Probiotici non “gluten free”: allarme negli Usa

Scatta l’allarme tra i celiaci americani. Uno studio della Columbia University – rilanciato dal New York Times – avrebbe dimostrato che il glutine è presente nel 55% dei probiotici etichettati come “gluten free”, tra i più venduti e costosi sul mercato Usa, normalmente assunti anche dalla popolazione intollerante alla proteina. Stando a un altro studio (sempre della Columbia University) apparso sul Journal of Clinical Gastroenterology a settembre 2014, ben il 23,6% dei celiaci statunitensi ricorre agli integratori e oltre la metà di questi proprio ai probiotici, nel tentativo di sostenere l’equilibrio della flora intestinale.
Fosse confermata, la notizia potrebbe avere un impatto catastrofico: non solo per le cause legali che negli Usa scattano ad ogni anomalo colpo di tosse del consumatore, ma per la credibilità stessa della Food and Drug Administration. In realtà, anche negli Usa, il settore degli integratori non è rigidamente regolato e la stessa Fda, ha più volte evidenziato che due terzi delle aziende che producono integratori (non solo probiotici) non si conformano alla buone pratiche di fabbricazione.
Lo studio della Columbia University, presentato in un meeting a Washington, prende le mosse da una precedente indagine che rilevava il peggioramento dei sintomi correlati alla malattia nelle persone che assumevano probiotici. In seguito è scattata l’analisi sui ventidue probiotici acquistati sia in farmacia che sul web. In dodici campioni, otto dei quali teoricamente “gluten free”, sono stati trovati livelli rilevabili di glutine, che in due casi erano superiori a quelli consentiti dall’Fda di 20 parti per milione. ”Anche se lo studio ha riscontrato che nella maggior parte dei prodotti i livelli di glutine sono molto bassi, il dato non è rassicurante – afferma Peter Green, uno degli autori e direttore del Celiac Disease Center della Columbia University – perché non sappiamo quante capsule siano assunte ogni giorno. Se il livello in una è di 19,8 parti per milione la si può chiamare gluten free, ma se un paziente ne assume molte il livello può superare quello che determina danni”.


SEGUICI SU