Troppe incertezze sul Long Covid, l’Italia lancia uno studio

Pubblicato il: 9 Febbraio 2022|

Se molti aspetti di Covid-19 restano ancora da scoprire, altrettanto o forse più carenti sono le informazioni a disposizione sul cosiddetto Long Covid, una condizione caratterizzata da segni e sintomi causati dall’infezione di Sars-Cov-2 che continuano o si sviluppano dopo quattro settimane da un’infezione acuta” come la definisce l’Istituto superiore di sanità (Iss).

Proprio per saperne di più sul post Covid (malattia vera e propria codificata nell’ambito delle classificazioni ICD10 dall’Organizzazione mondiale della sanità) il 9 febbraio è stato presentato un progetto sponsorizzato dal ministero della Salute e coordinato dall’Iss che coinvolge Regioni, università e alcuni Irccs.

Come spiega Graziano Onder, direttore del dipartimento di Malattie cardiovascolari, endocrino-metaboliche e invecchiamento dell’Iss, che ha curato il documento “Indicazioni ad interim sui principi di gestione del Long-Covid” tale progetto ha lo scopo “di valutare le dimensioni del fenomeno, studiare l’eziopatogenesi della malattia, individuare i sintomi più comuni e le persone più a rischio, definire un approccio comune a livello nazionale, dalla diagnosi al trattamento”.

Onder aggiunge che il progetto nasce anche in risposta ai numerosi centri che sono sorti in Italia per trattare il Long Covid, ma di cui nello specifico non sono note le pratiche. L’obiettivo è quindi standardizzarne l’operato: oggi infatti esistono linee guida su come trattare il Long Covid – rappresentate dal documento già citato dell’Iss che dà indicazioni generali – ma molte Regioni stanno producendo documenti e piani specifici propri.

Inoltre restano ancora aperte numerose domande a cui il progetto cercherà di dare una risposta, ad esempio sull’impatto della vaccinazione sulla malattia o sulla maggiore suscettibilità femminile. “L’ultimo obiettivo è fare sorveglianza – aggiunge Onder – seguiremo un certo numero di persone nel tempo per vedere cosa succede. Tendenzialmente i sintomi tendono a sparire con il distanziarsi dalla fase acuta, però non abbiamo conferme e non sappiamo se la considerazione vale per tutte le manifestazioni cliniche, perché conosciamo il Long Covid da poco tempo. Speriamo di produrre i primi risultati già nei primi sei mesi del 2022”

Centinaia di sintomi

Nonostante in letteratura inizino a emergere diversi lavori sul Long Covid, un elenco definitivo ed esaustivo dei sintomi associati non è stato ancora completato e non esiste un consenso sulle loro caratteristiche. L’Oms ne ha contati più di 200 tra quelli effettivamente riportati dai pazienti e i più frequenti sono: mancanza di respiro, disfunzione cognitiva chiamata “brain fog”, cioè una condizione caratterizzata da problemi di memoria e di concentrazione in aggiunta alla costante sensazione di stanchezza e affaticamento.

Altri sono dolore al petto, difficoltà a parlare, ansia o depressione, dolori muscolari, febbre, perdita dell’olfatto, perdita del gusto. Secondo una review pubblicata nel novembre 2021 (“More Than 100 Persistent Symptoms of Sars-CoV-2: A Scoping Review) sarebbero oltre cento i sintomi che permangono dopo la fase acuta di Covid-19. Nello specifico la scoping review ha esaminato oltre 2700 titoli e abstract, analizzando infine cinquanta lavori da cui sono emerse svariate condizioni patologiche per lo più di tipo respiratorio o di compromissione sensoriale e in ogni caso analoghi a quelli insorti nel corso dell’infezione acuta di Sars-Cov-2.

Onder conferma che i sintomi possono essere i più svariati e che vanno da alcuni più generali come la fatigue lamentata da circa il 50% delle persone che ha avuto Covid-19, o la dispnea nel 20-40% dei casi. La maggior parte dei pazienti con Long Covid continua ad avere conseguenze respiratorie caratterizzate, oltre che da dispnea con e senza necessità di utilizzo cronico dell’ossigeno, da tosse persistente e diminuzione della capacità di espansione della gabbia toracica. Altre manifestazioni più gravi sono organo specifiche come la fibrosi polmonare, la miocardite e così via.

