Fake news: un fenomeno in crescita, ma che si può contrastare (anche in ambito scientifico)

fake news fenomeno in crescita
Pubblicato il: 20 Gennaio 2025|

Come nasce una fake news? Da chi viene scritta? Attraverso quali canali si diffonde? Quali sono gli argomenti più adatti per renderla credibile? Chi contribuisce ad amplificarla? E perché i lettori la ritengono credibile a tal punto da confonderla con una notizia vera?

Dal Digital news report 2024, l’ultimo documento del Reuters institutes for the study of journalism che approfondisce la fruizione dell’informazione in 47 Paesi del mondo, è emerso come i media siano sempre più insidiati da una crescente disinformazione, una scarsa fiducia nei confronti dei professionisti della notizia, nonché da attacchi da parte degli organi di Governo (con le dovute proporzioni a seconda del Paese, ovviamente).

Quali le cause della crescita delle fake news

La causa della crescita della disinformazione a livello globale non è univoca. Quel che è chiaro, come emerge dall’analisi, è che molte sfide legate alla realizzazione e diffusione delle notizie sono aggravate dal potere e dalle strategie in continuo mutamento delle grandi aziende tecnologiche rivali, tra cui social media, motori di ricerca e piattaforma video. Alcune di queste, infatti, stanno volontariamente “deprioritizzando” le notizie, spostando l’attenzione dagli editori ai cosiddetti “creators” con l’obiettivo di potenziare formati più divertenti e coinvolgenti, tra cui video, per mantenere l’attenzione all’interno delle proprie piattaforme.

Si tratta di attori privati (Google, Facebook, X, Tik Tok per citare i più noti) – sottolinea il rapporto –  i quali non hanno obblighi nei confronti delle notizie, ma dato che buona parte degli utenti/lettori ottengono gran parte delle informazioni tramite questi canali, tali cambiamenti hanno conseguenza sia per l’industria delle notizie che per le nostre società.

Cosa dicono i dati

Per citare qualche dato, dallo studio è emerso che Tik Tok (con il 27%), X (24%), Facebook (21%) e Instagram (20%) sono le piattaforme di social media in cui le persone fanno più fatica a capire se i contenuti informativi siano affidabili o falsi. Da sottolineare un passaggio dello studio che, in ottica di genesi delle fake news, appare illuminante. Gli autori scrivono: “Le preoccupazioni sulla disinformazione sono spesso guidate più dal fatto di incontrare opinioni e idee in contrasto con le proprie, che non da vere e proprie fake news”.

L’impatto sul mondo della salute

Sul tema della disinformazione e delle fake news, nonché del loro impatto sul mondo della sanità in particolare, si è espresso di recente il ministro della Salute, Orazio Schillaci.

Intervenuto con un messaggio nel corso degli Stati generali della comunicazione per la salute, lo scorso 16 gennaio a Roma, il ministro ha dichiarato: “Promuovere una comunicazione efficace, trasparente e responsabile” in materia sanitaria, “in un contesto dominato dalla rapidità dell’informazione e dalla diffusione incontrollata di fake news”.

Schillaci ha poi posto l’attenzione su come provare a raccontare la salute e ciò che ne deriva: “”Il tema della ‘contro narrazione’, scelto come filo conduttore di questa edizione degli Stati generali della comunicazione per la salute, è quanto mai appropriato”, sottolinea. “Serve una narrazione che sappia integrare le criticità in un racconto più completo e veritiero. Perché raccontare la buona sanità significa anche restituire dignità al lavoro quotidiano del personale sanitario e mostrare ai cittadini il valore di un sistema che rimane tra i più avanzati al mondo”.

Promuovere iniziative di alfabetizzazione sanitaria

E poi aggiunge: “È altresì fondamentale promuovere l’alfabetizzazione sanitaria per tutelare la salute di ogni individuo. Serve uno sforzo condiviso per consentire ai cittadini di comprendere e utilizzare correttamente le informazioni sanitarie, favorendo non solo il benessere personale, ma anche obiettivi cruciali come la riduzione delle disuguaglianze e delle distanze, la promozione di stili di vita sani e il contrasto alle fake news”. E poi “bisogna anche saper cogliere le straordinarie opportunità delle tecnologie digitali per migliorare la comunicazione sanitaria, amplificare messaggi positivi e rendere la salute pubblica più accessibile”.

Come si è evoluto il fenomeno

Per Marco Dotti, docente di professioni dell’editoria al corso di laurea in comunicazione dell’Università di Pavia, il tema va affrontato partendo da tre categorie: vero, falso e verosimile e dalla nostra capacità di discernerle. Attività che si è complicata negli ultimi anni perché, spiega l’esperto, “non solo è aumentata la capacità di generare e produrre fake news o notizie verosimili, ma anche quella di diffonderle. Negli anni scorsi, la nostra attenzione si è concentra soprattutto sulle fake news nel campo politico, anche perché rappresentano una seria preoccupazione per di sistemi dove comunicazione e corretta informazione sono fondamento della tenuta democratica. Al punto che le definizioni correnti di fake news sono per lo più modellate su questa tipologia. Una tipologia di fake news molto aggressiva, ma per sua logica anche molto visibile e facilmente individuabile. Questo non significa, ovviamente, che sia semplice contenerne gli effetti, tutt’altro”.

