Candidosi vaginale: l’ipotesi zinco come possibile nuova opzione terapeutica

Non una soluzione certa a un problema infettivologico complesso. Ma una nuova possibile traccia da seguire.
Le più recenti speranze di trattare la candidosi vaginale sono riposte sullo zinco, minerale che anche il fungo trae con la dieta. O meglio: attraverso un ligando specifico (Pra1) che Candida Albicans utilizza per estrarre il microelemento e portarlo al suo interno.
Somministrando un adeguato apporto di zinco, la sintesi di Pra1 diminuisce. E dal momento che la sua presenza è stata correlata in maniera diretta all’infiammazione, meno ve n’è nel microambiente vaginale e minori risultano la risposta immunitaria e di conseguenza la sintomatologia correlata all’infezione.
Dallo zinco un nuovo trattamento per la candidosi vulvovaginale?
L’ipotesi che un trattamento a base di zinco possa ridurre l’impatto della candidosi vaginale si è guadagnata la copertina dell’ultimo numero della rivista Science Translational Medicine.
Ed è frutto di un lavoro che ha visto impegnati diversi ricercatori italiani delle università di Modena e Reggio Emilia (Eva Pericolini e Arianna Sala) e di Trieste (Francesco De Seta): oltre a Elena Rosselletti, prima autrice e ricercatrice dell’Università di Exeter (Regno Unito).
Oltre a identificare il ruolo che Pra1 gioca nell’innescare la risposta infiammatoria responsabile della candidosi vulvovaginale, gli studiosi hanno verificato (su modello animale) che il silenziamento dei geni che codificano per questo recettore previene l’infiammazione.
Un processo, quest’ultimo, innescato attraverso la somministrazione di una soluzione di zinco.
A seguire, i ricercatori hanno anche reclutato donne che avevano avuto infezioni vaginali ricorrenti (almeno una volta ogni tre mesi).
A loro è stato chiesto di applicare, prima quotidianamente (per due settimane) e poi con cadenza bisettimanale, una crema vaginale contenente una piccola quantità di zinco.
Presto al via uno studio clinico per “mettere alla prova” lo zinco
Delle sei donne che hanno completato lo studio e avevano candidosi vulvovaginale, cinque di loro non hanno manifestato reinfezione nel corso dei tre mesi di studio.
“Non siamo ancora nella condizione di fornire raccomandazioni terapeutiche in questa fase, ma questa ricerca conferma ancora una volta l’importanza della ricerca di base per far luce su come funziona il nostro corpo e fornire percorsi sorprendenti per nuove cure”, è quanto messo nero su bianco dai ricercatori, che hanno precisato come il prossimo passo da compiere sia l’avvio di uno studio clinico per mettere alla prova questa ipotesi in un contesto più ampio di donne alle prese con un’infezione vaginale da Candida Albicans.
Nel frattempo, ha precisato Duncan Wilson (primo ricercatore del Centro di micologia medica dell’Università di Exeter e coordinatore dello studio), “non è il caso di applicare prodotti che non siano ideati per l’area genitale, poiché lo zinco può essere tossico ad alte concentrazioni e risultare estremamente pericoloso”.
Candida albicans: perché c’è (ancora) bisogno di nuove cure
La candidosi (la Candida Albicans è la specie più diffusa) è una infezione causata da microrganismi – nello specifico da funghi – che sta diventando una fra le più frequenti infezioni ginecologiche.
È caratterizzata da prurito, bruciore vaginale e perdite caseose biancastre. Ma anche da dolore durante i rapporti sessuali.
L’infezione non ha un decorso grave. Vista l’elevata trasmissibilità (per via sessuale), la tendenza a recidivare e la frequente difficoltà nel controllare i sintomi, la candidosi vaginale rappresenta però una sfida che necessita di ulteriori opportunità terapeutiche.
Attualmente l’infezione viene trattata con una terapia antimicotica locale (creme, ovuli/candelette vaginali, soluzioni o gel medicati), da applicare secondo modalità e durata che deve essere indicata dal ginecologo o dallo specialista.
In diversi casi, però, si rende necessaria anche una terapia sistemica proprio perché quella topica non sempre garantisce risultati duraturi.


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