Gli esperti hanno riscontrato danni a lungo termine su vari organi, compreso il sistema respiratorio, cardiovascolare, nervoso, gastrointestinale, l’apparato otorinolaringoiatrico, la cute, i reni, il sistema ematologico ed endocrino. Tali manifestazioni possono presentarsi da sole o in diverse combinazioni, essere transitorie, intermittenti, cambiare la loro natura nel tempo o essere costanti.

Prevalenza incerta

Secondo un documento dell’Oms circa un quarto delle persone con Covid- 19 manifesta sintomi persistenti a distanza di 4-5 settimane dalla positività. Ma vi è una grande variabilità nella valutazione della prevalenza del fenomeno, dovuta all’assenza di informazioni coerenti sulla terminologia, le definizioni e la diagnosi. Lo conferma anche il documento stilato dall’Iss che cita anche uno dei più grossi studi condotti finora in merito, svoltosi nel Regno Unito dall’Office for National Statistics su un campione di oltre ventimila persone.

Il lavoro ha mostrato una prevalenza di sintomi del 13% oltre le 12 settimane post-infezione, otto volte superiore a quella di un gruppo di controllo, un rischio maggiore nelle donne rispetto agli uomini (14,7% vs. 12,7%) e prevalenza più alta nel gruppo di età 25-34 anni. Mentre secondo un altro studio condotto sempre nel Regno Unito su oltre quattromila soggetti (Covid Symptom Study), la prevalenza è risultata più bassa, pari al 13% a quattro settimane, del 4,5% oltre le otto e del 2,3% oltre le dodici.

La fotografia italiana

In Italia invece uno studio di coorte prospettico condotto su 238 pazienti ricoverati nel 2020 per polmonite da Covid-19 (pubblicato lo scorso novembre su Scientific Reports del gruppo Nature: “Long‐term sequelae are highly prevalent one year after hospitalization for severe Covid‐19”), ha mostrato che il 39,5% del campione aveva ancora almeno un sintomo a un anno dalla dimissione. Il 49% aveva riportato una capacità polmonare misurata tramite test Dlco (Diffusione alveolo-capillare del monossido di carbonio) < 80%, e il 10% una grave compromissione della Dlco (< 60%) correlata all’entità delle anomalie della TC.

Il 25,8% aveva mostrato un certo grado di compromissione motoria e il 18,5 % sintomi da stress post-traumatico da moderati a gravi. “Nel tempo trascorso da quattro a dodici mesi dopo la dimissione dall’ospedale, la funzione motoria migliora, mentre quella respiratoria no, essendo accompagnata da evidenza di danno strutturale polmonare” scrivono gli autori del lavoro. “I sintomi rimangono altamente prevalenti un anno dopo la malattia acuta”.

Ancora, un’indagine simile è stata svolta dall’Aou Careggi di Firenze, pubblicata nel dicembre del 2021. In tal caso 254 pazienti sono stati sottoposti a follow-up completo a dodici mesi dalla dimissione ospedaliera per indagare la persistenza dei sintomi compatibili con Covid-19 (“Factors associated with persistence of symptoms 1 year after Covid-19: a longitudinal, prospective phone-based interview follow-up cohort study”). Le manifestazioni cliniche sono diminuite nel tempo, con il 40,5% dei soggetti arruolati che a un anno dalla dimissione presentava ancora un sintomo.

Sono state esaminate le manifestazioni cliniche somatiche (affaticamento, dispnea, palpitazioni, tosse, dolore toracico, dolore addominale, ageusia, anosmia, sintomi intestinali) presenti nel 28,3% del campione e quelle emotive (insonnia, confusione, alterazione del senso della realtà, perdita di appetito, paura e depressione) riscontrate nel 31,4 %. Il 17% ha presentato entrambi i tipi di sintomi. Infine la percentuale di persone che ha accusato fragilità (intesa come presenza di tre o più indicatori: debolezza, lentezza/mobilità ridotta, perdita di peso, bassa attività fisica ed esaurimento) è cresciuta nel tempo passando dal 33,9% dopo un mese al 45,6% al termine del follow-up.