Fake news in ambito scientifico: verso un approccio transdisciplinare

“Meno attenzione è stata generalmente riservata alle fake news in ambito scientifico. Un errore fatale, perché in questo ambito ciò che ora vediamo è solo la punta dell’iceberg di una sorta di contro sistema informativo molto complesso, molto più volatile, ma forse anche molto più pervasivo, dove dopo le recenti pandemia sono entrate prepotentemente in gioco dimensioni più strutturate, che presentano spiegazioni alternative di una serie di fenomeni e trovano sempre più diffusione anche a bassa frequenza, fuori dalle bolle dei social media. Per capire questo fenomeno serve necessariamente un approccio transdisciplinare, in un contesto dove gli algoritmi continuano e continueranno ad essere delle black boxes, occorre partire da un’epistemologia delle fake news, ovvero dall’analisi critica dei meccanismi di produzione e diffusione della conoscenza, che include lo studio delle dinamiche cognitive, sociali e tecnologiche alla base del fenomeno”.

Una statistica sui giovani

Restringendo il campo al panorama italiano, a sorprendere è il dato sulla capacità da parte dei giovani lettori di distinguere le notizie affidabili da quelle che lo sono meno. La fotografia scattata di recente dal report “Disinformazione a Scuola”, realizzato da un team di ricerca dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, fa sorgere più di qualche preoccupazione: in Italia un giovane su tre non è in grado di comprendere correttamente se un’informazione online è veramente affidabile.

Nello specifico, su un campione di oltre 2200 studenti di 18 scuole superiori di Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna è emerso come i giovani siano carenti nella corretta identificazione di news attendibili per il 32,8% in temi ambientali, per il 36,9% per i temi della salute.

A quale tipo di pubblico ci rivolgiamo

“Siamo di fronte a lettori inconsapevoli e poco attenti? O c’è qualcosa di più? Queste domande sono fondamentali. Perché sempre più riscontriamo una difficoltà nell’esercitare quelle competenze che ci permettono di utilizzare il linguaggio in modo appropriato nelle interazioni sociali, comprendendo non solo il significato letterale dei messaggi, ma anche il loro rapporto con il contesto, le intenzioni implicite, le sfumature culturali e le norme sociali che regolano la comunicazione. Proprio questo ci rende più vulnerabili alla disinformazione. Ma c’è un altro fattore, forse ancora più preoccupante. E riguarda quei lettori che definirei ‘contro preparati’, ovvero che hanno in qualche modo introiettato una sorta di contro sapere che ovviamente non regge alla prova dei fatti, men che meno a quella scientifica, ma che dispiega sistemi di contro-verità perfettamente coerenti se visti solo dall’interno”, spiega l’esperto.

Come contrastare il fenomeno

Proprio nel campo della conoscenza scientifica, lo stesso Marco Dotti, peraltro, è parte attiva di un progetto, realizzato da Pfizer Italia, finalizzato a contrastare la disinformazione e la diffusione di fake news in ambito scientifico, ma anche a promuovere la comunicazione responsabile, l’informazione giornalistica corretta e il pre-bunking rispetto a questi temi. “A dire il vero”, questo il nome del progetto, ritiene necessario spiegare perché è importante, dal punto di vista di chi produce farmaci, diffondere un’informazione sulla salute corretta e trasparente.

Lavorare sulle competenze

“Dobbiamo lavorare sulle competenze. Questo significa avere capacità non tanto di fare debunking, ma di comprendere e far i processi che portano tutti, ad essere potenziali target di notizia false o verosimili nel momento in cui si perde quella competenza pragmatica del linguaggio che ci permette di leggere e, al tempo stesso, interagire criticamente con i contesti informativi”, prosegue Dotti. “Insieme a Pfizer stiamo lavorando con le scuole, gli studenti, ma anche attraverso corsi di formazione direttamente erogati ai giornalisti con formazione non scientifica. Il nostro punto di partenza è l’idea che nessuno è immune dal fenomeno fake news, che la nostra emotività è messa in gioco tutti i giorni: per cui da un lato serve favorire la buona stampa, dall’altro il dialogo aperto con tutti gli attori in gioco del mondo dell’informazione”, conclude Dotti.

Un’iniziativa europea

Sul fronte istituzionale, va segnalato infine che, a partire dal 2020, la Commissione europea ha lanciato l’Osservatorio europeo dei media digitali (Edmo), un hub indipendente che riunisce verificatori di fatti e ricercatori accademici con competenze della disinformazione online, dei social media e della media literacy, e li incoraggia a collaborare tra loro.

Tag: a dire il vero / debunking / disinformazione in sanita / fake news / pre-bunking /

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