Più applicazioni e mercato, ma i robot chirurgici sono ancora un lusso

Chirurgia robotica
Pubblicato il: 25 Luglio 2022|

Robot che operano a cuore battente. Robot che suturano porzioni di tessuto millimetriche. Robot teleguidati da chirurghi con occhiali “intelligenti” che seguono i consigli di altri chirurghi lontani migliaia di chilometri. E ancora, robot che fanno riacquistare l’udito o che percepiscono di essere toccati. Il mondo della chirurgia è un trionfo di robotica. La sensazione è che, da un momento all’altro, ogni sala operatoria di questo Paese sarà dotata di “mostri” dai bracci meccanici automatizzati. In realtà, non è oro tutto quel che luccica. Perché è pur vero che la chirurgia robotica sta facendo grandi passi in avanti, in Italia e nel mondo, il mercato cresce significativamente e gli investitori apprezzano. Ma è altrettanto vero che esistono ancora ostacoli rilevanti a una loro diffusione su larga scala. Tanto che gli addetti ai lavori parlano già di “robot divide”.

Numeri in crescita

“La chirurgia robotica è in grande espansione”, spiega ad AboutPharma Francesco Basile, presidente della Società italiana di chirurgia. “Aumentano sempre più gli interventi effettuati in questo campo con il supporto dell’automazione, soprattutto in urologia, che è la massima applicazione del robot in Italia. A tutto ciò si aggiunge anche l’aumento del numero dei robot. A oggi in Italia ce ne sono 160, mentre nel 2019 erano solo 111. Per quanto riguarda le operazioni, l’ultimo dato attendibile è quello del 2019, con 23 mila interventi nel nostro Paese. Il dato del 2021, invece, non è preciso anche a causa della pandemia. Ma la sensazione è che sia cresciuto. In generale, la percentuale di interventi che viene eseguito è circa il 65% di urologia e prostatectomia e il 16-18% in chirurgia generale, poi a seguire la ginecologia e la chirurgia pediatrica”.

Sempre più applicazioni

D’altra parte, a testimoniare l’aumento del trend sono i numerosi casi di applicazioni pratiche di chirurgia robotica che continuano a emergere in Italia. Pescando tra le notizie delle ultime settimane, vale la pena citare riportare qualche esempio. Nell’ospedale Humanitas-Gavazzeni di Bergamo è stato effettuato un intervento, per la prima volta nel campo della cardiochirurgia, utilizzando degli smartglass (occhiali intelligenti, usati spesso nella tecnologia militare) associati al robot “Da Vinci”, per un intervento di bypass coronarico. Tale tecnologia ha permesso al cardiochirurgo responsabile della cardiochirurgia robotica dell’Istituto di effettuare un’operazione a cuore battente, in collegamento attraverso una piattaforma digitale dedicata, con un altro chirurgo esperto che si trovava nel proprio studio in un’altra città. A Varese, invece, all’ospedale Del Ponte, si è svolto il primo intervento in Italia per il posizionamento di un impianto cocleare con il supporto del robot specifico per la chirurgia otologica. La paziente, una bambina di sei anni diventata sorda, ora tornerà a sentire. L’operazione è stata possibile grazie ad Aguav, l’associazione di pazienti dell’Audiovestibologia varesina, che ha messo a disposizione la tecnologia robotica finanziandone il noleggio per sei mesi.

Di recente, l’ospedale Cristo Re di Roma ha raggiunto il primato italiano con oltre cento interventi chirurgici con il sistema robotico sviluppato da Cmr Surgical (nome commerciale Versius). Il robot è stato adoperato per eseguire 55 procedure mininvasive in urologia (prostatectomie radicali, nefrectomie parziali e radicali); 30 in chirurgia generale (procedure colorettali e interventi di riparazione della parete addominale) e 15 in ginecologia (isterectomie radicali con linfoadenectomia). E ancora, all’ospedale materno-infantile Salesi di Ancona a breve sarà operativo il nuovo robot umanoide della Fondazione Ospedale Salesi onlus (Sally), che sfrutta l’intelligenza artificiale per adattarsi alle reazioni emotive dei bambini. La robot therapy, che all’ospedale di Ancona è stata introdotta da circa quattro anni con l’umanoide Nao Estrabot, impiegato per favorire uno stato di rilassamento nei piccoli pazienti, ora si potenzia con il nuovo robot. Che, dopo una prima fase di programmazione, sta concludendo la fase di test a contatto con i bambini, prima di essere impiegato in maniera stabile e intensiva nei reparti di chirurgia pediatrica e anestesia e rianimazione.