Chi è a rischio

Un altro aspetto ancora da chiarire è se ci sono caratteristiche che possono favorire l’insorgere della malattia e se alcune persone sono più suscettibili di altre. “In generale si considera che più grave è stata la malattia acuta, maggiore rischia di essere l’entità dei sintomi nel tempo. Ma si è osservato che il Long Covid può accompagnare anche chi ha avuto in fase acuta unicamente sintomi lievi come febbre, tosse e spossatezza” si legge nel documento dell’Iss. A tal proposito Giuseppe Nocentini, professore di farmacologia presso l’Università di Perugia e membro della Società italiana di farmacologia (Sif) cita uno studio pubblicato su Nature communications (“Immunoglobulin signature predicts risk of post-acute Covid- 19 syndrome”) da cui emerge che “il 53,9% delle persone con Covid-19 lieve e l’82,2% con Covid-19 grave hanno sviluppato poi il Long Covid”. Gli autori del lavoro inoltre hanno identificato le immunoglobuline (Ig), e in particolare le IgM e IgG3, quali predittori della malattia se combinate con altri fattori come l’età, la storia di asma bronchiale e cinque sintomi durante l’infezione primaria.

Sesso ed età

“Sicuramente è più a rischio chi ha avuto forme gravi di Covid-19, chi è stato ospedalizzato o in terapia intensiva” conferma Onder. “Ma anche chi presenta comorbidità, i più anziani e le donne”. Un articolo pubblicato su The Lancet Respiratory medicine nell’ottobre del 2021 (“Physical, cognitive, and mental health impacts of Covid-19 after hospitalisation (PHOSP-COVID): a UK multicentre, prospective cohort study”), ha evidenziato quattro fattori in particolare associati a un mancato recupero dopo il ricovero ospedaliero dovuto a Covid-19, dopo sei mesi dalla dimissione: il sesso femminile, un’età compresa tra i 40 e 59 anni, due o più comorbidità e una malattia grave più acuta.

Lo studio di follow-up multicentrico a lungo termine Phosp-Covid, è stato condotto nel Regno Unito su oltre mille pazienti dimessi tra il 5 marzo e il 30 novembre 2020 ed è in linea con quanto riportato da altri lavori presenti in letteratura. Lo stesso lavoro condotto al Careggi di Firenze indica fragilità, età, sesso femminile, più di due sintomi al primo colloquio e broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco) come fattori associati ai sintomi persistenti a 12 mesi in base a un’analisi di regressione logistica multivariata. Le donne quindi che hanno mostrato una maggiore resistenza contro l’infezione acuta da Sars-Cov-2 sembrano al contrario essere più suscettibili al Long Covid, ma tutto resta ancora da studiare. Ricorda Onder: “Solo quando l’ondata epidemica si attenua ci si accorge delle conseguenze dell’infezione da Sars-Cov-2”.

Le cause del long covid

Poco si sa anche sulle cause che portano all’insorgenza del Long Covid. Potrebbe essere dovuto alla persistenza del virus, a una risposta autoimmune o al danno innescato dalla malattia acuta. I meccanismi eziopatogenetici dovrebbero essere gli stessi della malattia acuta come riporta Onder che precisa: “I pathway implicati sono diversi e sono tutt’ora in corso di studio, inoltre possono essere coinvolti effetti diretti e indiretti. Le manifestazioni a lungo termine sul tono dell’umore per esempio possono essere dovute all’ansia e allo stress associati al ricovero” continua. “Altri possono essere associati alla tempesta infiammatoria che caratterizza la malattia e agli eventi trombotici tipici della fase acuta dell’infezione, che possono portare a micro trombosi e creare conseguenze importanti in alcuni organi come il cervello”.

“Nei pazienti che hanno avuto Covid-19 i livelli di citochine sono ancora superiori alla norma dopo mesi – aggiunge Giuseppe Nocentini – il che potrebbe spiegare il prolungamento dei sintomi. Questa eziopatogenesi di natura infiammatoria o disfunzionale del sistema immunitario potrebbe essere alla base della malattia, ma ancora non abbiamo risposte certe”. Mancano dati anche sul ruolo che le patologie che sono state predittive di gravità e mortalità della malattia acuta (quali diabete, cardiopatia, insufficienza renale, neoplasie, obesità, trapianti) potrebbero avere nello sviluppo della condizione post acuta.

