescenti, senza particolari differenze tra le due categorie.
La comunità scientifica italiana protagonista della ricerca
Il successo porta la firma della comunità scientifica italiana. A coordinare il lavoro (assieme ad Alexander Eggermont, direttore generale dell’Istituto Gustave Roussy di Parigi) è stato Mario Mandalà, direttore della struttura complessa di oncologia medica dell’azienda ospedaliero-universitaria di Perugia e titolare di un grant Horizon dedicato allo studio del melanoma pediatrico.
Al suo fianco, altri dieci camici bianchi del nostro Paese: gli oncologi pediatri Andrea Ferrari, Stefano Chiaravalli (Istituto nazionale dei tumori, Milano) e Debora De Pasquale (Ospedale pediatrico Bambin Gesù, Roma), gli specialisti dell’adulto Paolo Ascierto e Gabriele Madonna (Istituto nazionale dei tumori Fondazione Pascale, Napoli), Martina Ubaldi, Giulia Pecci (azienda ospedaliero-universitaria di Perugia) e Alice Indini (Istituto nazionale dei tumori, Milano), l’anatomopatologa Daniela Massi (azienda ospedaliero universitaria Careggi, Firenze) e la biostatistica Diana Giannarelli (Policlinico Gemelli, Roma).
Più spazio ai pazienti giovani negli studi clinici
“Questi dati ci mandano un messaggio chiaro: dobbiamo poter usare gli inibitori del checkpoint PD-1 anche in bambini, adolescenti e giovani adulti”, è quanto messo nero su bianco da Ferrari, che fa parte del board nato dalla Società europea di oncoematologia pediatrica (Siope) e dall’Esmo e dedicato ai pazienti adolescenti e giovani adulti (Aya).
“C’è l’urgenza di sviluppare strategie che favoriscano l’ingresso di questi pazienti nei trial clinici di questi farmaci – è quanto dichiarato dallo specialisti a Esmo Daily Reporter, l’house organ della società di oncologia medica del Vecchio Continente –. Ma è necessario anche modificare l’approccio tradizionale allo sviluppo dei farmaci e alle valutazioni regolatorie, oltre che gli ambienti di cura”.
Gli adolescenti, per esempio, “dovrebbero essere eleggibili per gli studi clinici di fase 1 a partire dalla pubertà. Mentre sarebbe più opportuno inserire i giovani adulti nei protocolli per pazienti pediatrici, se si tratta di una neoplasia tipica di questa fascia d’età”.


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