L’Italia è ancora un Paese da Nobel?

Pubblicato il: 28 Gennaio 2013|

Anticipazione dal numero 105 di AboutPharma and Medical Devices di febbraio 2013
 

 di Orfeo Notaristefano

Lo scorso anno l’Italia della scienza e della ricerca ha visto la scomparsa di due simboli: i Nobel Dulbecco e Levi-Montalcini. Tutti i media e tutti i maggiori centri di ricerca mondiali hanno tributato ai due scienziati ricordi importanti, di spessore, come erano state di spessore le due figure in questione. Ma il  presente della nostra ricerca è ancora in grado di esprimere scienziati e ricercatori di quel livello? Abbiamo girato la domanda a Franco Cuccurullo, a lungo ordinario di medicina interna, che dall’ottobre 2011 è Presidente del Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita, un organismo che fa capo alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Già Presidente del Consiglio Superiore di Sanità, del Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca e rettore dell’Università Gabriele d’Annunzio di Chieti-Pescara, attualmente presiede l’omonima Fondazione.

Professore, la scomparsa di Rita Levi-Montalcini e di Renato Dulbecco ha riproposto il tema di sempre sullo stato della ricerca in Italia. Dal suo punto di osservazione, qual è la situazione reale oggi, rispetto a qualche anno fa?“

Non è semplice rispondere, anche se abbiamo ormai preso atto di due preoccupanti realtà: la ricerca nostrana deve confrontarsi con una concorrenza internazionale sempre più agguerrita, in termini di qualità e velocita della risposta; nel nostro Paese la ricerca non riesce a svolgere la funzione di volano per lo sviluppo socioeconomico, ormai consolidata negli altri Paesi ad economia avanzata. Ciò mentre da Strasburgo giunge l’invito ad investire nella ricerca almeno il 3% del Pil, un impegno che significherebbe triplicare le risorse, attualmente attestate a un misero 1%. L’inadeguatezza delle risorse investite rappresenta un fattore di debolezza per il Paese, ma non certo l’unico. La polverizzazione del finanziamento e la mancanza di regole adeguate a garantire il rispetto del merito, sono ulteriori fattori critici. Viene da chiedersi: a che vale triplicare le risorse, se i criteri distributivi sono sbagliati?
 

Ritorna periodicamente la questione dei ricercatori che restano in Italia e di quelli che vanno all’estero. È chiaro che non tutti quelli che emigrano sono dei “cervelli”, casomai si può parlare di talenti. In questo momento che cosa c’è da fare per contenere questa migrazione?

Questo tema è collegato al precedente, anche se non è strettamente connesso. Mi spiego: Einstein, nato a Ulm, insegnò a Praga, morì a Princeton, ma mantenne la cittadinanza svizzera per tutta la vita! La mobilità di Einstein ha giovato o nuociuto alla storia dell’umanità? Mi sembra di poter dire che ciò che conta realmente e che questo pilastro del pensiero scientifico, un giorno sia nato, non importa dove: Einstein è cittadino del villaggio globale. Molti nostri ricercatori, stanchi di lottare contro l’inefficienza, l’approssimazione e i nepotismi che affliggono il mondo scientifico nazionale, in particolare quello accademico, gettano la spugna per fuggire all’estero dove, a parte il clima, sembra che tutto funzioni meglio. Ma sono sempre i migliori a fuggire e a spese di chi? E chi rimane, come considerarlo, stupido o incapace? E ancora, quanti fuggono e quanti preferiscono continuare a combattere in questo Paese che considerano inospitale? Quanti dei fuorusciti ritornano per trasferire ciò che hanno imparato nei gruppi di ricerca iniziali? Infine, aspetto certamente non secondario, quanti hanno successo e quanti no? Nel senso che se prima erano bravi, continuano ad esserlo anche nel nuovo Eden e viceversa? Pongo una domanda, forse ingenua, da chi come me si batte da sempre contro l’arroganza e il nepotismo dei baroni: e mai possibile che fuggano soltanto i migliori o c’è speranza che tra i tanti riusciamo a rifilare qualche patacca alla concorrenza? Per concludere, e bene ricordare che la mobilità dei ricercatori ha una valenza strategica, il che non è un male! Scambi, confronti ed interazioni alimentano il trasferimento continuo di tecnologie e conoscenze: si esce per imparare e si torna per radicare ciò che si è imparato.
 

