Pma: una metanalisi conferma che non aumenta il rischio cardiovascolare, ma servono altri studi

Le tecniche di riproduzione assistita sembrano non aumentare il rischio cardiovascolare. Almeno secondo una recente metanalisi pubblicata sull’European Heart Journal a firma di Giulio Stefanini, cardiologo responsabile della Ricerca Clinica del Cardio Center di Humanitas e di Nicoletta Di Simone, ginecologa responsabile del Centro Multidisciplinare di Patologia della Gravidanza di Humanitas San Pio X, entrambi professori di Humanitas University. La meta-analisi ha preso in considerazione dieci studi (selezionati tra più di 7000 condotti sul tema) e ha incluso complessivamente oltre 500.000 donne che si sono avvalse di tecniche di procreazione assistita, con oltre 36 milioni di donne non trattate come gruppo di controllo.
Monitorare la salute nei primi anni
“I risultati ottenuti sono rassicuranti – commenta Stefanini – non è stata riscontrata alcuna evidenza significativa che l’uso della Pma aumenti il rischio di eventi cardiovascolari gravi, cioè di infarti, ictus o tromboembolie, nei 10 anni di follow-up inclusi negli studi. Non solo, ma il tasso di rischio di disturbi cardiovascolari, anche non acuti, tende a diminuire con il passare del tempo, fino a stabilizzarsi a livelli simili a quelli delle donne non trattate. Questi risultati sono importanti per le donne che ricorrono alle tecniche di riproduzione assistita e per i professionisti sanitari, poiché suggeriscono la necessità di monitorare la salute cardiovascolare delle pazienti soprattutto nei primi anni dopo il trattamento”.
Il rischio di malattie cardiovascolari
Oggi circa il 4% delle gravidanze al mondo è possibile grazie alle tecniche di riproduzione assistita (come la fecondazione in vitro e l’inseminazione intrauterina), il cui uso negli ultimi anni è cresciuto notevolmente tanto che nel 2019 in Europa sono stati effettuati oltre 1 milione di cicli. Da qui la necessità di capire se il trattamento possa avere conseguenze avverse sulla salute della madre o del nascituro in particolare sulla salute cardiovascolare.
Un ambito questo di particolare rilevanza per le donne che si sottopongono a Pma, perché la stimolazione ovarica che può portare a uno stato protrombotico e a lesioni endoteliali. Chiarire se esiste davvero una correlazione tra Pma e un rischio aumentato di malattie cardiovascolari è quindi importante perché richiederebbe un monitoraggio clinico per facilitare interventi precoci.
Eseguire un attento monitoraggio
“È essenziale valutare i rischi associati al trattamento caso per caso, in modo personalizzato – spiega Di Simone – soprattutto considerato che le donne che si rivolgono a queste soluzioni possono avere fattori di rischio cardiovascolare preesistenti, quali età più avanzata, patologie ipertensive pregresse, obesità o diabete. Sappiamo anche che alcune condizioni cardiovascolari, come la preeclampsia, si manifestano con maggiore frequenza durante le gravidanze da Pma ed è fondamentale trattarle in modo idoneo. Per tutte queste ragioni è bene che chi si sottopone al trattamento segua un attento monitoraggio in centri ginecologici e ostetrici che offrano approcci di cura multidisciplinari e che siano in grado di effettuare un adeguato follow-up”.
I prossimi passi
Il passo successivo, come spiegano gli autori del lavoro sarà studiare l’impatto cardiovascolare specifico delle diverse tecniche di Pma e come questo cambi in base al numero di cicli effettuati, per identificare eventuali disparità tra le tecniche e fattori di rischio particolari, su cui occorrerà porre particolare attenzione. Spiega Paolo Emanuele Levi Setti, responsabile del Fertility Center dell’Irccs Istituto Clinico Humanitas, uno dei più grandi in Italia: “La Pma deve essere considerata all’interno del più ampio percorso di cura della paziente, un percorso che inizia prima del trattamento e prosegue dopo di esso. Per fare questo è fondamentale la collaborazione tra le discipline e l’impegno costante nella ricerca scientifica, che ci consentirà di rendere la Pma sempre più efficace e sempre più sicura”.
Domande aperte
Il quesito sulla correlazione tra Pma e aumentato rischio cardiovascolare, però è tutt’altro che risolto secondo Maria Christine Magnus dello Norwegian Institute of Public Health, Centre for Fertility and Health di Oslo. L’esperta, in un editoriale pubblicato sempre sull’European Heart Journal a corredo della metanalisi, scrive infatti che sebbene si tratti di “un aggiornamento significativo”, restano però “diverse questioni irrisolte in quest’area di ricerca”. Elencati i diversi punti in sospeso, Magnus conclude dicendo che proprio per questo motivo “ulteriori studi per colmare queste lacune di conoscenza sono considerati utili e necessari per stabilire definitivamente se le donne che si sottopongono a tecniche di fecondazione assistita costituiscano un gruppo a rischio elevato di malattie cardiovascolari”.


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