Robot divide

E gli esempi potrebbero continuare. Ma allora, se le applicazioni sono così frequenti, è auspicabile ipotizzare un uso sempre più capillare di questi dispositivi nelle sale operatorie dei nostri ospedali? La risposta, almeno per il momento, è no. Il motivo lo spiega ad AboutPharma Paolo Fiorini, esperto di chirurgia robotica e professore ordinario all’Università di Verona. “Bisogna superare il cosiddetto robot divide”, sottolinea Fiorini. “Il primo ostacolo alla diffusione di tali dispositivi rimane ancora il prezzo, troppo alto al momento, per garantire ritorni sostenibili. La verità è che di robot chirurgici se ne parla tanto, ma in realtà ce ne sono molto pochi. Questo perché, il mercato è quasi di tipo monopolistico e l’azienda che detiene tale monopolio, decide anche il prezzo a cui vendere tali robot”. Al momento, infatti, la maggior parte dei robot in circolazione (Da Vinci) è prodotto dalla Intuitive Surgical. Anche se altre aziende si stanno facendo spazio: Crm Surgical (Versius) e Medtronic (Hugo) le più rilevanti.

Modificare i drg

Una soluzione al contrasto dei prezzi potrebbe arrivare dall’adeguamento delle tariffe di rimborso (Drg, diagnosis related group) per le prestazioni di chirurgia robotica. Come avverte ancora il presidente della Sic Basile: “Oggi l’utilizzo di una macchina per la chirurgia robotica costa circa 2 milioni di euro. A cui si aggiunge una manutenzione annuale che ammonta a 500 mila euro circa. Senza dimenticare, che ogni intervento poi ha bisogno di alcune strumentazioni apposite, quindi, al conto totale, bisogna aggiungere tra i 1500 ai 2 mila euro, per ogni intervento che si esegue. A queste cifre, però, non corrisponde un adeguamento delle tariffe di rimborso Drg. Al momento, c’è una commissione apposita del Ministero della Salute che sta cercando di rivedere le fatturazioni dei Drg generali, quindi anche quelle che fanno riferimento alla chirurgia robotica. Perché se continuiamo a rimborsare interventi eseguiti in chirurgia robotica con gli stessi criteri di quelli eseguiti in laparoscopia tradizionale, allora è ovvio che non ci stiamo più dentro con i costi. In sintesi, bisogna cercare di adeguare un po’ le tariffe, e far sì che le aziende ospedaliere non ci perdano quando fanno eseguire interventi in robotica ai loro professionisti”.

Il mercato

Al di là delle criticità fin qui evidenziate, sembra però che il mercato creda nelle potenzialità di diffusione della chirurgia robotica. Secondo quanto riportano i dati della società specializzata in ricerche e analisi di mercato Verified Market, a oggi il comparto della chirurgia robotica varrebbe già 6 miliardi di dollari, ed entro il 2028 arriverebbe a sfiorare i 22 miliardi di dollari. Numeri in linea con quelli forniti dall’International federation of Robotics (Ifr), secondo cui il comparto dei robot per servizi professionali ha raggiunto un fatturato di 6,7 miliardi di dollari (2021), con un aumento del 12% rispetto all’anno precedente (2020). Mentre, allo stesso tempo, il fatturato dei nuovi robot per servizi ai consumatori è cresciuto del 16%, toccando quota 4,4 miliardi di dollari. In Italia, secondo quanto riportato dalla Società italiana di chirurgia, non è ancora possibile rintracciare una quota di mercato, trattandosi di volumi ancora molto piccoli per essere rilevanti.

Dove va la ricerca

Mentre il mercato stenta a decollare, almeno in Italia, la ricerca scientifica, invece, procede spedita. Su questo fronte risultati particolarmente interessanti arrivano dall’Istituto di biorobotica della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa. Nello specifico, i ricercatori dell’istituto toscano hanno realizzato una pelle artificiale che permette ai robot di sentire e percepire, cambiando così il destino dell’interazione con le persone e l’ambiente circostante. Lo studio, pubblicato su Nature machine intelligence, apre nuovi scenari applicativi, dalla robotica medica all’industria 4.0, consentendo ai robot di assistere le persone nel modo più sicuro, in ambito lavorativo e nelle azioni quotidiane. Tale tecnologia si inserisce nel quadro della cosiddetta robotica collaborativa, con applicazioni diverse come la chirurgia o l’assistenza personale, e permetterà ai robot di interagire con le persone e ad assisterle nel modo più sicuro nei compiti quotidiani. Tale tecnologia è stata sviluppata grazie a una fertile interazione scientifica del Neuro-Robotic Touch Lab della Scuola Sant’Anna di Pisa con l’Istituto italiano di tecnologia (Iit) di Genova, i ricercatori dell’Università La Sapienza e dell’Università Campus Bio-medico di Roma e dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, insieme con il centro di competenza Artes 4.0.

