Sesso e infezioni: la questione riguarda anche gli anziani

Nelle scorse settimane l’allarme è giunto anche dall’Organizzazione mondiale della sanità. Le infezioni sessualmente trasmissibili sono in aumento in tutto il mondo – non soltanto in Europa, come documentato dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) a dicembre scorso – e rappresentano la causa di almeno 2,5 milioni di decessi ogni anno.
Ma rispetto al dato complessivo, c’è una quota di pazienti in crescita che rappresenta una novità per l’epidemiologia di queste malattie. Sono gli over 60, che alla luce di nuove tendenze sanitarie e sociali (soprattutto nei Paesi più sviluppati) rappresentano la platea emergente di coloro che sono chiamati a fare i conti con infezioni che fino a pochi anni si fa si vedevano molto di rado nelle persone con i capelli bianchi.
L’età che avanza non frena i contagi
Ad accendere i riflettori su questa fascia della popolazione (un individuo su sei nel 2030 avrà più di 60 anni) è stato un gruppo di esperti di sanità pubblica cinese, che in uno studio pubblicato sulla rivista The Lancet healthy longevity ha descritto il trend delle infezioni sessualmente trasmissibili registrate tra il 1990 e il 2019 (in 204 Stati) nelle persone di età compresa tra 60 e 89 anni.
Fari puntati sull’Hiv, sulla sifilide, sulla clamidia, sulla gonorrea, sulla tricomoniasi (l’infezione sessualmente trasmessa più diffusa tra gli anziani) e sull’herpes genitale. I dati globali non hanno restituito particolari novità: in calo nel corso degli anni il tasso di incidenza relativo all’agente responsabile dell’Aids (oltre 77 mila i casi registrati tra gli anziani nel 2019), stabili quelli relativi agli altri patogeni trasmessi attraverso i rapporti sessuali non protetti (per un totale di oltre 26 milioni di nuovi casi nell’ultimo anno preso in esame).
Ma disaggregando i dati su base regionale, oltre che per età e sesso, si è visto che in realtà le curve seguono trend opposti in diverse aree del Pianeta. Nello specifico: nei Paesi europei (soprattutto quelli orientali), dell’Asia centrale e del Pacifico a più alto reddito. Un riscontro che, abbinato alle proiezioni delle Nazioni unite secondo cui il numero di over 60 è destinato quasi a raddoppiare entro il 2050 (dal 12 al 22 per cento della popolazione mondiale), lascia intendere come quello delle infezioni sessualmente trasmissibili tra gli anziani sia un problema destinato ad assumere sempre maggiore consistenza nel panorama dell’assistenza sanitaria.
C’è una statistica che, più di qualsiasi altra, supporta questa ipotesi. Negli Stati Uniti l’incidenza delle malattie sessualmente trasmissibili tra gli ultra 65enni è più che raddoppiata tra il 2000 e il 2022.
I rischi della sessualità nella terza età
Sebbene l’Organizzazione mondiale della sanità stimi che il 90 per cento delle nuove diagnosi di infezioni sessualmente trasmissibili riguardi i Paesi a basso e medio reddito, la tendenza descritta dagli scienziati cinesi appare una peculiarità delle popolazioni che vantano una buona qualità della vita.
D’altra parte le ragioni alle base del trend descritto nel lavoro sono in un certo senso figlie dell’accresciuto benessere e di alcune crescenti tendenze sociali diffuse soprattutto nel mondo occidentale. L’aumentata longevità, l’incremento dei divorzi e dei rapporti occasionali e la disponibilità di farmaci con cui poter contrastare alcune problematiche dell’ultima fase della vita in grado di interferire con la sessualità (disfunzione erettile, secchezza vaginale, riduzione del desiderio sessuale) rappresentano dei tratti distintivi degli ultimi tre decenni che hanno mutato in maniera radicale l’approccio dei baby boomer al sesso.
Sebbene datate, le ultime stime italiane indicano in più di un terzo la quota di over 70 attivi sotto le coperte. Il tasso è però in realtà sarebbe quasi doppio nella popolazione di poco più giovane che attraversa la settima decade di vita.
Una consuetudine che concorre a migliorare il benessere psicofisico nel corso della terza età, ma che non è esente da rischi. Per questo, come ricordato dalla gerontologa Janie Steckenreider (Loyola Marymount University, Los Angeles) sempre sulla stessa rivista del gruppo The Lancet poco più di un anno fa, “delle problematiche inerenti la sessualità degli anziani occorre innanzitutto parlarne”.
Per una serie di ragioni, che vanno dal “ridotto ricorso al preservativo nella terza età” (per una scarsa cultura delle infezioni sessualmente trasmissibili) al “possibile incoraggiamento che deriva dalla disponibilità di alcuni farmaci rivolti contro le disfunzioni sessuali e dalla maggiore facilità di incontro” (frutto della tecnologia e del crescente utilizzo delle app di dating).
