Covid: tutte le varianti compresa Omicron, non “bucano” i vaccini anche dopo sei mesi

Pubblicato il: 14 Febbraio 2022|

Le varianti, compresa Omicron, non sembrano “bucare” la protezione dei vaccini contro Covid. È la conclusione a cui son arrivati un gruppo di ricercatori internazionale che con un lavoro pubblicato su Cell ha dimostrato che nonostante gli anticorpi contro Sars-cov2 calino rapidamente, i linfociti T di chi è stato vaccinato restano attivi e riescono a produce una risposta duratura ed efficace contro tutte le varianti note. Lo studio è stato condotto da un team di ricerca de La Jolla Institute for Immunology di San Diego, guidato da Alessandro Sette, dell’Università della California a San Diego, in collaborazione con il gruppo di Gilberto Filaci, Direttore dell’Unità di Bioterapie dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova e professore dell’Università di Genova.

Vaccino efficace anche contro le future varianti

“È plausibile che il vaccino possa frenare anche le future varianti – commenta Filaci, fra i coautori dello studio – perché è stato osservato che le cellule T di ogni individuo vaccinato sono “allenate” a riconoscere non un solo elemento della proteina spike ma in media una ventina di pezzetti diversi del virus. Ciò rende molto poco probabile che il virus generi eventuali future varianti tali da renderlo capace di sfuggire del tutto al riconoscimento e all’eliminazione da parte delle cellule T.  In pratica – continua l’esperto – queste cellule si comportano come chi sa riconoscere una persona da 20 dettagli diversi del viso: anche se poi indossa un paio di occhiali o taglia i capelli, è molto improbabile che questi cambiamenti siano tali da rendere irriconoscibile l’identità della persona”.

Il ruolo dei linfociti T

Dal lavoro emerge come i vaccini continuino a fare scudo contro il virus molto a lungo perché oltre agli anticorpi stimolano la formazione di cellule T, cellule del sistema immunitario dalla “memoria di ferro” che sanno “smascherare” e combattere il virus anche quando cambia faccia grazie alle mutazioni.

Le cellule T sono capaci di riaccendere in tempi brevissimi la risposta immunitaria e persistono in circolo a lungo, mantenendo dopo sei mesi dalla vaccinazione una risposta reattiva contro tutte le varianti. Le cellule T sarebbero quindi la chiave per una protezione immunitaria di lunga durata, che protegga dalle forme gravi di malattia per molto tempo a prescindere dalle possibili mutazioni future del virus.

Lo studio e le dieci varianti di Sars-cov2

Nel dettaglio lo studio ha analizzato la risposta delle cellule T e dimostrato che sono in grado di riconoscere tutte le dieci diverse varianti emerse negli ultimi mesi, Omicron compresa. Restano inoltre capaci di dare una risposta immunitaria efficace anche a sei mesi di distanza dalla vaccinazione. Analizzando le cellule T di persone vaccinate con 4 differenti vaccini (Pfizer-BioNTech, Moderna, Johnson & Johnson/Janssen e Novavax), i ricercatori hanno osservato che la reattività delle cellule T a sei mesi è infatti in media dell’87-90% rispetto a quella iniziale post-vaccinale e scende appena all’84-85% contro Omicron, indipendentemente dal vaccino ricevuto.

Protezione lunga anche contro future varianti

“Visti i risultati dei test a sei mesi dal vaccino è molto probabile che le cellule T dei vaccinati diano luogo a una protezione immunitaria di lunga o lunghissima durata nei confronti della malattia grave” spiega Filaci. “La dose booster resta tuttavia molto importante per minimizzare ulteriormente il pur lievissimo calo della risposta delle cellule T osservato dopo sei mesi dalla vaccinazione. È infine plausibile che il vaccino possa ‘frenare’ anche le future varianti: lo studio ha rilevato che le cellule T di ogni individuo vaccinato riconoscono in media una ventina di pezzetti diversi del virus, generando una risposta immunitaria ridondante, cioè diretta contro più di un frammento della proteina spike. Ciò rende meno probabile che il virus generi future varianti in ciascuno di questi venti pezzettini di molecola, tali da renderlo totalmente irriconoscibile alle cellule T”.

Il “doppio scudo”

Il merito di questa lunga protezione sarebbe quindi del sistema immunitario, un “esercito” diviso in due grandi “legioni” che concorrono a una risposta immunitaria efficace. La prima è legata all’attivazione dei linfociti B, responsabili della produzione degli anticorpi che sono come missili, capaci di riconoscere e uccidere le cellule infettate dal virus. La seconda è legata all’attivazione dei linfociti T, cellule della memoria immunologica che perdurano molto a lungo anche dopo un eventuale calo degli anticorpi, come avviene nei soggetti vaccinati contro il Covid in cui si assiste a un decremento dei livelli di anticorpi già entro sei mesi dalla vaccinazione.

“Le cellule T sono come sentinelle perenni capaci di riconoscere un nemico dopo anni e anni dal primo incontro e di montare in brevissimo tempo una risposta immunitaria che riattiva la produzione di anticorpi specifici: quelli che poi si legano al virus prevenendo o risolvendo l’infezione” afferma Filaci che aggiunge: “Quando una persona vaccinata viene a contatto con il virus infatti, anche a mesi di distanza dalla somministrazione della dose, i linfociti T stimolano rapidamente i linfociti B a produrre anticorpi specifici. In questo modo si crea un ‘doppio scudo’ al virus pressoché immediato – conclude il clinico – e l’infezione viene prontamente combattuta e debellata in tempi molto più rapidi e con un’efficacia molto maggiore rispetto a quanto possa accadere nei non vaccinati. Anche per questo i vaccinati, pur potendo ancora infettarsi, hanno generalmente forme lievi o addirittura asintomatiche dell’infezione”.

Tag: covid-19 / Omicron / sars-cov2 / vaccini / varianti /

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