“Con questa tecnologia innovativa di tatto artificiale – spiega Calogero Oddo, professore dell’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna e coordinatore scientifico dello studio – abbiamo mostrato la capacità di codificare, su un’area larga e con geometria complessa, due proprietà fondamentali e caratteristiche della percezione tattile umana: la localizzazione del punto di contatto e l’intensità della forza con cui il robot interagisce con l’ambiente. La pelle biomimetica che abbiamo realizzato è costituita da una matrice polimerica soffice che integra sensori fotonici a reticolo di Bragg.

Questa tecnologia consente di avere una discontinuità importante proprio nella capacità tecnologica, cioè mentre con le vecchie tecnologie, con i sensori effetto pixel resistive, bisognava mettere tanti sensori e quindi introdurre un problema di cablaggio, adesso mettere sensori significa aggiungere un reticolo inscritto in una fibra ottica con un laser, ma senza avere un ulteriore numero di fili. L’esigenza di sviluppare tale tecnologia, nel nostro caso, parte dalla robotica antropomorfa per applicazioni assistive. Nel concreto, abbiamo sviluppato un progetto finalizzato a realizzare un braccio robotico antropomorfo in grado di fungere da telefono per le persone sordocieche. In altre parole, un dispositivo che assista le persone sordocieche che comunicano con la Lis tattile, cioè lingua italiana dei segni tattile”.

Mia Hand

Ancora la Scuola Sant’Anna di Pisa si è resa protagonista di un riconoscimento internazionale nel campo della robotica e del design industriale. Mia hand, protesi d’arto superiore multiarticolata sviluppata da Prensilia, spinoff dell’istituto toscano, si è aggiudicata il Compasso d’oro 2022, storico premio del design industriale italiano organizzato dall’Associazione per il disegno industriale (Adi). La mano robotica è stata premiata per la funzionalità e l’innovativo orientamento alla personalizzazione. Il nostro obiettivo – ha spiegato Francesco Clemente, managing director di Prensilia – è sviluppare una tecnologia che sappia essere inclusiva e adattabile alle esigenze delle persone. Questo prestigioso riconoscimento valorizza il nostro impegno nella realizzazione di una protesi di arto superiore non solo capace di offrire prestazioni elevate, ma che consenta a chi la indossa di sentirsi a proprio agio, grazie al design personalizzabile in molteplici configurazioni”.

Un polo per il trasferimento tecnologico

Altri progetti come quelli appena descritti potrebbero nascere dentro RoboIt, il primo polo nazionale per il trasferimento tecnologico interamente dedicato alla robotica (non solo chirurgica). Progetti che, si spera, riusciranno a imboccare la strada del mercato rapidamente, superando gli ostacoli di cui soffre il trasferimento tecnologico oggi in Italia. L’obiettivo è valorizzare i risultati della ricerca scientifica e tecnologica italiana attraverso la creazione di startup concepite nei laboratori delle Università e dei Centri di ricerca di eccellenza. Il polo RoboIT opererà secondo un modello hub & spoke, mettendo a disposizione dei ricercatori risorse economiche e competenze specialistiche per la realizzazione di un primo studio di fattibilità tecnico e di business all’interno delle singole Università e dei Centri di Ricerca aderenti (Spoke) e successivamente servizi di accelerazione imprenditoriale, per supportare la nascita di nuovi campioni nazionali della robotica, presso gli spazi dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova (hub del Polo). Il Polo sorgerà nella zona della Valpolcevera a pochi metri dal nuovo ponte “Genova, San Giorgio”, dove sta nascendo quella che viene considerata la prima robot valley europea. In tale area è infatti in corso un importante progetto di rigenerazione urbana fortemente voluto dalla Regione Liguria e dal Comune di Genova.

Il progetto comprende, a partire dai laboratori di Robotica IT già presenti nel Business innovation center (Bic), incubatore della società finanziaria della Regione, la realizzazione di una “Green Factory”, polo integrato di ricerca, sviluppo startup e accelerazione unico del suo genere. Nel corso del recente tech transfer day sulla robotica, che si è svolto lo scorso 27 giugno, Francesca Bria (in foto), presidente di Cdp venture capital Sgr ha dichiarato: “Uno degli obiettivi centrali di Cdp Venture Capital è creare campioni nazionali per lo sviluppo di nuove filiere industriali strategiche, come robotica e deeptech, per favorire il trasferimento tecnologico fra scienza e industria e sostenere startup e piccole e medie imprese.

