I buoni propositi del ministero della Salute per il 2025

Che il 2025 sia designato a essere un anno cruciale al fine di “rilanciare il sistema sanitario per costruire una sanità più moderna, accessibile ed equa”, per dirla con il ministro della Salute Orazio Schillaci, lo si evince dagli obiettivi messi nero su bianco nell’atto di indirizzo per l’anno in corso.
Il documento racchiude le priorità che l’agenzia governativa intende raggiungere da qui a dicembre. Una serie di iniziative che, mai come quest’anno, guarda verso l’attuazione delle misure previste dal Piano che ha preso forma per rilanciare il Paese dopo la pandemia da Covid-19.
Il tempo, d’altra parte, stringe. E per farsi trovare pronti alla scadenza del 2026 – in attesa di ricevere l’ottava rata, entro il prossimo 30 giugno – l’anno in corso è quello in cui occorre far compiere un significativo passo in avanti a quei progetti destinati a cambiare il volto della sanità italiana nei prossimi 24 mesi. Questo, almeno, è l’auspicio.
Le azioni a difesa del Servizio sanitario nazionale
Gli interventi previsti dalla Missione 6 puntano a rendere concreti una serie di obiettivi: la ridefinizione della rete di assistenza sanitaria territoriale (sulla base delle indicazioni riportate nel DM77), il rinnovamento del parco tecnologico ospedaliero, la digitalizzazione del Servizio sanitario e la formazione del personale sanitario. Minimo comune denominatore dei filoni di investimento, è il traguardo che si intende raggiungere: una sanità più sicura, equa e sostenibile.
Il momento è cruciale e i margini di errore – in una fase che in molti considerano la più delicata del Servizio sanitario nazionale, alle soglie dei suoi cinquant’anni di vita – sono ridotti al minimo. Lo si evince anche dalle parole messe nero su bianco da Schillaci, nella prefazione del documento: “Accrescere il valore del sistema sanitario italiano costituisce la sfida da affrontare razionalizzando le risorse disponibili, nel rispetto dei vincoli legati alla tenuta economica e sociale del Paese”.
Considerando che la fase in corso è ritenuta cruciale per la salvaguardia dei principi cardine del sistema dell’assistenza sanitaria in vigore nel nostro Paese dall’1 luglio 1980, più volte sottoposto a restyling fino a quello più significativo determinato dalla riforma del titolo V della Costituzione, il documento diffuso dagli uffici di viale Ribotta poche settimane addietro ha attirato su di sé più attenzioni rispetto a quelle riservate dagli addetti ai lavori negli anni passati.
Si parte dalla prevenzione
Al di là della struttura generale del documento, il primo punto fissato dagli uffici di viale Ribotta è stato in realtà un altro: il rafforzamento del sistema di prevenzione, con focus sulle malattie croniche non trasmissibili (a partire dai tumori) e infettive.
Il leit-motiv del ministro – rilanciato a più riprese nel corso del 2024 e in ultima istanza anche in occasione del Festival di Sanremo – è ormai chiaro: “Abbiamo un servizio sanitario fondato prevalentemente sulla cura, che non potrà essere sostenibile se non si potenziano le attività di prevenzione”.
Da tempo il ministro non manca di far sentire la sua voce in merito a quei fattori di rischio che – se presenti, in qualsiasi fase della vita: a partire dall’infanzia – rischiano da un lato di intaccare il primato europeo della longevità del nostro Paese e dall’altro di sovraccaricare di richieste il sistema sanitario. Prima a livello territoriale, poi eventualmente pure ospedaliero.
Un messaggio di questo tipo riecheggia nelle parole di Schillaci ogni qual volta si parli di obesità, fumo, consumo di alcolici e sedentarietà. D’altra parte il ventaglio delle potenziali ricadute – con il rischio di vedere ampliarsi il fronte di italiani alle prese con malattie cardiovascolari, oncologiche, neurodegenerative e diabete di tipo 2: soltanto per citare le più prevalenti, tra quelli prevenibili – è così ampio da poter far vacillare la tenuta dell’intero sistema di cure.