Condizioni e abitudini che – abbinate alla senescenza e all’indebolimento del sistema immunitario – rendono oggi le persone anziane un target particolarmente sensibile alle infezioni sessualmente trasmissibili.
Le conseguenze per la salute derivanti dalle infezioni
Il trend registrato e le peculiarità di questa fascia della popolazione si accingono a determinare anche un aggiornamento dell’assistenza sanitaria, in un’epoca in cui tutti gli specialisti valorizzano l’importanza di garantire su larga scala un invecchiamento in salute.
La priorità, rimarcano gli esperti, è rappresentata dalla consapevolezza del problema. Avere in mente – a partire dai medici di medicina generale – che l’alterazione degli esami ematochimici e la presenza di alcuni segni e sintomi più o meno specifici possano essere riconducibili a un’infezione sessualmente trasmessa è il primo passo attraverso cui limitare il ritardo diagnostico che spesso accompagna la rilevazione di queste problematiche negli over 60.
“Occorre normalizzare l’approccio alla salute sessuale: anche quando si ha di fronte un paziente anziano”, è il messaggio lanciato da Steckenreider alla comunità scientifica. Senza dimenticare il rischio oncologico connesso alla diffusione del papillomavirus umano (Hpv), le maggiori preoccupazioni sono legate alla diffusione dell’Hiv, dal momento che da diversi anni il venti per cento delle nuove diagnosi riguarda gli over 50.
L’infezione risulta infatti correlata a un processo di invecchiamento più veloce. Oltre che a una maggiore incidenza di patologie peculiari dell’ultima fase della vita che nell’infiammazione cronica e nella persistente attivazione immunitaria – che derivano dall’infezione – trovano alcuni dei principali fattori di rischio. Si va dall’osteoporosi all’insufficienza renale, dalle malattie cardiovascolari e del fegato ad alcuni tumori correlati all’Hiv.
Ma l’Hiv può avere effetti significativi pure sul deterioramento neurocognitivo: con un aumentato rischio di insorgenza delle malattie di Alzheimer e Parkinson e delle neuropatie periferiche. A ciò vanno aggiunte le maggiori difficoltà che si possono incontrare nel favorire l’aderenza alla terapia, in pazienti che potrebbero essere affetti anche da altre problematiche e chiamati ad assumere numerosi farmaci ogni giorno. E il rischio che lo stigma comporti l’isolamento dell’anziano con Hiv: dando così ulteriore spinta al processo di invecchiamento.
L’esempio di chi si prende cura della salute sessuale degli anziani
Sulla scena internazionale, sono diversi i Paesi che hanno approntato una strategia ad hoc per mitigare l’impatto delle infezioni sessualmente trasmissibili negli anziani.
L’Australia, per esempio, dispone di una strategia nazionale che prevede periodici screening per l’Hiv, programmi di educazione e servizi di sensibilizzazione e per raggiungere uomini e donne nella terza età esclusi dall’assistenza sanitaria nazionale. Simile è l’approccio adottato dalla Svezia, con campagne ad hoc e ambulatori sul territorio chiamati a gestire la salute sessuale degli anziani. Quanto alla Cina, le performance migliori registrate rispetto ad altri Stati potrebbero essere la conseguenza di un sistema sanitario che opera ad ampio raggio: così da favorire l’adozione di misure preventive e campagne di promozione della salute rivolte a tutte le fasce di età.
“Ancora oggi le campagne sulla salute sessuale si concentrano sui giovani e trascurano i bisogni e le esperienze delle persone di età pari o superiore a cinquant’anni”, è l’allarme lanciato dall’infettivologa polacca Justina Kowalska (Università di Varsavia) durante l’ultimo Congresso europeo di microbiologia clinica e malattie infettive (Ecmmid) svoltosi a Barcellona, in una sessione dedicata all’aumento delle infezioni sessualmente trasmissibili tra i più anziani. Oltre agli Stati Uniti, chiamati a fronteggiare un aumento di incidenza senza precedenti, su questo tema si sta interrogando anche la comunità scientifica italiana.
“L’assistenza clinica – afferma Giovanni Guaraldi, infettivologo e professore ordinario dell’azienda ospedaliero-universitaria di Modena – deve essere rimodellata per soddisfare le esigenze delle persone anziane che vivono con l’Hiv”. Il messaggio è stato diffuso in un position paper pubblicato a gennaio sulla rivista The Lancet Hiv, con la collaborazione di geriatri e rappresentanti dei pazienti (European Aids treatment group).
“Il modello di assistenza per le persone anziane che vivono con l’Hiv – conclude l’esperto – deve andare oltre il successo virologico della terapia e considerare lo screening della sindrome geriatrica, un’assistenza integrata e l’erogazione delle visite e delle cure mediche in tempi adeguati a garantire il benessere e lo stato funzionale dei pazienti anziani”.


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