L’utilità del vaccino

“Non esiste un trattamento per il Long Covid né sono in corso trial per terapie sperimentali nuove o già usate in clinica” riferisce Nocentini. Lo specialista parla piuttosto di terapie mirate a curare un singolo sintomo. A fare la differenza per questa patologia che può riguardare organi e manifestazioni cliniche diverse è la gestione multidisciplinare del paziente che deve coinvolgere il medico di medicina generale e gli specialisti a seconda della sintomatologia. C’è però un’arma che potrebbe tornare utile anche contro il Long Covid, come accenna Nocentini ed è il vaccino: “Sappiamo che il vaccino protegge dalla forma grave di Covid-19, per cui se la persistenza dei sintomi una volta passata la fase acuta è maggiore nelle persone che hanno sviluppato una forma più grave di malattia, va da sé che il vaccino eviti l’esposizione al Long Covid”.

A sostegno di questa ipotesi Nocentini segnala uno studio caso-controllo su 12 milioni di utenti tramite app di monitoraggio dei sintomi nel Regno Unito e pubblicato su The Lancet infectious diseases nel gennaio 2022 (“Risk factors and disease profile of post-vaccination Sars-CoV-2 infection in UK users of the Covid Symptom Study app: a prospective, community-based, nested, case-control study”) da cui emerge che “la vaccinazione (rispetto a nessuna vaccinazione) è stata associata a una ridotta probabilità di ospedalizzazione o di sviluppare più di cinque sintomi nella prima settimana di malattia e anche a una ridotta probabilità di sviluppare sintomi oltre i 28 giorni, nelle persone che avevano ricevuto una doppia dose. In sostanza il rischio di sviluppare Long Covid era stato ridotto di circa il 50% in coloro che erano stati vaccinati con due dosi”.

Un altro studio condotto in Israele e pubblicato come preprint nel gennaio del 2022 (“Association between vaccination status and reported incidence of post-acute Covid-19 symptoms in Israel: a cross-sectional study of patients tested between March 2020 and November 2021”), ha associato la vaccinazione con almeno due dosi di vaccino anti Covid-19 a una sostanziale diminuzione dei più comuni sintomi post-acuti di Covid-19. La vaccinazione in particolare aveva ridotto del 54% la probabilità di sviluppare mal di testa, del 64% l’affaticamento, del 57% la debolezza e del 68% il dolore muscolare rispetto alle loro controparti non vaccinate.

E l’assistenza per i pazienti?

In attesa di avere qualche informazione in più nei prossimi mesi e probabilmente una presa in carico più strutturata e omogenea, Onder rassicura sul fatto che a oggi alcune prestazioni necessarie per le persone con Long Covid sono state incluse nei Lea. Il decreto-legge Sostegni bis approvato dal Consiglio dei Ministri in data 21 maggio 2021 ha istituito infatti un protocollo nazionale di monitoraggio che prevede, senza oneri a carico dell’assistito, l’esecuzione di prestazioni di specialistica ambulatoriale contenute nei Lea, ritenute appropriate per il monitoraggio, la prevenzione e la diagnosi precoce di eventuali esiti o complicanze legati alla pregressa malattia da Covid-19. Intanto è nato anche il movimento #LONGCOVID Italia.

Tag: covid-19 / Istituto Superiore di Sanità (Iss) / long-covid / Ministero della Salute / Organizzazione mondiale della sanità (Oms) /

CONDIVIDI

AP-DATE
SCELTE DALLA REDAZIONE
organi su chip medicina personalizzata

Organi su chip: la medicina personalizzata si può fare anche così

Una tecnologia che potrebbe far risparmiare fino a cinque anni di tempo e fino al 20% del costo totale di sviluppo di un farmaco (in miliardi di euro) più solide conoscenze su cui basare le delicate fasi iniziali della sperimentazione e al contempo essere strumento per una medicina sempre più personalizzata

RUBRICHE
FORMAZIONE