Se a ciò si aggiunge l’elevata quota di over 65 (oltre 14 milioni) che vive nel nostro Paese, la rilevanza riconosciuta al tema è tutt’altro che ingiustificata.
“Attualmente – ha ribadito a più riprese Schillaci, negli ultimi mesi – soltanto il cinque per cento del Fondo sanitario è destinato alle attività di prevenzione. È mia intenzione aumentare questa percentuale per potenziare le politiche di prevenzione: stili di vita corretti e attività di screening, a partire da quelli oncologici”.
Azioni confermate nell’ultimo atto di indirizzo, che fa leva su una serie di Piani già varati (prevenzione, oncologico) per una gestione adeguata delle cronicità. Non soltanto malattie non trasmissibili, però. Sul fronte della prevenzione, obiettivo del Governo è anche quello di contenere la portata di quelle infettive.
Fari puntati su poliomielite, morbillo, rosolia e Hpv: “Puntiamo al raggiungimento delle coperture vaccinali target attraverso lo sviluppo dell’offerta vaccinale e il superamento delle criticità emerse durante i cicli di programmazione precedenti”. Previsto anche il varo di un nuovo piano di interventi unico per far fronte alla recrudescenza dei casi di epatiti, Hiv e altre infezioni sessualmente trasmissibili.
Un piano d’azione contro le disuguaglianze
Ma la parte più corposa del documento è quella relativa alla riduzione delle disuguaglianze nell’erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea).
Una sfida che, secondo il ministero, può essere vinta soltanto “promuovendo una più stretta integrazione tra ospedale e territorio”, “implementando gli strumenti individuati per la riduzione delle liste di attesa” e “incentivando l’utilizzo delle soluzioni di intelligenza artificiale, nel rispetto dei principi di non discriminazione e di adeguata informazione dei pazienti”.
Su questi punti si gioca buona parte del confronto con le Regioni (13 quelle che nel 2022 hanno soddisfatto l’offerta in termini di Lea), finora non sempre nei limiti della continenza istituzionale.
“Nel rispetto dell’autonomia riconosciuta a loro e alle Province autonome nelle scelte di programmazione e organizzazione dei servizi sul territorio”, in ballo c’è la traduzione nella pratica del Piano sanitario nazionale 2025-2027, “il principale strumento di governo e di indirizzo politico per guidare verso obiettivi unitari un sistema complesso, articolato su diversi livelli istituzionali”.
Ai soggetti attuatori delle politiche sanitarie è rivolto anche il messaggio riguardante la gestione della mobilità sanitaria, sotto la lente del comitato Lea: “La tematica è attenzionata nell’ambito della verifica degli adempimenti alla quale sono sottoposte le Regioni e le Province autonome per l’accesso alla quota premiale a partire dall’anno 2022”.
Della partita fanno parte pure l’ammodernamento tecnologico, l’aggiornamento dei Lea, il monitoraggio dell’attuazione della riqualificazione della rete ospedaliera, lo smaltimento delle liste di attesa, il controllo della mobilità sanitaria, il monitoraggio del sistema di accreditamento delle strutture, la revisione delle classificazioni sanitarie, l’avanzamento della sperimentazione della farmacia dei servizi e del modello di simulazione e previsione per scenari a medio e lungo termine nel servizio sanitario e l’introduzione capillare del numero unico europeo per le cure non urgenti (116117).
Che l’Italia voglia emergere per il suo ruolo a difesa della salute dei più deboli lo si evince inoltre dagli obiettivi indicati al punto 12 del documento, in cui si parla di rimarca il ruolo del Paese come “propulsore” per la creazione di uno spazio europeo della salute “secondo un approccio integrato”.