È unanime la valutazione che i fondi pubblici per la ricerca siano pochi. Questo tema era ben presente anche ai tempi del Civr (Comitato di Indirizzo per la Valutazione della Ricerca). È presente anche nell’esperienza da lei avviata e perseguita a Chieti con il Cesi, Centro di scienze per l’invecchiamento. Ma da più parti si continua a guardare con sospetto se non a “criminalizzare” l’industria del farmaco. Lei pensa che una maggiore collaborazione pubblico-privato per finanziare  la ricerca potrebbe supplire alla carenza di fondi pubblici?

Ho sottolineato più volte, nei diversi ruoli che ho ricoperto, il problema del sottofinanziamento della ricerca nel nostro Paese. Oggi, nel 2013, stiamo come 15 anni fa, con una percentuale di fondi pubblici per la ricerca che si attesta a poco più dell’1 per cento del Pil, quando in altri Paesi europei, o negli Stati Uniti, o in Giappone le percentuali sono due, tre volte superiori. E' chiaro che, con risorse così scarse, tutto diventa più difficile, dal finanziamento dei centri di ricerca alla retribuzione dei ricercatori. Dicevo questo quando ero Presidente del Civr e anche in qualità di Rettore. In questa veste, ho promosso la Fondazione Gabriele d’Annunzio, controllata dall’università di Chieti-Pescara, che gestisce due centri di ricerca: l’Istituto di Tecnologie Avanzate Biomediche (Itab) e il Cesi. L’esperienza maturata e la risposta alla sua domanda: nei due Centri siamo riusciti a convogliare risorse pubbliche e private per finanziare ricerca e struttura. In particolare, a partire dal 2002, il Cesi ha sviluppato linee di ricerca sulle tre principali patologie dell’invecchiamento che sono tumori, malattie cardiovascolari e degenerative, in collaborazione con altri centri di ricerca sparsi nel mondo, ottenendo il riconoscimento dell’Onu. Io non ho mai criminalizzato l’industria farmaceutica, anzi, con alcune multinazionali abbiamo collaborato benissimo e continueremo a farlo. D’altra parte, senza il concorso di finanziamenti privati, con i soli finanziamenti pubblici avremmo combinato poco o nulla.

Esistono in Italia gruppi avanzati di ricercatori? L’Italia è ancora terra di Premi Nobel?

Perché no? Grazie all’esperienza del Civr, dove è stato attuato il primo esperimento riuscito di valutazione della ricerca negli ambiti delle Università, degli Enti di ricerca e dei consorzi privati, siamo venuti in contatto con realtà molto interessanti in termini di qualità della ricerca sviluppata. Abbiamo capito, e oggettivato, che la situazione in Italia non e omogenea: a fronte delle eccellenze, esistono anche centri di ricerca che lasciano a desiderare, che arrancano. Ma non si può generalizzare. Il rating emerso al termine dell’esercizio di valutazione della ricerca ci ha consegnato un panorama che fa ben sperare nel futuro: ci sono criticità e ci sono realtà che funzionano, e non sono solo i finanziamenti a fare
la differenza, ma i metodi di lavoro, il coordinamento tra i ricercatori, il patrimonio umano, l’impegno e le idee innovative. Ho sempre sostenuto che la differenza la fa la cultura. E nessuno mi toglie dalla testa una mia vecchia intuizione, quasi una fissazione: la cultura genera economia, l’economia deve generare cultura. Se riusciremo a stare su queste linee guida, non solo la ricerca, ma l’intero Paese potrà uscire dalla situazione di crisi di questi ultimi anni.

Nel 2011 è morto Claudio Cavazza, che da Presidente di Farmindustria lanciò e perseguì il tema dell’internazionalizzazione della ricerca italiana. Fu un innovatore e per primo strutturò una joint venture tra la sua azienda, la Sigma Tau, e la Merck Sharp& Dohme. Anche oggi, è questa la strada giusta per le aziende farmaceutiche?

Conoscevo bene Claudio Cavazza: eravamo legati da reciproca stima e amicizia. L’innovazione era per lui una ragione di vita. Aveva capito che la forza propulsiva della ricerca senza innovazione è destinata a morire e che, per innovare, devi avere o una visione che ti proietti oltre la linea dell’orizzonte per esplorare nuove frontiere o, come diceva Proust, che ti aiuti a vedere con nuovi occhi quelle che già si conoscono. Purtroppo, oggi investire in innovazione è diventato presso che proibitivo per una crisi economica senza precedenti, che non consente di affrontare con la necessaria tranquillità il rischio d’impresa, in modo particolare per la piccola e media impresa. In questo scenario finisce penalizzata la ricerca altamente innovativa, proprio quella che, più di ogni altra, alimenta la schiera dei Nobel.
 

