La scoperta dell’orexina: una rivoluzione anche per l’insonnia

cause e rimedi insonnia
Pubblicato il: 31 Maggio 2022|

Era il 1998 quando a distanza di un mese l’una dall’altra – su Pnas e Cell rispettivamente – furono pubblicate due ricerche scientifiche che per la prima volta parlavano dell’orexina (dal greco orexis, “appetito”) un peptide anche detto ipocretina. Due distinti gruppi, entrambi impegnati nella ricerca di una molecola contro l’obesità, avevano infatti individuato – praticamente in simultanea – i geni che sintetizzano l’orexina, scoprendo solo in seguito che in realtà più che nella regolazione dell’appetito la proteina era coinvolta nella regolazione del ritmo sonno-veglia. “L’anno 1998 ha visto la pubblicazione di due articoli che avrebbero trasformato la nostra comprensione dei meccanismi che regolano il sonno e la veglia, anche se nessuno dei due articoli menzionava il sonno” scriveva Jerome Siegel, professore di psichiatria dell’University of California di Los Angeles (Ucla) su Nature nel 2001.

Una scoperta casuale

In particolare nel settembre del 2000 fu scoperto che la più comune forma di narcolessia – una malattia caratterizzata da improvvisi e patologici attacchi di sonno diurni spesso accompagnata anche da cataplessia, cioè la perdita del tono muscolare – è causata dalla mancanza di cellule ipocretiniche.  “Gli studi hanno mostrato che le persone con narcolessia hanno livelli bassissimi del peptide e delle cellule che lo producono, probabilmente a causa di un problema autoimmune” commenta Giuseppe Plazzi, neurologo, professore di neuropsichiatria infantile all’Università di Modena e Reggio Emila e direttore del Centro di medicina del sonno dell’Ospedale Bellaria di Bologna. “La scoperta del sistema dell’orexina è stata casuale – aggiunge – ma ha aperto un filone di ricerca, sia biologico che farmacologico, importantissimo. Per esempio indurre la sonnolenza può essere una cura per l’insonnia.

Poche cellule ma importanti

Plazzi spiega che i sistemi che regolano la veglia del cervello sono tre: noradrenergico, dopaminergico e istaminergico. A questi, venti anni fa, si è aggiunto quello dell’orexina che come accennato in precedenza è prodotta da un piccolo gruppo di cellule (poche migliaia) localizzato dell’ipotalamo ma che hanno proiezioni che arrivano molto lontano, in tutte le aree del cervello. In particolare verso la parte anteriore, quella motoria e affettiva e anche direttamente sui motoneuroni. Le cellule ipocretiniche regolano in sostanza l’attività motoria pura. Precisa l’esperto: “Sappiamo ancora poco sul sistema dell’orexina, ma è certo che è indispensabile per il mantenimento del tono della veglia. Ne garantisce una continuità finalizzata alla ricerca del cibo o dell’attività sessuale, per esempio, o anche semplicemente a tenere gli occhi aperti”.

L’iper arousal

Oggi a distanza di venti anni è stata dimostrata un’ipo produzione del peptide in chi soffre di ipersonnia e altre malattie come la narcolessia ma non è ancora chiaro il suo ruolo  nel circuito del sonno. L’idea però è che inibire l’orexina possa spegnere “l’iper arousal”, cioè la marcata attivazione della vigilanza causata da una iper stimolazione dei neuroni adrenergici, che si pensa sia alla base dell’insonnia. In pratica è come se nelle persone insonni i centri della veglia continuassero a prevalere rispetto a quelli del sonno, perché il sistema vagale che fa rallentare l’attività del cuore non riesce a predominare su quello simpatico di “attacco e fuga”. Tra i fattori che impediscono di “spegnere” i centri della veglia vi sono la predisposizione genetica sena dubbio, ma anche lo stile di vita. Per esempio Plazzi racconta che i cosiddetti “gufi” – persone caratterizzate da un cronotipo che porta ad addormentarsi e svegliarsi tardi ed essere più attivi durante il tardo pomeriggio – possono essere più inclini a sviluppare l’insonnia rispetto a chi invece tende a dormire e svegliarsi prima (cronotipo “allodola”).

I fattori esterni

Al di là della genetica anche i fattori esterni contano. Come il luogo scelto per il riposo che deve essere idoneo (temperatura né troppo alta né troppo bassa e poca luce che inibisce il rilascio di melatonina rendendo difficoltoso addormentarsi). Anche il tempo trascorso a letto deve essere idoneo al fabbisogno personale: “C’è una variabilità individuale importantissima, che ogni persona deve conoscere” precisa Plazzi. “Ci sono persone a cui basta dormire sei ore, per cui stare a letto per più tempo può essere controproducente”. Altri elementi fondamentali sono i sincronizzatori sociali, cioè le attività svolte con le altre persone, come il lavoro e la vita di relazione e l’attività fisica che deve essere svolta nella prima parte della giornata. “La sera infatti può rendere refrattari al sonno, perché per fare sport è necessario attingere alle riserve energetiche e più si è stanchi più queste riserve vengono rilasciate in modo massiccio. Di conseguenza le ghiandole surrenali che rilasciano catecolamine lavorano di più e possono rendere insonni anche per diverse ore” riferisce Plazzi.

Evitare l’insonnia cronica

Da tempo ormai l’insonnia è considerata una malattia vera e propria, come classificato dal Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (Dsm, oggi alla quinta edizione) e l’International Classification of Sleep Disorders (Icsd, oggi alla terza edizione). “Un gruppo di ricerca canadese ha dimostrato come in presenza di altre patologie come ansia e depressione, anche qualora queste vengano rimosse, l’insonnia persiste” conclude Plazzi. Ma si parla di disturbo da insonnia – il più comune disturbo sonno-veglia – solo quando cronicizza e si ha difficoltà a iniziare o mantenere il sonno e un risveglio precoce al mattino con incapacità di riprendere il sonno, per almeno tre volte alla settimana per tre mesi. Ben diverso dall’episodio acuto di una o qualche notte sporadica che può essere dovuto anche ad ansia, stress o eventi particolari e può invece essere un fattore scatenante se non trattato. Per questo la tendenza attuale è quella di affrontare l’insonnia il prima possibile con terapie farmacologiche o cognitivo-comportamentali. Prima che l’evento acuto a lungo andare alteri il sistema fisiologico e diventi cronico.

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Tag: appetito / insonnia / narcolessia / ospedale bellaria di bologna / pianeta insonnia / ritmo sonno-veglia / ucla / università di modena e reggio emila / University of California /

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