Da qui l’annuncio della rinnovata cooperazione bilaterale tra Italia e Ucraina “per rispondere ai più pressanti bisogni di salute, in particolare nel settore della protesica”, della prosecuzione delle attività volte a “tutelare la salute dei cittadini in ambito internazionale” (realizzando un “costante monitoraggio della mobilità internazionale dell’assistenza sanitaria”) e a verificare “le prestazioni urgenti ed essenziali erogate a stranieri non in regola con le norme relative all’ingresso e soggiorno attraverso l’analisi, l’elaborazione e il confronto dei dati di accesso al pronto soccorso”.
Valorizzare il personale sanitario
Schillaci sa bene che, per realizzare gli obiettivi riportati nell’atto di indirizzo, è fondamentale restituire valore ai professionisti sanitari.
Per questo il punto 5 del documento è dedicato a questo aspetto. “La valorizzazione del personale è una condizione necessaria per lo sviluppo del sistema sanitario nel suo complesso, indispensabile per accompagnare i grandi processi di innovazione di cui lo stesso necessita”. Nel corso del 2025, in collaborazione con l’Agenzia nazionale dei servizi sanitari regionali (Agenas), “saranno assunte iniziative volte all’adozione di una metodologia per la definizione del fabbisogno di personale degli enti del Servizio sanitario”.
Tradotto: una ferrea programmazione delle figure carenti, partendo dalla formazione per arrivare al fabbisogno imminente di specialisti. Si partirà dalla costituzione di un database di camici bianchi: distinti per specializzazione esercitata, anno di nascita, genere e regione. “Alimentarlo è indispensabile per lo sviluppo di una metodologia rigorosa di previsione e programmazione del fabbisogno formativo di medici specialisti distinti per disciplina”.
Fermo restando il rispetto dell’equilibrio economico e finanziario di ogni Regione, l’obiettivo è quello di adottare “meccanismi di flessibilità nelle assunzioni di personale”. Il ministero vuole che l’anno in corso sia anche quello della piena valorizzazione di tutte le figure coinvolte dalla riforma dell’assistenza territoriale: specialisti dell’emergenza urgenza, medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, specialisti ambulatoriali, infermieri di famiglia e di comunità.
Profili, questi ultimi, fortemente carenti. Per aumentarne il numero, il ministero punta da un lato a “revisionare in senso specialistico la relativa laurea magistrale”, così da condurre anche gli infermieri verso la scelta di un percorso simile a quello dei camici bianchi.
Dall’altro si cercherà – in collaborazione con le Regioni e le Province autonome, la Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche, il ministero degli Affari esteri e la cooperazione internazionale – di stipulare un accordo con il Governo indiano “per garantire la cooperazione tra gli Stati volta a facilitare il reclutamento di professionisti” verso l’Italia.
Un passaggio del paragrafo 5 è dedicato pure al tema della violenza nei confronti degli operatori sanitari: proseguirà il lavoro dell’Osservatorio Nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie, “funzionale alla previsione e alla elaborazione di misure e strumenti che possano contenere e contrastare il fenomeno delle aggressioni”.
Riflettori accesi inoltre sulle scuole di specializzazione, per “verificare i requisiti di idoneità delle strutture che compongono la rete formativa e porre in essere le attività per favorire la definizione degli stessi”.
Previste una serie di misure in ottica one health
Il tema della salute integrata (one health) è molto ricorrente nell’ultimo atto di indirizzo redatto dal ministero della Salute.
Nel documento se ne parla in relazione allo sviluppo di un sistema di sorveglianza epidemiologica (“Lo sviluppo di sistemi in grado di identificare rapidamente possibili emergenze infettive, la capacità di valutare il rischio a esse associato e la disponibilità di piani aggiornati di preparazione e risposta sono elementi essenziali per una risposta di sanità pubblica efficace”), di politiche di comunicazione istituzionale (“Serve promuovere azioni integrate sull’uomo, sugli animali e sull’ambiente: come sistema fortemente connesso”), di interventi volti a garantire il benessere animale e la sicurezza degli alimenti (“Va rafforzata la strategia di contrasto all’antimicrobicoresistenza”, affrontando al tempo stesso “la necessità comune di acqua, energia e aria, alimenti sicuri e nutrienti, contrastando il cambiamento climatico e contribuendo allo sviluppo sostenibile”).