Fondamentale è quindi la costituzione di poli come RoboIT, che mettono in contatto università, centri di ricerca avanzati, partner imprenditoriali e investitori di settore. Il Polo nazionale di trasferimento tecnologico RoboIT è un progetto pluriennale con capacità di investimento di lungo periodo, nel quale Cdp Venture Capital ha investito 40 milioni di euro. L’obiettivo è creare un ecosistema della robotica in grado di supportare l’invenzione in laboratorio nell’accesso al mercato, generando un effetto leva stimato di 100 milioni di euro in 4 anni per la creazione e lo sviluppo di più di 50 nuove aziende”.

Un’eccellenza italiana

A proposito di campioni nazionali, in Italia c’è una piccola (per il momento) società che, da tempo, sta facendo molto parlare di sé. E si propone come outsider in mezzo a tanti produttori-colossi del settore. In questi anni, grazie al connubio tra tecnologia e capitale umano messo in campo ha stimolato l’appetito degli investitori. Lo scorso 21 luglio ha ricevuto un investimento da 75 milioni di euro, mentre qualche settimana prima ha inaugurato una nuova sede in Toscana. Si tratta di Medical Microinstrument (Mmi), società italiana fondata nel 2015 a Calci (provincia di Pisa) da Massimiliano Simi, Giuseppe Prisco, Hannah Teichmann e Carlo Alberto Marcoaldi, che ha sviluppato un robot teleoperato (Symani) per la sutura in chirurgia a cielo aperto con microstrumenti. In altre parole, si tratta di un innovativo sistema di microrobotica che permette al chirurgo di eseguire con precisione interventi di ricucitura di piccole parti. Nel 2018 ha ricevuto un finanziamento di 20 milioni di euro da noti investitori istituzionali, tra cui Andera Partners, Panakès Partners, Fountain Healthcare e Sambatech. Due anni dopo, nel 2020, la Banca europea per gli investimenti (Bei) ne ha sostenuto lo sviluppo con un prestito da 15 milioni di euro.

Oggi Mmi è una realtà di 90 persone (ma altre se ne aggiungeranno a seguito dall’inaugurazione, il 18 maggio scorso, della nuova sede da tremila metri quadrati a Montacchiello, in provincia di Pisa). Il robot è in commercio dal 2019 e, a in questo momento, l’azienda opera con cinque dispositivi in tutta Europa (Firenze, Barcellona, Zurigo, Salisburgo, Helsinki). Le operazioni effettuate sul paziente ammontano a 75.

Il prezzo? Contenuto, se si considerano gli standard attuali: il robot Symani costa circa 900 mila euro, a cui si devono aggiungere, però, i costi per la procedura della strumentazione sterile che ammontano a 2500 euro, per ogni operazione. Inoltre, è di qualche settimana fa la notizia che il robot sviluppato da Mmi ha ottenuto la certificazione Ce Mdr, rientrando quindi nei parametri definiti dal nuovo regolamento europeo sui dispositivi medici, che tanto sta facendo allarmare i produttori di medical devices europei. “Si tratta di un robot unico nel suo genere, perché è un teleoperato”, spiega Massimiliano Simi, co-fondatore di Mmi.

“Questo vuol dire che c’è il chirurgo seduto a una consolle e il robot che opera vicino a lui. Nel nostro caso, il chirurgo può operare sia a pochi metri di distanza nella stessa stanza, che addirittura accanto al letto del paziente, quindi in una modalità che è molto simile alla normale pratica manuale. Oggi tutti i robot sono dotati di una consolle remota. In questo contesto, la nostra consolle non è altro che una piccola sedia equipaggiata tecnologicamente che sfrutta i movimenti dei controller che vengono impugnati come se fossero delle normali pinze chirurgiche. Tutto ciò associato alla miniaturizzazione estrema di uno strumento chirurgico, che riesce a mantenere un’articolazione in grado di riprodurre il movimento del polso umano. Parliamo di strumenti di tre millimetri di diametro, che nella parte terminale raggiungono larghezze pari a 100 micron. Una vera innovazione”.

Tag: Aguav / Cdp venture capital / Cmr Surgical / Humanitas-Gavazzeni / IIT / Intutitive surgical / Istituto di biorobotica Sant’Anna di Pisa / Medtronics / Ministero della Salute / mmi / Ospedale Cristo Re di Roma / Ospedale Del Ponte / Società italiana di chirurgia / Università di Verona /

CONDIVIDI

AP-DATE
SCELTE DALLA REDAZIONE
RUBRICHE
FORMAZIONE