Le biotecnologie sono indicate come il futuro della ricerca. Lei che presiede il prestigioso Comitato, emissione di Palazzo Chigi, che situazione ha trovato? Quali sono le linee guida su cui si sta muovendo il Comitato?

Nell’ottobre 2012, nel corso della prima riunione plenaria del Comitato, ho presentato al Presidente del Consiglio Mario Monti la prima indagine conoscitiva sullo stato della ricerca nelle biotecnologie. Diciamo, intanto, che l’Italia vanta a livello europeo la terza posizione per numero di imprese di biotecnologie; all’aumento del loro fatturato totale corrisponde una crescita più che proporzionale degli investimenti in ricerca e sviluppo. Occorre poi intendersi su cosa si intenda per Biotecnologie, tema di grande complessità: l’Organizzazione per la Cooperazione e lo sviluppo Economico (Oecd) ha messo a punto la seguente definizione: “Applicazione di scienze e tecnologie ad organismi viventi, ovvero a parti, prodotti e modelli degli stessi, volta a modificare materiali viventi e non viventi, al fine di produrre conoscenza, beni e servizi”. Ma e una definizione incompleta, tanto e vero che la stessa Oecd ha ritenuto opportuno individuare sette categorie esplicative, articolate in numerose sottocategorie, che richiedono conoscenze approfondite e dettagliate in uno spettro molto ampio di problemi, non tutti alla portata della formazione attuale degli operatori sanitari. C’è molto da lavorare, da questo punto di vista.
 

Il ruolo dell’informazione diviene inquesto ambito sempre più cruciale…

Certo, visto che si tratta di affrontare temi e problemi posti dall’utilizzo delle nuove tecnologie in rapporto con la percezione che i cittadini hanno delle notizie che vengono loro fornite. Appare evidente qui proprio il ruolo che hanno i media e la comunicazione, con le sue altalenanti tendenze all’esaltazione di una nuova scoperta o alla eccessiva drammatizzazione sui rischi, reali o presunti delle nuove biotecnologie. Occorre capirsi, nel senso che occorre rigore sia da parte di chi fornisce l’informazione (ricercatori, centri di ricerca e cosi via) sia da parte di chi gestisce poi l’informazione (mass media). Nella mia relazione al presidente del Consiglio, sottolineavo un punto nevralgico: le biotecnologie non ammettono facili semplificazioni. La scarsa familiarità ha probabilmente contribuito a condizionare non poco la comprensione e la stessa accettazione delle biotecnologie da parte della popolazione, con conseguenze negative, in particolare in Italia, sulle prospettive di sviluppo di un settore complesso, altamente innovativo, in grado di offrire consistenti benefici alla società, all’alimentazione e alla salute, all’economia, all’ambiente. La complessità delle biotecnologie si evince anche dalla difficoltà oggettiva di definirne i confini operativi, nonostante esse rappresentino i driver più promettenti del progresso, in ambiti nevralgici quali: bioindustria, ambiente, energia (biotecnologie bianche); agricoltura, alimenti (biotecnologie verdi); cura della salute (biotecnologie rosse); bioinformatica. Biotecnologie, biosicurezza, scienze della vita sono il futuro che e già iniziato e che non si può arrestare, perché non ci può essere limite alla ricerca, se non quello del rispetto, irrinunciabile, della dignità e della tutela dell’individuo. Questo deve essere un punto fermo. Pensiamo, ad esempio, che tutti gli alimenti che fanno parte della nostra dieta quotidiana sono il risultato di secoli di selezioni, incroci e ibridazioni compiuti su animali e piante e le biotecnologie non fanno altro che accelerare e rendere più efficiente tale processo. Mi piace ricordare che già nel 6.000 a.C. Sumeri e Babilonesi usavano i lieviti per produrre vino e birra e nel 4.000 a.C. gli stessi lieviti venivano usati dagli Egizi per produrre pane. Da allora il progresso è stato entusiasmante, travolgente, inarrestabile e, per taluni aspetti, dobbiamo ammetterlo, anche inquietante, per la sua dimensione quasi fantascientifica. Partendo da questa riflessione, mi piace concludere con un richiamo all’equilibrio che deve sempre essere mantenuto tra ricerca ed etica, particolarmente in settori cosi delicati e nevralgici per il nostro futuro.
 

 

 

 

Tag: Comitato Nazionale / Franco Cuccurullo / ricerca e sviluppo / Rita Levi-Montalcini / scienza /

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