Easd 2026: la nuova era del diabete guarda oltre il controllo della glicemia

Non soltanto una corsa a perdifiato alle spalle della malattia. Ma un testa a testa mirato a modificarne la traiettoria e a evitare la comparsa di tutte quelle comorbidità che possono associarvisi.
L’approccio al diabete di tipo 2 sta vivendo una fase di evoluzione senza precedenti. “Non potrebbe essere altrimenti”, afferma Francesco Giorgino, presidente in carica della Società europea per lo studio del diabete (Easd), da oggi riunita a Milano per il congresso annuale.
“La convivenza con la malattia è una realtà, adesso il nostro compito è elevare la qualità della vita di queste persone. Giorno dopo giorno stiamo imparando a usare sempre meglio soluzioni che non esistevano, fino a un paio di decenni addietro”.
L’impatto dei nuovi farmaci
Fino ai primi anni del 2000, i diabetologi avevano a disposizione per la gestione del diabete: metformina, sulfaniluree ed insulina (che oggi è anche settimanale). Negli ultimi anni, grazie all’avvento di nuove soluzioni terapeutiche quali glifozine e agonisti dei recettori di Glp-1 e Gip (come semaglutide e tirzepatide) si è aperto un nuovo capitolo di questa lunga storia.
“Grazie a questi farmaci non trattiamo più soltanto il diabete, ma riduciamo il rischio di insorgenza di una serie di condizioni a cui questi pazienti sono più esposti: dallo scompenso cardiaco alle arteriopatie periferiche, dalla malattia renale cronica alla Masld” dichiara Graziano Di Cianni, direttore della diabetologia aziendale e dell’area dipartimentale cronicità della Asl Toscana nord ovest.
“Il paziente che abbiamo di fronte spesso è anziano, talora già affetto da altre patologie e come tale più fragile rispetto alla popolazione generale. A ciò aggiungiamo che il rischio cardiovascolare per queste persone è più alto fin dalla diagnosi di diabete, motivo per cui non ha senso intervenire soltanto sul controllo della glicemia”. Un concetto divulgato su larga scala da un gruppo di esperti d’Oltremanica, nel presentare una serie di articoli che The Lancet ha dedicato all’impatto crescente delle patologie cardiometaboliche.
Punto fermo della discussione: i sistemi sanitari devono passare dalla gestione di singole patologie a un approccio che abbracci l’intero ciclo di vita. “Al primo posto deve esserci la prevenzione, quando possibile primaria” aggiunge lo specialista. “Dieta, attività fisica e contrasto al fumo devono costituire le fondamenta di un’azione sanitaria: nei confronti dei soggetti sani e di chi è già diabetico”.
Aggredire il diabete fin dall’inizio
Quando non si riesce a evitare la comparsa della malattia è importante non tentennare nella sua gestione. “Non ci sono più dubbi: la terapia deve essere aggressiva fin da subito e non intensificata nel tempo”, ragiona Giorgino, che è ordinario di endocrinologia e direttore dell’unità operativa complessa di endocrinologia dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Bari.
Il bisogno di percorsi di cura sempre più personalizzati è confermato da un dato di fatto. Una grande percentuale di persone affette da diabete di tipo 2 rimane non adeguatamente controllata nonostante la progressiva intensificazione del trattamento. Da qui il nuovo capitolo che si sta scrivendo grazie agli agonisti del Glp-1 e di Gip, che migliorano il controllo glicometabolico e delle comorbidità associate.
Ma la ricerca guarda anche oltre, con nuove terapie che integreranno quella che oggi è l’unica insulina settimanale disponibile (Icodec) alla semaglutide. Cresce l’attesa pure per la combinazione del Glp-1 con l’amilina (un ormone che ritarda lo svuotamento gastrico). I primi dati, presentati all’ultimo congresso dell’American Diabetes Association (Ada) e pubblicati contestualmente su The Lancet, sono incoraggianti in termini di controllo della glicemia, riduzione del peso corporeo e stabilità degli episodi di ipoglicemia.


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