Il contrasto alla fake news in sanità si fa con l’autorevolezza e il confronto libero in rete

La parola a Luca Landucci, contributore di Wikipedia dal 2005, esperto di web marketing e della gestione di contenuti di usi sul web. Dal numero 157 di AboutPharma and Medical Devices

salute

Un dottore senza camice e senza laurea. Si chiama Google, a lui si rivolgono 15 milioni di italiani, innanzitutto con domande tipo “quali sono gli effetti collaterali degli antibiotici”, o ricercando il nome commerciale, oppure del principio attivo, di numerosi farmaci. Secondo una recente indagine del Censis per Assosalute, oltre la metà dei navigatori del web, 8,8 milioni, nelle proprie ricerche s’imbatte in fake news. Per contrastarle sul medesimo terreno telematico con informazioni validate e attendibili sono già scesi in campo la Federazione nazionale degli ordini dei medici (Fnomceo), l’Istituto superiore di Sanità oltre ad alcune società scientifiche. Da segnalare il recente decalogo contro le fake news preparato dal Collegio italiano dei primari oncologi medici ospedalieri (Cipomo) in collaborazione con i giornalisti aderenti all’Unamsi (Unione nazionale medico scientifica di informazione).

Le fake news in ambito sanitario

Ma cosa sono le fake news in campo sanitario? Ne parla Luca Landucci, esperto di web marketing, contributore dal 2005 di Wikipedia. “Parliamo di notizie prive di fondamento scientifico o di riscontro oggettivo. Nel campo salute sono ancora più pericolose che in altri settori. Sono potenzialmente devastanti per la delicatezza delle questioni che trattano. Si propagano nella rete e nei social network fino a diffondere convinzioni errate che diventano virali. E quindi difficili da sradicare”.

Esiste un antidoto?

Paradossalmente, è semplice: mai fidarsi di una sola fonte. Incrociare le risposte che si ottengono e soprattutto confrontarle sempre con le fonti validate. È una questione però delicata perché investe il piano culturale, e la diffusione di cultura digitale non è a un livello ancora suffciente”.

Lei parla di “fonti validate”: quali sono in rete, oggi?

Bisogna essere capaci di distinguere fra le testate d’informazione autorevoli, i “luoghi” del web come forum o aree social dove si sviluppa il confronto competente. Senza contare i numerosi siti che diffondono e rilanciano informazioni incontrollate. A questi si aggiunge il potente moltiplicatore dei social, che contribuiscono a determinare confusione.

Cosa determina la situazione?

Come accennato, manca educazione all’uso del web. Il problema vero è questo. È come se ci fosse una fitta rete stradale priva di indicazioni e di semafori. Chi deve raggiungere una destinazione domanda agli altri e si finisce per accrescere il caos.

Tornando alle fonti validate. Come individuarle?

La validazione viaggia su doppio binario. Uno è rappresentato dall’autorevolezza intrinseca della fonte. L’altro dal confronto che sviluppa in rete. Ed è proprio il confronto la caratteristica dominante, da impiegare in maniera virtuosa. Il modello più effcace, ad oggi, si può dire sia quello realizzato da Wikipedia. La comunità wikipediana discute su tutto quotidianamente sempre alla ricerca di un più ampio consenso nella stesura della voci.

Per quale motivo?

Perché ha una comunità solida, ampia, aperta e soprattutto libera che vigila sui contenuti. Una palese fake news verrebbe subito cassata. E perché una voce trova spiegazione solo attraverso la validazione di fonti terze e verificabili.

Quindi consultare Wikipedia è la buona strada per vaccinarsi rispetto alle fake news?

Il riferimento assoluto in rete non esiste. Ma Wikipedia è certamente uno dei più affdabili ed è un punto di confronto ineludibile se si cerca validazione del tema che si sta seguendo. Anni fa è stato pubblicato uno studio su Nature in cui si evidenziava che Wikipedia non contiene più errori o imprecisioni della famosa enciclopedia Britannica. Bisogna sempre ricordare che Wikipedia deve essere considerata un punto di partenza per conoscere un argomento e non un punto d’arrivo”.