Sla, nuova luce su uno dei meccanismi alla base della malattia

neuroni sla
Pubblicato il: 29 Luglio 2022|

È stato chiarito uno dei meccanismi alla base della Sclerosi laterale amiotrofica (Sla) grazie a una ricerca condotta da un team di biochimici dell’Università di Firenze, in collaborazione con un gruppo dell’Università di Genova. Il team di ricerca, in particolare, è giunto alla classificazione e quantificazione esatta dei depositi di una precisa proteina (TDP-43) che, in modo anomalo, si sposta fuori del nucleo dei motoneuroni, le cellule nervose che dal cervello trasmettono lo stimolo ai muscoli per la loro attivazione. Lo studio – cofinanziato da Fondazione AriSLA e con fondi del Bando Fondazione CR Firenze – Università di Firenze sulle malattie neurodegenerative–  è stato pubblicato su Science Advances

Il ruolo della proteina TDP-43

“Abbiamo riprodotto in laboratorio il meccanismo patogenetico che riguarda i motoneuroni” spiega il coordinatore dello studio Fabrizio Chiti, ordinario di Biochimica presso il Dipartimento di Scienze Biomediche, Sperimentali e Cliniche dell’Ateneo fiorentino. “Le ricerche sulla Sla ci dicono che nella grande maggioranza dei casi la proteina TDP-43, che svolge la propria funzione nei nuclei delle cellule, si deposita in forma di inclusioni al di fuori del nucleo dei motoneuroni, nel citoplasma delle loro cellule. Ciò comporta due conseguenze negative: viene a mancare la proteina funzionale nel nucleo e queste inclusioni proteiche si accumulano nel citoplasma con azione nociva. La conseguenza è che il paziente con Sla non riesce a muovere i propri muscoli a causa del malfunzionamento dei motoneuroni”.

La ricerca

Grazie alla microscopia confocale Sted (Stimulated emission depletion) e alla sua alta risoluzione i ricercatori sono riusciti a riprodurre questo meccanismo in cellule in coltura simili ai motoneuroni. “Abbiamo isolato e contato nel tempo una per una le inclusioni di TDP-43 attribuendole a classi in base alla dimensione” spiegano le ricercatrici Roberta Cascella e Alessandra Bigi, entrambe prime autrici del lavoro. “Attraverso un modello matematico e un’analisi di global fitting che include tutti gli andamenti temporali osservati per le varie classi, è stata descritta la formazione nel tempo di tutte le classi di inclusioni, identificando le inclusioni maggiormente responsabili della malattia. “E queste sono risultate essere quelle di grandi dimensioni, a differenza di quanto succede nella maggior parte delle malattie neurodegenerative”, sottolinea Cristina Cecchi, componente del team fiorentino.

Lo studio ha permesso inoltre di capire che le inclusioni più grandi sono “attaccate” dai sistemi protettivi di controllo di qualità presenti all’interno delle nostre cellule (proteasoma e autofagia), che tuttavia non riescono a eliminarle del tutto e a risolvere completamente il problema. “Si è scoperto anche che per la degenerazione dei motoneuroni giocano un ruolo la perdita di proteina nel nucleo per il 60% circa, e, per il 40% circa l’accumulo nel citoplasma di TDP-43”, continua Fabrizio Chiti.

Le prospettive

La ricerca apre interessanti prospettive su possibili bersagli farmacologici per combattere la Sla, malattia altamente debilitante di cui si stimano affetti 6000 pazienti all’anno solo in Italia, soprattutto fra i 40 e i 70 anni di età secondo i dati Aisla. “Siamo molto felici degli esiti di questo studio da noi supportato – commenta il Presidente di Fondazione AriSLA Mario Melazzini – perché ci confermano quanto sia importante investire in ricerca di base per comprendere al meglio i meccanismi scatenanti la malattia e per potere costruire risposte mirate alle manifestazioni cliniche della Sla”.

Tag: Aisla / AriSLA / Mario Melazzini / ricerca di base / sclerosi laterale amiotrofica / sla / università degli studi di firenze /

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