Insufficienza cardiaca: la gestione ottimale vale quanto un farmaco

Pubblicato il: 29 Marzo 2022|

Migliorare l’assistenza fornita alle persone con scompenso cardiaco, con l’obiettivo finale di prevenire le re-ospedalizzazione e migliorare l’outcome. È in sintesi il cuore del progetto ORIONE.ITA, OsservatoRIO per la gestioNE delle cronicITÀ promosso da Novartis. Una serie di think-tank che hanno coinvolto esperti e manager sanitari con l’obiettivo di analizzare lo scenario attuale, criticità e gap da colmare, e definire le buone pratiche cliniche necessarie per un nuovo modello di presa in carico del paziente con insufficienza cardiaca in Lombardia. A spiegarlo è il professor Nicola Montano, Direttore di Medicina generale, Immunologia e Allergologia del Policlinico di Milano che sottolinea come spesso a fare la differenza negli esiti di un paziente con una malattia cronica, sia una gestione ottimale più che un farmaco innovativo.

Evitare le re-ospedalizzazione

L’insufficienza cardiaca è la prima causa di morte tra le malattie cardiovascolari in Italia ed è la patologia più comune tra gli over 65 anni, fascia di età in cui si registra anche il primato di ricoveri. “L’insufficienza cardiaca determina una mortalità elevata che si avvicina a quella di alcuni tumori – precisa Montano – con una sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi inferiore al 50 per cento. Essendo una patologia cronica inoltre, è caratterizzata da una serie di riacutizzazioni che in primo luogo incidono sulla salute del paziente peggiorando il quadro clinico e infine gravano non poco sul Servizio sanitario nazionale”.

Per fare un esempio, nel 2020 solo in Lombardia l’insufficienza cardiaca ha causato 26.735 ricoveri, con un tasso del 13,7% di re-ospedalizzazione e del 9,2% di mortalità a trenta giorni. L’impatto sul sistema sanitario regionale è stato notevole considerando che il costo medio annuo di un paziente lombardo con scompenso cardiaco è di circa 11.100 euro, per l’80% dovuto ai ricoveri. “Il progetto Orione nasce proprio dalla necessità di dare una risposta diversa ai bisogni dei pazienti con insufficienza cardiaca – aggiunge Montano – cercando di seguirli a domicilio in maniera più serrata, con interventi atti a modificare la terapia e prescrivere esami in modo da prevenire un ritorno in ospedale”.

Maggiore interconnessione

Per ridurre gli accessi in struttura è auspicabile puntare sulla medicina territoriale e in particolare su ambulatori dedicati che possono prendere in carico i pazienti a rischio più basso. Tenendo come punto di riferimento principale il medico di medicina generale (Mmg), che in collaborazione con il cardiologo di riferimento deve programmare appuntamenti di controllo a breve termine e più frequenti. Ma se sulla carta è tutto chiaro, in pratica resta il problema di migliorare la comunicazione bidirezionale tra territorio e ospedale, una delle azioni prioritarie per ottimizzare la gestione dell’insufficienza cardiaca a livello regionale secondo Montano.

“La presa in carico è il problema comune di tutte le patologie cronica” afferma. “Da una parte abbiamo il mmg e dall’altra l’ospedale, due entità distinte che in questo momento non si parlano. Non tanto per mancanza di volontà, ma per l’assenza di un canale di comunicazione preciso. Facilitare il dialogo tra le parti è una delle prime azioni da intraprendere insieme alla costruzione di un percorso di presa in carico comune. Sono le basi per avviare un programma gestionale che sia diverso e innovativo”.

Il progetto pilota lombardo

Un percorso che come ricorda il clinico, esiste già in altri contesti, come in Friuli Venezia Giulia e in Toscana in fase di avvio, ma non in Lombardia. Qui, in un’area della Regione, è in partenza un progetto pilota, insieme ai centri che hanno partecipato a ORIONE.ITA, che favorirà l’integrazione ospedale-territorio e prevederà un percorso personalizzato di presa in carico del paziente. Gli elementi chiave saranno proprio una chiara identificazione e stratificazione del rischio, la definizione dei riferimenti di invio allo specialista o al territorio, una nuova modalità di follow-up e l’introduzione del monitoraggio da remoto. “L’idea – riferisce Montano – è quella di creare un percorso plurispecialistico in cui l’internista e il geriatra collaborino con i cardiologi e con i medici di base, che sono il fulcro intorno a cui ruota la gestione del paziente”.

Ampliare la gestione domiciliare

Ovviamente affinché la gestione multidisciplinare funzioni e il medico di famiglia e specialista possano condividere in tempo reale i dati inerenti alla storia clinica del paziente, fondamentali sono gli strumenti di monitoraggio in remoto e la telemedicina. Il processo della digitalizzazione sanitaria, che la pandemia ha accelerato e che si spera possa portare a compimento il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr). Dice Montano: “Ma la digitalizzazione non è solo telemedicina, che ne è uno strumento. C’è tutta un’area dedicata allo sviluppo di app, strumenti di comunicazione e condivisione di dati, che consente di affiancare all’integrazione ospedale-territorio quella domiciliare”.

Un aspetto che si è iniziato a esplorare con la gestione a domicilio dei pazienti Covid-19, ma che trova applicazione in tantissime altre patologie croniche. Malattie per cui la necessità spesso non è il trattamento acuto in ospedale, ma la prevenzione sul territorio, fatta non soltanto nell’ambulatorio del medico di base, ma anche a casa del paziente. “È la parte domiciliare, oltre a quella territoriale, che dobbiamo espandere” conclude Montano“Questa consapevolezza è l’eredita positiva che ha lasciato la pandemia”.

Tag: insufficienza cardiaca / malattie cardiovascolari / malattie croniche / presa in carico pazienti / scompenso cardiaco /

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