Integrata, secondo il ministero, dovrà essere pure la promozione dei corretti stili di vita: “La salute delle persone, degli animali e degli ecosistemi sono interconnesse. La prevenzione rappresenta l’elemento centrale per salvaguardare beni comuni come la salute o la biodiversità”.
Favorire l’innovazione tecnologica nel campo dei dispositivi medici
Uno dei punti dell’atto di indirizzo rimanda all’innovazione tecnologica nel campo dei dispositivi medici, frenata da una serie di pastoie burocratiche determinate dal recepimento dei due regolamenti europei del 2017.
L’ultimo passaggio normativo (regolamento 1860/2024) ha esteso al 31 dicembre 2027 il periodo di validità dei certificati emessi e modificato le date entro le quali i dispositivi con dichiarazione di conformità redatta dal fabbricante prima del 26 maggio 2022 possono essere immessi sul mercato o messi in servizio. Una misura necessaria per “ridurre il rischio del mancato accesso dei pazienti a un’ampia gamma di dispositivi essenziali”.
Detto ciò, il 2025 sarà segnato dallo sviluppo graduale dei moduli (attori, dispositivi e certificati) della banca dati europea Eudamed, il sistema informatico sviluppato dalla Commissione europea per attuare i due regolamenti dedicati ai dispositivi medici e a quelli medico-diagnostici in vitro. “Considerato che la Direzione ha sinora autorizzato undici organismi notificati che garantiranno la sicurezza e la qualità dei prodotti immessi sul mercato – si legge nel documento – sarà necessario procedere a una costante attività di indirizzo, monitoraggio e verifica delle loro attività”.
Altri punti rimarcati dal ministero riguardano “l’importanza delle attività formative e informative rivolte ai fabbricanti e agli operatori sanitari”, “il ruolo della rete nazionale della dispositivo-vigilanza”, “l’implementazione della tracciabilità dei dispositivi medici impiantabili”, “le attività di valutazione delle segnalazioni degli incidenti riguardanti dispositivi medici e i dispositivi medico-diagnostici in vitro e degli alert comunitari”, “le attività di valutazione dei reclami”.
Inoltre, sulla base dell’esperienza avviata con il Registro nazionale delle protesi mammarie, il ministero punta a valutare “l’istituzione del registro nazionale dei dispositivi medici impiantabili”. Capitolo Hta: considerando le ultime disposizioni europee e il Programma nazionale italiano, il ministero punta a favorire l’integrazione tra le vari parti in causa (assieme all’Agenas e alle Regioni) per “migliorare e rendere più efficiente la governance dei dispositivi medici”.
Avanzamento tecnologico e coesione sociale
Come detto, infine, l’innovazione in ambito sanitario è una delle direttrici lungo cui scorrono gli investimenti della Missione 6 del Pnrr. Inevitabile dunque che buona parte del lavoro che Schillaci ha in mente per l’anno in corso parta (anche) da qui.
La sfida, in questo caso, è complessa. Lo sviluppo della ricerca dovrà viaggiare a braccetto con quello di un modello assistenziale che integri avanzamento tecnologico e coesione sociale. L’obiettivo del ministero è quello di dare impulso alla ricerca, portando avanti il piano di riordino degli enti finanziatori e dei loro diversi contributi.
Nevralgico, in questo senso, dovrà essere il ruolo degli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs) e delle sei reti all’interno di essi ospitate (Alleanza contro il cancro, Rete delle neuroscienze e della neuroriabilitazione, Rete cardiologica, Associazione per lo studio delle malattie cardiovascolari, Rete per l’invecchiamento in Italia, Rete italiana per la salute dell’età evolutiva e Rete per l’apparato muscolo-scheletrico) per “perseguire finalità di ricerca prevalentemente traslazionale, promuovere il progresso delle conoscenze, sperimentare modelli di innovazione e potenziare la capacità operativa del Servizio sanitario nazionale e delle reti regionali”.


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