Cure oncologiche a rischio di “tossicità finanziaria”

Pubblicato il: 9 Dicembre 2014|

Il problema dei costi dei farmaci va avanti in realtà dal 1893, come mostra con una serie di articoli Alex Bastian, vice president Market Access di Gfk, durante il 56esimo congresso dell'American Society of Hematology (ASH) tenutosi in questi giorni a San Francisco. Da allora la situazione non è che peggiorata con nuovi farmaci oncologici da oltre 100mila dollari all’anno e il prezzo dei vecchi che cresce al ritmo del 10-20% ogni 12 mesi.  “I tre nuovi farmaci contro la leucemia mieloide cronica approvati dall'agenzia Usa Fda nel 2012 costavano tutti più di 100 mila dollari all'anno. E non scendevano sotto questa soglia, anzi la superavano, anche i 12-13 nuovi anticancro approvati dall'ente regolatorio nello stesso anno” spiega Hagop Kantarjian dell'Anderson Cancer Center di Houston, membro del direttivo Asco (Società americana di oncologia clinica), come riporta Adnkronos.  “Ma ad aumentare non è solo il prezzo delle nuove molecole, basti pensare che il costo del Glivec (imatinib), è salito a 92 mila dollari l'anno contro i 28 mila del 2001, anno di lancio sul mercato".

La questione quindi continua ad allarmare la comunità scientifica, come dimostra anche l’ampio spazio dato al problema durante il congresso. E il rischio è che si vada incontro a una "tossicità finanziaria", come hanno denunciato alcuni relatori, una malattia dentro la malattia, che rischia di intaccare la cura quando questa costa troppo per arrivare a chi ne ha bisogno.

“Il Giuramento di Ippocrate chiama il medico a proteggere i malati dai pericoli e dall'ingiustizia – continua Kantarjian – oggi la cura dei tumori ha chiari effetti collaterali economici, oltre che fisici. Se un nuovo farmaco anticancro costa di più senza essere più efficace, e se i pazienti o i sistemi sanitari non possono tollerare questo costo, la comunità medica ha l'obbligo di trovare e chiedere soluzioni contro questa inaccettabile tossicità”.

Ma non solo, Kantarjian punta il dito contro Big Pharma, accusando le aziende di spendere il 20% dei ricavi in pubblicità e solo l'1,3% in ricerca di base. “Poi per giustificare i prezzi dei nuovi farmaci chiamano in causa tra gli altri fattori i costi dell'innovazione, e ripetono che sviluppare una nuova terapia significa spendere un miliardo di dollari: una cifra che lo stesso Andrew Witty, Ceo di GlaxoSmithKline, ha definito “uno dei grandi miti dell'industria”. Il costo reale è pari al 5-20% della stima originale: da 60 a 170 milioni di dollari”. “Il focus però non dovrebbe essere il costo di una terapia ma il suo valore” afferma in difesa delle industrie Alex Bastian “un concetto che nel caso degli anticancro dovrebbe essere definito da società scientifiche come l'Asco”.

I dati portati come esempio dai relatori durante il dibattito fotografano in realtà la situazione americana, improntata com’è noto su un'assistenza gestita in gran parte dalle assicurazioni private. Ma danno un'idea di quello che potrebbe accadere anche in Paesi con modelli universalistici come quello italiano, nel caso in cui sotto il peso dei costi il sistema dovesse saltare.

“In America un malato di cancro deve spendere di tasca propria 20-30 mila dollari l'anno, circa la metà delle entrate medie di una famiglia. Così il 10% dei pazienti non assume trattamenti e il 20% non li segue come dovrebbe” spiega Yousuf Zafar della Duke University. “Il 50% dei beneficiari del programma di assistenza Medicare rivolto agli over 65 spende 'out-of-pocket' per le cure più del 10%, e il 28% più del 20 per cento. Per pagarsi le terapie quasi un paziente su due attinge ai risparmi e altrettanti tagliano le spese per il cibo, specie per frutta e verdura. Sette su 10 rinunciano alle vacanze, altri lavorano di più o vendono i propri beni. Il rischio di bancarotta quasi triplica. Parallelamente cresce del 70% la probabilità di mancata aderenza alle cure. Ci sono malati che le rimandano, che saltano l'appuntamento con la chemio, usano i farmaci di altri o sostituiscono quelli prescritti con prodotti da banco. E meno di uno su 5 parla di tutto questo con il medico, che nella metà dei casi potrebbe invece aiutarlo. Che impatto può avere tutto questo sulla sopravvivenza, le speranze di guarire, la qualità della vita?”.

Conclude infine Riccardo Dalla Favera, scienziato italiano fondatore dell'Institute for Cancer Genetics, affermando che “prima o poi anche il mondo dell'industria non potrà fare a meno di affrontare la mancanza di mezzi per acquistare ciò che viene prodotto. La questione è di tipo politico e commerciale, non scientifico. Perché dal punto di vista di un ricercatore, una malattia si cura quando è noto il meccanismo che la produce e questo vale anche per il cancro: il futuro sarà fatto di farmaci sempre più mirati al bersaglio, più raffinati e quindi costosi. Da qualunque osservatorio la si guardi, statunitense o italiano, la questione c'è e rimane sia che paghi l'assicurazione privata, sia che lo faccia un Servizio sanitario nazionale. Perché se i soldi non bastano alla fine il problema ricade comunque sui pazienti”.

Tag: Asco / ash / farmaci / oncologia /

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